I percorsi letterari della Calabria. La novellistica

date

1565

author

Giovan Battista Giraldi Cinzio

title

Reggio Calabria (Giovan Battista Giraldi Cinzio, Ecatommiti, IV 1

summary

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  • G. B. Giraldi Cinzio, Ecatommiti, a cura di S. Villari, Roma, Salerno Editrice, 2012, vol.II, pp. 680-690

teibody

(1) Epivolo tende insidie ad Afeli per farlo uccidere e avere la roba sua, ma la malizia riesce contra lui e del suo avere rimane erede Afeli. (2) La semplicità di noi donne ha avuto per queste due giornate argomento di favellare non molto a lei convenevole, però che ieri bisognò che si favellasse della poca fede di coloro che il matrimonio hanno violato e ora ci è mestiero che ragioniamo degli inganni e delle truffe altrui. E se Fulvia si dolse del ragionamento di ieri, io tanto più mi devrei dolere di questo di oggi, quanto a lei non bisognò tramettersi in così fatta materia, e debbo io dare a questo di oggi principio. (3) Ma poi che così ha portato l'ordine delle cose e il comandamento di Fabio, al cui volere tutti sottoposti ci siamo, non lo voglio disubidire. Farò io, adunque, alle mie compagne la via, accio che elle entrino più arditamente nel camino, il quale oggi dobbiamo ragionando passare. (4) Intenderete adunque una maravigliosa malignità, della quale credendo uno scelerato far guadagno, al fine ebbe la mercede degna dell'opera sua. (5) Era in Reggio di Calabria, che da alcuni è detto Risa, un uomo attempato di grave aspetto, con barba lunga e canuta, che rappresentava alla prima vista tanta bontà, quanta altri avesse potuto pensare di ritrovare in un santo medesimo. Ma copriva questo malvagio sotto quella grave e matura presenza un animo tanto scelerato, che il peggiore non fu mai veduto in uman core. (6) Aveva questi un nepote, col quale si era portato tanto sconciamente negli affari loro, che il giovane, per non venire a gara col zio, si era ritirato dal conversar con lui, dandosi a fare da sè, suoi traffichi, senza intricarsi in modo alcuno ne' maneggi del zio, il quale Epivolo si chiamava. (7) La qual cosa era tanto molesta al mal uomo, che non si potrebbe istimar più, sì perché gli pareva che il nepote, ch'Afeli era detto, lo sprezzasse, sì perché mescolando egli le cose sue con quelle del semplice giovane, sempre coll'ingannarlo ne traea qualche utile. Il quale mancandogli e sappiendo che, morto il nepote, a lui perveniva la eredità, si pensò di voler farlo con insidie morire. (8) Rivolgendosi adunque queste varie cose per l'animo, per compire così scelerato pensiero, non gli si offeriva cosa, ond'egli, senza farsi conoscere malvagio, ciò potesse essequire. Ma il nimico dell'umana generazione, che, col mezzo degli scelerati, apparecchia danno a' buoni, fe' nascer cosa, la quale diede ampio argomento di far cadere il giovane nelle mani della giustizia, onde fosse ucciso per mano del manigoldo. (9) Però che, essendo stato morto un cugino d'Afeli, la roba del quale, per ragion di fidecommisso era rimasa al giovane, e non si sappiendo chi stato si fosse l'ucciditore, s'imaginò il mal vecchio di far cadere la colpa sul nepote e guadagnare ad un tratto quel ch'egli avea della eredità paterna e quel tutto che , per la morte deľ cugino, gli era rimaso. Laonde, cercando la madre del morto giovane di ritrovare per ogni via possibile il micidiale, ne parlava ora con questo ed ora con quello, promettendo premii a chi le ne dava certo indizio. (10) Uno, ch'era nimico d'Afeli e amico della madre del morto, si pose un giorno a parlarne con Epivolo, non già ch'egli sospicasse nulla d'Afeli, ma per vedere se Epivolo, come vecchio e pratico delle cose della città, gli sapesse dir nulla. (11) Egli, a cui parve che la colui domanda gli avesse aperta la strada alla morte del nepote, disse: "Mi maraviglio io della madre del morto, che sia così sciocca, che non sappia porre le mani addosso al malfattore, avendolo continuamente innanzi agli occhi." "E chi è egli questi?" disse colui. "Basta", rispose Epivolo. "Chi ha occhi sel vegga." Né per cosa che sapesse dire o far colui, egli più oltre volle favellare. (12) Colui se n'andò alla madre del morto e le disse: "Madonna, per quanto io ho possuto comprendere, Epivolo sa