
I percorsi letterari della Calabria. La novellistica
date
1544-1573
author
title
Lucio Scipione Atellani (Matteo Bandello, Novelle I 22)
summary
bibliography
- Matteo Bandello, Le novelle, a cura di G. Brognoligo, Bari, Laterza, 1908-11
teibody
IL BANDELLO a la molto magnifica e vertuosa signora la signora CECILIA GALLERANA contessa Bergamina salute.
Questa state passata, essendo voi per gli estremi caldi che ardevano la terra partita da Milano e ridutta con la famiglia al vostro castello di San Giovanni in Croce nel Cremonese, m’occorse, insieme col signor
NOVELLA XXII
Narra il signor
Fatte le lagrimose essequie e parlandosi largamente in ogni luogo de la cagione de la morte di Fenicia e vari ragionamenti su questo facendosi e tutti mostrando di cosi pietoso accidente compassione come di cosa che fosse stata finta, il signor Timbreo cominciò a sentir grandissima doglia con un certo inchiavamento di core, ché non sapeva che imaginarsi. A lui pareva pure che non deves.se esser biasimato, avendo egli veduto salire su per la scala un uomo ed entrare in casa. Poi, meglio pensando a le cose vedute ed essendosi già lo sdegno in gran parte intepidito e la ragione aprendoli gli occhi, diceva fra sé che forse colui, che era in casa entrato, poteva essere o per altra donna o per rubare là su salito. Sovvenivagli poi che la casa di messer Lionato era grandissima, e che in quella parte ove l’uomo era asceso nessuno abitava, e che non poteva essere che, dormendo Fenicia in compagnia de le sorelle ne la camera di dietro a quella di suo padre e di sua madre, che fosse potuta venire a quella banda, convenendole passar per la camera del padre; di modo che, combattuto ed afflitto da’ suoi pensieri, non ritrovava riposo. Medesimamente il signor Girondo, udita la maniera de la morte di Fenicia e conoscendo chiaramente sé esser stato manigoldo ed omicida di quella, si perché fieramente era di lei acceso ed altresì per esser stato la vera cagione di tanto scandalo, si sentiva scoppiare di soverchia doglia il core, e quasi disperato fu per ficcarsi un pugnale nel petto due o tre volte. E non potendo né mangiar né dormire, stava siccome uno smemorato, anzi pure spiritato, e farneticando da ogn’ora non poteva pigliar né requie né riposo. A la fine, essendo fatto il settimo di dei funerali di Fenicia e non li parendo più poter vivere se al signor Timbreo non scopriva la sceleratezza che fatta aveva, ne l’ora che ciascuno se n’andava a casa per desinare andò verso il palazzo del re ed incontrò esso signor Timbreo che da la corte a l’albergo suo se n’andava, al quale cosi il signor Girondo disse : — Signor Timbreo, egli non vi sia grave venir meco qui presso per un mio servigio. — Egli, che il signor Girondo da compagno amava, seco se n’andò di varie cose ragionando. Onde in pochi passi vennero a la chiesa ove il sepolcro di Fenicia era stato fatto. Quivi giunti, comandò il signor Girondo ai servidori che nessun di loro entrasse in chiesa, pregando il signor Timbreo che altrettanto comandasse ai suoi. Il che egli fece di subito. Entrarono dunque tutti dui soli in chiesa ne la quale non era persona, ed il signor Girondo, inviatosi a la cappella dove era la finta sepoltura, colà condusse il signor Timbreo. Come furono dentro, il signor Girondo, inginocchiatosi innanzi a la sepoltura e sfodrato un pugnale che a lato aveva, quello cosi ignudo diede in mano al signor Timbreo, che tutto pieno di meraviglia attendeva che cosa fosse questa e ancora non s’era avvisto che sepoltura fosse quella innanzi a cui il suo compagno s’era inginocchiato. Poi, pieno di singhiozzi e di lagrime, cosi al signor Timbreo parlò : — Magnanimo e gentil cavaliero, avendoti io per mio giudicio infinitamente offeso, non sono venuto qui per chiederti perdono, perciò che il mio fallo è tale che non merita perdono. Però se mai pensi far cosa degna del tuo valore, se credi operar cavalierescamente, se desideri far opera accetta a Dio e grata al mondo, metti quel ferro che in mano hai in questo scelerato e traditor petto e del mio vizioso ed abominevol sangue fa’ convenevol sacrificio a queste santissime ossa de l’ innocente e sfortunata Fenicia, che in questo deposito fu questi di seppellita, imperò che de la sua indegna ed immatura morte io maliziosamente sono stato la sola cagione. E se tu, più di me pietoso che io pur di me stesso non sono, questo mi negherai, io con queste mani quella vendetta di me prenderò che per me ultimamente si potrà. Ma se tu sarai quel vero e leal cavaliere che fin qui sei stato, che mai una minima ombra di macchia non volesti sofferire, di te e de la sventurata Fenicia insiememente prenderai debita vendetta. — Il signor Timbreo, avvistosi che quello era il deposito del corpo de la bella Fenicia e sentite le parole che il signor Girondo diceva, era quasi di se stesso fuori non sapendosi imaginare che cosa fosse questa, e pure, da non so che commosso, cominciò amaramente a lagrimare, pregando il signor Girondo che in piè si levasse e più chiaramente dicesse questa istoria, e con questo gettò via il pugnale lungi da sé. Poi tanto fece e disse che il signor Girondo, in piè levatosi, tuttavia piangendo, cosi gli rispose: — Tu dei saper, signor mio, che Fenicia ardentissimamente fu da me amata e di tal modo che, ,se io cento età campassi, mai più non spero trovar sostegno né conforto, perciò che Famor mio a la sgraziata fanciulla fu d’amarissima morte cagione. Ché, veggendo io che da lei mai non potei aver una buona guardatura né un minimo cenno a’ miei desiri conforme, quando intesi che a te fu per moglie promessa, accecato dal mio sfrenato appetito, m’ imaginai che se io ritrovava modo che tua moglie non divenisse, che di leggero chiedendola poi io al padre Faverei sposata. Né potendomi imaginar altro compenso al mio ferventissimo amore e più innanzi non considerando, ordinai una trama la più alta del mondo e con inganno ti feci veder uno andarle la notte in casa, il quale era uno dei miei servidori. E colui che ti venne a parlare e darti ad intendere che Fenicia aveva l'amor suo altrui donato» fu da me del tutto instrutto e sospinto a farti l’ambasciata che ti fece. Onde fu il seguente giorno Fenicia da te repudiata, e per tal repudio la sfortunata se ne mori e qui fu seppellita. Il perché, essendo io stato il beccaio, il manigoldo ed il crudel assassino che tanto fieramente e te e lei ho offesi, con le braccia in croce— e alora di nuovo s’ inginocchiò— ti supplico che de la commessa da me sceleraggine tu voglia pigliar la condecente vendetta, imperò che pensando di quanto scandalo sono stato cagione ho il vivere a sdegno. — Queste cose udendo, il signor Timbreo piangeva molto amaramente, e conoscendo il già commesso errore esser irreparabile e che essendo Fenicia morta non poteva più tornare in vita, pensò non voler contra il signor Girondo incrudelire, ma perdonandogli ogni fallo far che la fama fosse a Fenicia reintegrata e resole l’onore che senza cagione le era con si gran vituperio levato. Volle adunque che il signor Girondo si levasse in piede, a cui dopo molti caldi sospiri d’amarissime lagrime mischi in tal forma parlò: — Quanto era meglio per me, fratel mio, che io mai non fossi nasciuto o, devendo pur venire al mondo, fossi nato sordo, a ciò che mai non avessi udito cosa tanto a me noiosa e grave, per la quale mai più non viverò lieto, pensando che io per troppo credere abbia colei morta, il cui amore e le singolari ed eccellenti vertuti e doti che in quella il re del cielo aveva collocate, da me altro guiderdone meritavano che infamia vituperosissima e cosi immatura morte. Ma poi che cosi Iddio ha permesso, contra il cui volere non si muove in arbore foglia, e che le cose passate più tosto si ponno riprendere che emendare, io non intendo di te altra vendetta prendere; ché, perdendo amico sovra amico, sarebbe accrescere doglia a doglia; né per tutto questo la benedetta anima di Fenicia ritornarebbe al suo castissimo corpo che ha fatto il suo corso. D’una cosa ti voglio ben riprendere a ciò che mai più in ,simil errore non caschi. E questo è che tu devevi scoprirmi il tuo amore, sapendo che io ne era innamorato e nulla di te sapeva, perciò che io, innanzi che al padre l’avessi fatta richiedere, in questa amorosa impresa ti averei ceduto e, come sogliono fare i magnanimi e generosi spiriti, me stesso vincendo, averei anteposto la nostra amicizia a l’appetito mio; e forse die tu, udite le mie ragioni, ti .saresti da questa impresa ritratto e non sarebbe seguito lo scandalo che è successo. Ora la cosa è fatta e rimedio non ci è a far che fatta non sia. In questo vorrei bene che tu mi compiacessi e facessi quanto ti dirò. — Comanda, signor mio, — disse il .signor Girondo— ché il tutto senza eccezione farò.-— Io vo’ — soggiunse il signor Timbreo — che essendo da noi Fenicia stata a torto per bagascia incolpata, che noi quanto per tutti dui si potrà le restituiamo la fama e le rendiamo il debito onore, prima appo gli sconsolati suoi parenti, dapoi appo tutti i messinesi, perciò che, divoratosi quanto io le feci dire, può di leggero tutta la città credere ch’ella fosse una putta. Altrimenti a me di continovo parrebbe aver dinanzi agli occhi l’adirata ombra di lei, che fieramente contra me vendetta a Dio sempre gridasse. — A questo piangendo il signor Girondo subito rispose:— A te, signore, appartiene il comandare ed a me l’ubidire. Io prima per amicizia ti era congiunto ; ora per l’ ingiuria che fatta ti ho, e che tu come troppo pietoso e leal cavaliere a me perfido e villano cosi cortesemente perdoni, ti resto eternamente servidore e schiavo. — Dette queste parole, ambidui amaramente piangendo s’ inginocchiarono innanzi a la sepoltura e con le braccia in croce umilmente l’uno de la sceleraggine fatta e l’altro de la troppa credulità a Fenicia e a Dio domandarono perdono. Dapoi, rasciugati gli occhi, volle il signor Timbreo che a casa di messer Lionato il signor Girondo seco n’andasse. Andarono dunque di brigata a la casa e trovarono che messer Lionato, che insieme con alcuni suoi parenti aveva desinato, si levava da tavola, il quale, come udì che questi dui cavalieri gli volevano parlare, tutto pieno di meraviglia si fece loro incontro e disse che fossero i benvenuti. I dui cavalieri, come videro messer Lionato con la moglie vestiti di nero, per la crudel rimembranza de la morte di Fenicia cominciarono a piangere e a pena potevano parlare. Ora, fatto recar duo scanni e tutti postosi a sedere, dopo alcuni sospiri e singhiozzi il signore Timbreo, a la presenza di quanti quivi erano, narrò la dolorosa istoria cagione de l’acerbissima ed immatura morte, come credeva, di Fenicia, e insieme col signor Girondo si gettò a terra, chiedendo al padre e a la madre di lei di cosi fatta sceleratezza perdono. Messer Lionato di tenerezza e di gioia piangendo, ambidui amorevolmente abbracciando, perdonò loro ogni ingiuria, ringraziando Iddio che sua figliuola fosse conosciuta innocente. Il signor Timbreo, dopo molti ragionamenti, a messer Lionato rivolto gli disse: — Signor padre, poi che la mala sorte non ha voluto che io vi resti genero, come era mio sommo disio, vi prego e quanto più posso astringo che di me e de le cose mie vogliate prevalervi come se il parentado fosse tra noi seguito, perciò che sempre vi averò in quella riverenza ed osservanza, che amorevole obediente figliuolo deve avere al padre. E se degnarete comandarmi, trovarete che l’opere mie saranno conformi a le mie parole, perciò che io non so certamente cosa al mondo quantunque difficile che io per voi non facessi.— A questo il buon vecchio ringraziò con amorevoli parole il signor Timbreo; in fine gli disse:— Poi che si largamente tante cortese offerte mi fate e che fortuna avversa m’ ha fatto indegno de la vostra affinità, una co.sa piglierò ardire di supplicarvi, la quale a voi sarà facile a fare, e quest’ è che io vi prego per quella lealtà che in voi regna e per quanto amore mai portaste a la poverella Fenicia, che quando vorrete pigliar moglie sarete contento farmelo intendere e, dandovi io donna che vi piaccia, quella prenderete. — Parendo al signor Timbreo che lo sconsolato vecchio picciola ricompensa di tanta perdita quanta fatta aveva chiedesse, porgendogli la mano ed in bocca basciatolo cosi gli rispose: — Signor padre, poi che cosi leggera cosa mi ricercate, essendovi io di molto maggior ubligato e desiderando farvi conoscere quanto io desideri farvi cosa grata, non solamente non prenderò donna senza saputa vostra, ma quella sola sposerò che voi mi consigliarete e darete. E cosi su la fede mia a la presenza di tutti questi signori gentiluomini vi prometto. — Fece medesimamente il signor Girondo le belle parole a messer Lionato offerendosi sempre prontissimo a’ suoi piaceri. Fatto questo, i dui cavalieri andarono a desinare e la cosa come era per Messina si sparse, in modo che appo tutti fu chiaro Fenicia indegnamente esser stata incolpata. Similmente quel di istesso fu Fenicia dal padre per un messo a posta avvisata di quanto era occorso. Del che ella fece meravigliosa festa e divotamente Iddio ringraziò del ricuperato onore. Ora era passato circa un anno che Fenicia stava in villa, ove si bene andò la bisogna che mai nessuno seppe che fosse viva. Tra questo mezzo il signor Timbreo tenne stretta pratica con messer Lionato, il quale, avvisata Fenicia di quanto intendeva fare, metteva ad ordine le cose al suo proposito pertinenti; ed in questo tempo Fenicia oltra ogni credenza era divenuta bellissima e aveva compiti i dicesette anni di sua età, e in modo era cresciuta che chi veduta l’avesse non l’averebbe mai per Fenicia conosciuta, massimamente tenendo quella già esser morta. La sorella che seco stava, ed era di circa quindeci anni e Belfiore aveva nome, pareva proprio un bellissimo fiore, di maniera che poco meno beltà dimostrava de la sorella sua maggiore. Il che veggendo, messer Lionato, che sovente le andava a vedere, deliberò non tardar più di metter ad effetto il suo pensiero. Onde, essendo un di in compagnia dei dui cavalieri, disse sorridendo al signor Timbreo: — Tempo è oggimai, signor mio, che de l’obbligo che voi la vostra mercé meco avete vi scioglia. Io penso avervi trovata per moglie una giovane gentilissima e bella, de la quale, secondo il parer mio, quando laverete vista vi contentarete. E se forse con tanto amore non sarà da voi presa con quanto eravate per sposar Fenicia, di questo v’assicuro ben io che minor beltà, minor nobiltà e minor gentilezza voi non pigliarete. De l’altre donnesche doti e gentilissimi costumi ella la Dio mercé ne è abondevolmente fornita ed ornata. Voi la vederete e poi sarà in libertà vostra far tutto quello che più a vostro profitto vi parrà. Domenica matina io ne verrò a l’albergo vostro con quella compagnia che tra parenti ed amici miei scieglierò, e voi insieme col signor Girondo sarete ad ordine, perciò che conviene che andiamo fuor di Messina circa a tre miglia, ad ima villa ove udiremo messa, e poi si vederà la giovane di cui v’ho parlato e di brigata desinaremo. — Accettò l’ invito e l’ordine dato il signor Timbreo, e la domenica col signor Girondo a buon’ora si mise a l’ordine per cavalcare. Ed ecco messer Lionato arrivare con una squadra di gentiluomini, che già in villa aveva fatto ogni cosa necessaria onoratamente apparecchiare. Come il signor Timbreo fu avvertito del venir di messer Lionato, egli col signor Girondo e servidori a cavallo sali e dato il buon di e ricevuto tutti di brigata di Messina se ne uscirono. E, come in simili cavalcate avviene, di diverse cose ragionando giunsero a la villa che non se ne accorsero, ove furono onoratamente raccolti. Quivi udirono messa in una chiesa a la casa vicina. Finita la messa tutti si ridussero in sala, che era di razzi alessandrini e tapeti onoratamente apparata. Come furono tutti in sala, eccoti che d’una camera uscirono molte gentildonne tra le quali era Fenicia con Belfiore, e proprio pareva Fenicia la luna quando nel ciel sereno più splende tra le stelle. I dui signori con gli altri gentiluomini le raccolsero con riverente accoglienza come sempre ogni gentiluomo deve con le donne fare. Messer Lionato alora, preso per mano il signor Timbreo ed a Fenicia accostatosi, la quale Lucilla sempre si era chiamata dapoi che in villa fu condotta: — Ecco, signor cavaliero, — disse — la signora Lucilla, la quale io vi ho scielta per darvi per moglie quando vi piaccia. E se al mio parer vi atterrete ella sarà vostra sposa. Nondimeno voi séte in vostra libertà, di pigliarla o lasciarla. — Il signor Timbreo, veduta la giovane che nel vero era bellissima, ed essendogli su la prima vista meravigliosamente piacciuta, avendo già deliberato di sodisfare a messer Lionato, stato un poco sovra di sé, cosi disse: — Signor padre, non questa che ora mi presentate, che mi pare una real giovane, accetto, ma ogn’altra che da voi mi fosse stata mostrata averei io accettato. Ed a ciò che veggiate quanto son desideroso di sodisfarvi e conosciate che la promessa che io vi feci non è vana, questa e non altra piglio io per mia legittima sposa, essendo però il suo voler al mio conforme. — A queste parole rispose la giovane e disse: — Signor cavaliero, io sono qui presta a far tutto quello che da messer Lionato mi sarà detto. — Ed io, — soggiunse messer Lionato— bella giovane, vi essorto a pigliar il signor Timbreo per marito. — Onde, per non dar più indugio a la cosa, fu fatto cenno a un dottore che ivi era che dicesse le consuete parole secondo Fuso de la santa Chiesa. Il che saggiamente messer lo dottore facendo, il signor Timbreo per parole di presente sposò la sua Fenicia, credendo una Lucilla sposare. Esso signor Timbreo, come prima vide la giovane uscir di camera, cosi intorno al core sentì un certo non so che parendogli nel viso di quella scernere alcune fattezze de la sua Fenicia, e non si poteva saziar di mirarla, di modo che l’amore che a Fenicia aveva portato senti tutto a questa nuova giovane voltarsi. Fatto questo sponsalizio, si diede .subito l’acqua a le mani. In capo di tavola fu messa la sposa. Da la banda destra appo lei fu assiso il signor Timbreo, per scontro a cui sedeva Belfiore, dietro la quale seguiva il cavalier Girondo. E cosi di mano in mano furono posti un uomo ed una donna a sedere. I cibi vennero dilicati e con bellissimo ordine, e tutto il convito fu suntuoso e quieto e gentilmente servito. I ragionamenti, i motti e mille altri trastulli non mancarono. A la fine, recate quelle frutte che la stagione concedeva, la zia di Fenicia, che in villa con lei era per la maggior parte de l’anno dimorata e che appo il signor Timbreo a mensa sedeva veggendo che il desinar si finiva, come se nulla mai dei casi occorsi avesse sentito cosi festeggevolmente al signor Timbreo disse: — Signor sposo, aveste voi mai moglie? — Egli da si fatta madrona domandato si senti colmar gli occhi di lagrime, le quali prima caddero ch’egli potesse rispondere. Pure vincendo la tenerezza de la natura di questa maniera rispose : — Signora zia, la vostra umanissima domanda mi riduce a la mente una cosa che sempre ho in core e per la quale io credo to,sto finire i giorni miei. E ben che io de la signora Lucilla mi truovo contentissimo, nondimeno per un’altra che amai e cosi morta amo più che me stesso mi sento di continovo un doloroso verme intorno al core, che a poco a poco mi va rodendo e fieramente mi tormenta, con ciò sia cosa che io fui de la sua acerbissima morte, contra ogni debito, sola cagione. — A queste parole il signor Girondo volendo rispondere ed essendo da mille singhiozzi e da le abondanti lagrime che a filo a filo cadevano impedito, pur a la fine con parole mezze mózze disse: — Io, signore, io disleale, fui pur il ministro e il manigoldo de la morte de la infelicissima giovane, che era degna per le sue rare doti viver più lungamente che non ha fatto, e tu non ci avesti colpa alcuna, che tutta la colpa fu mia. — In questi ragionamenti, a la sposa cominciarono altresi empirsi gli occhi di lagrimosa pioggia per la fiera rimembranza dei passati cordogli che sofferti amaramente aveva. Seguitò poi la zia de la sposa e domandò con queste parole al nipote: — Deh, signor cavaliero, per cortesia, ora che altro non ci è che ragionare, ditemi come avvenne questa novella, de la quale voi e quest’altro gentiluomo si teneramente ancora lagrimate. — Ohimè, — rispose il signor Timbreo — voi volete, signora zia, che io rinnovelli il più disperato e fiero dolore che mai da me fosse sofferto e che solo pensando mi dispolpi e strugga. Ma per compiacervi con mia eterna doglia e poco onore, ché fui troppo credulo, il tutto vi dirò. — Cominciò adunque egli, e dal principio a la fine non senza caldissime lagrime e con grandissima pietà e meraviglia degli ascoltanti tutta la miserabil istoria narrò. Soggiunse alora la madrona: — Meravigliosa e crudel novella mi narrate, signor cavaliero, a cui simile forse mai più al mondo non avvenne. Ma ditemi, se Dio vi aiuti, se innanzi che questa qui vi fosse stata data per moglie voi avessi potuto suscitar la vostra innamorata, che avereste voi fatto per poterla riaver viva? — Il signor Timbreo, tuttavia piangendo, disse : — Giuro a Dio, signora mia, che io di questa mia sposa mi ritrovo molto ben sodisfatto e spero a la giornata di meglio. Ma se prima avessi potuto ricomperare la morta, io averei dato la metà degli anni miei per riaverla, oltre il tesoro che speso ci averei, perciò che veramente io l ’amava quanto da uomo che sia si possa donna amare, e s’ io mille e mille anni campassi cosi morta com’ è sempre l’amerò, e per amor di lei sempre averò in riverenza quanti ci sono dei suoi parenti.— A questo, non potendo più il consolato padre di Fenicia celar l’allegrezza che aveva, al genero rivoltato, di soverchia dolcezza e tenerezza di core piangendo, disse: — Mal dimostrate, signor figliuolo e genero, ché cosi vi debbo appellare, con effetti quello che con la bocca parlate, imperciò che, avendo la vostra tanto amata Fenicia sposato e tutta matina statole appresso, ancora non la conoscete. Ove è ito cotesto vostro cosi fervido amore? Ha ella cosi cangiato forma, sono in tanto le fattezze sue si cangiate, che avendola appresso non la riconosciate? — Alora alora a queste parole s’apersero gli occhi de l’amoroso cavaliere, e gettatosi al collo de la sua Fenicia, quella, mille fiate basciando e di gioia infinita colmo, senza fine con fisi occhi mirava e tuttavia dolcemente piangeva senza mai poter formar parola, chiamandosi tra se stesso ceco. Narrato poi da messer Lionato come il caso era successo, restarono tutti d’estrema meraviglia ed insiememente molto allegri. Il signor Girondo alora, levatosi da tavola, fortemente piangendo si gettò a’ piedi di Fenicia domandandole con ogni umiltà perdono. Ella subito umanamente il raccolse e con amorevoli parole gli rimise l’ ingiurie passate. Al suo sposo poi rivolta che del fallo commesso si accusava, quello con dolcissime parole pregò che più di simil pratica non le ragionasse, perciò che non avendo egli fallito non le deveva a modo alcuno chieder perdonanza. E quivi l’uno l’altro basciando e di gioia piangendo, bevevano le lor calde lacrime tutti pieni di estremo contento. Ora, mentre che ciascuno dimorava in grandissimo piacere e che si preparava di carolare e star in festa, il cavalier Girondo a messer Lionato accostatosi, che pieno di gioia pareva che con i diti toccasse il cielo, quello pregò che degnasse di fargli una grandissima grazia che a lui sarebbe di meravigliosa contentezza cagione. Messer Lionato gli rispose che chiedesse, perciò che se era cosa che egli far potesse che molto volentieri e di grado la farebbe. — Ed io — soggiunse il signor Girondo — domando voi, signor Lionato, per suocero e padre, la s:gnora Fenicia ed il signor Timbreo per cognati, e la signora Belfiore, che è qui, per mia legittima ed amorevole consorte. — Il buon padre, sentendo accumularsi nuova gioia e quasi fuor di sé per tanta non sperata consolazione, non sapeva se sognava o pur era vero ciò che udiva e vedeva. E parendogli pure che non dormisse, ringraziò di core Iddio che tanto altamente il guiderdonava non l’avendo egli meritato, ed al signor Girondo rivolto umanamente rispose che era contento di quello che a lui piaceva. Onde in quello stante chiamata a sé Belfiore: — Tu vedi, figliuola, — disse — come la cosa va. Questo signor cavaliere ti ricerca per moglie; se tu vuoi lui per marito, io ne sarò contentissimo, e tu per ogni ragione far lo dèi; si che dinne liberamente il tuo volere. — La bella figliuola tutta tremante con sommessa voce vergognosamente al padre rispose che era presta per far quanto egli volesse. Onde, per non dar indugio a la cosa, il signor Girondo di consentimento di tutti i parenti con le debite cerimonie de le consuete parole diede Fanello a la bellissima Belfiore. Del che infinita fu la contentezza di messer Lionato e di tutti i suoi. E perciò che il signor Timbreo aveva la sua cara Fenicia sotto nome di Lucilla sposata, quella alora solennemente sotto il nome di Fenicia di nuovo sposò. Cosi tutto il giorno in balli e piaceri si consumò. Era bella e gentilissima Fenicia vestita d’una veste di finissimo damasco bianco come pura neve, con un certo abbigliamento in capo che faceva mirabil vedere. Ella era convenevolmente grande per l’età che aveva, e assai bene in carne, tuttavia crescendo, come quella che giovanetta era. Il petto sotto il sottile e nobilissimo drappo di finissima seta alquanto rilevato si mostrava, spingendo in fuori la forma di duo pomi rotondi l’uno da l’altro condecentemente separati. Chi il vago colore del volto vedeva, vedeva una piacevole e pura bianchezza di condecevole e vergineo rossore sparsa, la quale non l’arte, ma la maestra natura, e più e meno secondo i vari avvenimenti ed atti, d’ostro dipingeva. Il rilevato petto pareva una piacevolissima e quasi viva massa d’alabastro candido e schietto, con la gola ritondetta che di neve sembrava. Ma chi la soavissima bocca, quando le dolci parole formava, aprirsi e serrarsi vedeva, egli certamente poteva dire che aveva veduto aperto un museo inestimabile di finissimi rubini cinto e pieno di perle orientali, le più ricche e le più belle che mai l'odorato Oriente a noi mandasse. Se poi vedevi quei dui begli occhi, anzi due fulgentissime stelle, anzi pur duo folgoranti soli, quando ella maestrevolmente quinci e quindi gli girava, tu potevi ben giurare che dentro a quei placidissimi lumi albergava Amore e che in quel chiarissimo splendore affinava i suoi pungenti strali; e quanto bene campeggiavano le chiome inanellate e sparte, che sovra la pura e spaziosa fronte scherzanti parevano proprio fila di terzo e biondo oro che al dolce soffiar d’una picciola aura lascivamente si girassero! Erano le braccia di giusta misura, con due bellissime mani si proporzionalmente fatte, che l’ invidia non ci trovarebbe che emendarle. Ed insomma tutta la persona era vaga e snella e cosi gentilmente da la natura formata che niente le mancava. Ella poi cosi a tempo e tanto gaiamente, secondo gli accidenti, ora parte or tutta la persona moveva, che ogni suo atto, ogni cenno ed ogni movimento era pieno d’infinita grazia e pareva che a viva forza i cori dei riguardanti involasse. Onde chi Fenicia la disse non si discosto punto dal vero, perciò che ella era una fenice che tutte l’altre giovani di gran lunga di bellezza avanzava. Né ancora men bella presenza dimostrava Belfiore, se non che essendo più fanciulla tanta maiestate e tanta grazia negli atti e movimenti suoi non aveva. Ora si stette tutto quel di in gioia ed in festa, e i dui sposi non si potevano saziare di mirare e goder parlando le lor donne. Ma il signor Timbreo era quello che fuor di modo gioiva e quasi a se stesso non credeva esser là dove era, dubitando non s’ insognare, o forse che questo non fosse qualche incantamento fatto per arte magica. Finito quel giorno e venuto il di seguente, s’apparecchiarono per ritornarsene a Messina e quivi far le nozze con quella solennità che al grado dei dui signori apparteneva. Essi signori sposi prima per messi a posta avevano del successo loro avvisato un loro amico, molto del re domestico, e a lui commesso quanto desideravano che egli facesse. Questi il di medesimo ne andò a far riverenza al re Piero a nome dei dui cavalieri, e a quello narrò tutta l’ istoria de l’amore dei dui cavalieri e quanto dal principio a la fine era successo. Di che il re mostrò non picciola allegrezza. E fatta chiamar la reina, volle che colui intieramente un’altra volta a la presenza di lei tutta l’ istoria narrasse. Il che egli puntalmente fece con grandissima sodisfazione e non picciola ammirazione de la reina, che sentendo il pietoso caso avvenuto a Fenicia fu astretta per pietà de la giovane a lagrimare. Ora, perciò che a quei tempi nel re Piero più che in tutti gli altri prencipi regnava liberal cortesia ed era quello che meglio sapeva rimeritar chiunque il valeva, e la reina altresì era cortese e gentilissima, il re a quella aperse l’animo suo e quanto far intendeva le disse. La reina, udendo così magnifica deliberazione, assai commendò il parer e volontà del suo marito e signore. Il perché, fatto con diligenza metter in ordine tutta la corte e fatti invitar tutti i gentiluomini e le gentildonne di Messina, ordinò alora il re che tutti i più onorati baroni di corte con infinita compagnia d’altri cavalieri e gentiluomini sotto la cura e governo de l’ infante don Giacomo Dongiavo, che era il suo primogenito, andassero fuor di Messina ad incontrar le due sorelle spose. Onde, essendo il tutto alora con bellissimo ordine essequito, cavalcarono fuor de la città e non andarono un miglio che incontrarono le due spose, che con i mariti loro ed altre assai persone verso Messina allegramente venivano. Come furono appresso, l’ infante don Giacomo fece rimontar i cavalieri ch’erano a farli riverenza smontati, e seco e con le belle sorelle per nome del padre cortesemente del loro sponsalizio si rallegrò, ed egli fu da tutti con somma riverenza raccolto. L’accoglienze poi di tutti i cortegiani e degli altri de la compagnia che da Messina veniva ai dui sposi e a le spose furono non meno gentili che grate. E cosi i dui cavalieri e le mogli loro tutti onestamente ringraziarono, ma sovra tutto a l’ infante don Giacomo resero quelle grazie che per loro si poterono le maggiori. Di brigata poi s’ inviarono verso la città favoleggiando e scherzando come in simili allegrezze si suole. Don Giacomo con piacevoli motti intertenne gran pezza ora la signora Fenicia ed ora la signora Belfiore. Il re, a punto per punto avvisato, quando tempo gli parve montato a cavallo con la reina e con onorata compagnia d’uomini e di donne a l’entrare de la città riscontrò la bella schiera che arrivava. Ed essendo già ciascuno smontato a far riverenza al re ed a la reina, furono tutti graziosamente ricevuti. Volse poi il re che tutti rimontassero ed egli si pose in mezzo di messer Lionato e del signor Timbreo. Madama la reina si pose a destra la bella Fenicia e a la sinestra Belfiore. L’ infante don Giacomo si mise a paro il signor Girondo. Fecero il medesimo tutti gli altri gentiluomini e gentildonne venendo tutti di mano in mano con bellissimo ordine, e verso il reai palazzo, volendo cosi il re, tutti se n’andarono. Quivi sontuosamente si desinò e dopo il mangiare, per comandamento del re, a la presenza di tutto il convito, il signor Timbreo narrò tutta l’ istoria del suo amore. Cominciarono, fatto questo, a ballare, e tutta la settimana il re tenne corte bandita volendo che ciascuno in quei di mangiasse al palazzo reale. Finite le feste, il re chiamò a sé messer Lionato e gli domandò che dote era quella che aveva a le figliuole promessa e che modo aveva di darle. Messer Lionato al re rispose che de le doti niente mai s’era favellato e che egli quella onesta dote darebbe loro che le sue facultà patissero. Disse alora il re: — Noi vogliamo dare a le vostre figliuole quella dote che a noi parrà che a loro ed ai miei cavalieri convenga, e non vogliamo che di più spesa elle vi siano per l’avvenire in conto alcuno. — E cosi il liberalissimo re, con singular commendazione non solamente di tutti i siciliani ma di chiunque l’ intese, fattisi chiamare i dui sposi e le loro mogli, volle che tutti solennemente a quanto mai potessero pretendere di dover avere de la roba di messer Lionato renunziassero, ed a questo egli interpose il decreto regio che ogni atto di tal renunzia confermava. Dapoi senza intervallo, non come figliuole d’un suo cittadino ma quasi come sue, le dotò onoratissimamente e ai dui sposi accrebbe la pensione che da lui avevano. La reina, non meno del re magnifica, generosa e liberale, volle che le due spose fossero donne de la sua corte e le ordinò su alcuni suoi dazi una ricca provigione per ogni anno, e sempre le tenne care. Elle, che nel vero erano gentilissime, di modo si diportarono che in breve ebbero la grazia di quanti erano in corte. Fu anco dato dal re a messer Lionato un ufficio in Messina molto onorevole, del quale egli traeva non picciolo profitto. E veggendosi egli già attempato, fece di modo che il re lo confermò ad un suo figliuolo. Cosi adunque avvenne al signor limbrco del suo onestissimo amore, ed il male che il signor Girondo tentò di fare in bene se gli converti, e tutti dui dapoi lungamente le lor donne goderono vivendo in grandissima pace, spesse fiate tra loro rammentando con piacere gli infortuni a la bella Fenicia avvenuti. Esso signor Timbreo fu il primo che in Sicilia fondò la nobilissima schiatta dei signori de la casa di Cardona, dei quali oggidì e in Sicilia e nel regno di Napoli molti uomini ci sono di non poca stima. In Spagna medesimamente fiorisce questo nobilissimo sangue di Cardona, producendo uomini che da gli avoli loro punto non tralignano cosi ne l’arme come ne la toga. Ma che dirò io dei dui nobilissimi fratelli don Pietro e don Giovanni di Cardona, valorosi nel vero, ed eccellenti signori e guerrieri? Veggio esser qui presenti alcuni di voi che conosciuto avete il signor don Pietro conte di Collisano e gran contestabile ed amirante di Sicilia, il quale tanto il signor Prospero Colonna, uomo incomparabile, onorava ed il saggio conseglio di quello apprezzava. E certamente che il conte di Collisano era uomo singolarissimo. Mori egli nel fatto d’arme che si fece a la Bicocca con generai dolore di tutta la Lombardia. Ma don Giovanni ,suo fratello, marchese de la Palude, molto innanzi, sotto Ravenna ne la giornata che tra francesi e spagnoli si fece, valorosamente diportandosi fu ammazzato. Ora io, non m’aweggendo, era trascorso in luogo di novellare a far panegirici.
notes alpha
notes int