chi è stato l'ucciditore del figliuolo vostro; e mi rendo certo che, essendo costui, come sapete, avarissimo, se gli darete, con qualche buon mezzano, parte di quello ch'avete detto di dare a chi vi rivelerà la morte del vostro figliuolo, tratto dal guadagno, non vi tacerà nulla." (13) La buona donna, ciò inteso, senza porvi dimora, andò a ritrovare Epivolo e gli disse: "Epivolo, io so l'amore che tu portavi a mio figliuolo e son sicura che ti sia doluta la sua misera morte non meno che a me, e che tu ne vorresti vedere quella vendetta, che ne vorrei vedere anch'io. Però ti prego che, se tu sai di ciò cosa alcuna, come ho inteso che ne sai, non la mi vogli tenere celata, perchè tu non la scoprirai a ingrata persona, e insino ad ora voglio che tu conoschi la gratitudine mia." E ciò detto, gli donò alquanti fiorini d'oro. (14) Egli gli si pigliò e poscia le disse: "Madonna, molto mi ha doluto, e duolmi, e dorrammi sempre insin ch'io mi viverò, la morte del vostro figliuolo, come a colui che l'amava da figliuolo, e n'ho altrotanto desiderata la vendetta, quanto voi, e già mi avrei fatto conoscere per affezionato all'ombra sua. Ma il devere far danno al sangue mio, col palesare il micidiale, me n'ha insino ad ora ritratto. Ma perché pur meritano i malvagi gastigo alle loro mal opere, quando mi promettiate di non dir mai che io nulla v'abbia detto, vi dirò la cosa come ella si sta, appunto." (15) La donna, desiderosa della vendetta, come siamo tutte naturalmente, disse non palesar mai cosa ch'egli le dicesse. Ma così come egli non con altro animo gliele volea dire, che perch'ella lo palesasse, così ella ancora non con altro animo gliele promise, che di manifestarlo, quando altra prova non ne potesse fare. (16) Epivolo, avuta la promessa della donna, disse "Ancora che io, e qualunque altro che sappiuto l'avesse, si fosse taciuto, potevate voi, da voi stessa, agevolmente conoscere chi il vostro figliuolo vi avesse ucciso, perchè potevate vedere che colui che della roba devea rimanere erede, non aveva potuto aspettare che morte naturale gliele desse." (17) A queste parole, disse la donna: "Sarebbe egli mai stato Afeli, ch'ucciso mi avesse il figliuol mio? Misera, me! Sarebbe egli mai stato tanto crudele che si avesse voluto imbrattar le mani nel sangue di un suo così amorevole parente?" Epivolo allora soggiunse: "Ha potuto più in questo ribaldo il desiderio della roba, che tutte le ragioni del sangue; anzi, il legame della parentela, del quale egli gli era astretto, è stato cagione della sua morte, sappiendo il malvagio che in lui devea cadere la eredità." (18) La donna a queste parole rimase come fuori di sé e disse: "Ciò mai non mi sarebbe potuto cadere nell'animo, misera me! E chi pensato lo avrebbe mai?" "Bisognava", disse Epivolo, "che ve l'aveste pensato, perché dee essere questa universal regola in simili casi, che colui a chi dee essere di utile il male altrui, si può sempre credere il malfattore. E se così vi aveste voi pensato, già avrebbe avuta Afeli la mercé della sua scelerata opera." "E come sapete voi questo?", disse la donna. "Io lo so", rispose egli, "perchè uccidere glielo vidi, e se più vicino vi fóssi stato, non avrei mai lasciato avvenire sì grave scandalo. E se non fosse stato che io non ho voluto far verso lui quello che fece egli verso vostro figliuolo, salsi in tanta ira e n'ebbi tanto sdegno, che l'avrei colle mie mani ucciso. Gliene ho ben più volte detto male e dettogli che Iddio ne farà la vendetta, quando egli meno sel penserà." (19) La donna, che stimava al pari di qualunque altro Epivolo da bene, tenne certissimo che così fosse come egli detto le aveva e, andatasene a casa, disse al nimico di Afeli: "Bene dicesti tu che Epivolo sapeva l'ucciditore del figliuol mio." "E chi è egli stato?", disse colui, che Eatro aveva nome. Ed ella rispose: "Quegli che nè tu, nè io, nè altri si avrebbe potuto mai imaginare." "E chi?", soggiunse Eatro. "Ditemelo per fede vostra." "Chi difendere lo devea da chi gli avesse voluto fare offesa." "Sarebbe egli mai stato Afeli?", replicò Eatro. "È egli stato per certo", rispose la madre, "per averne la roba sua. Vedi di chi si dee mai fidare l'uomo, quando coloro, che gli sono come fratelli, così stranamente l'uccidono! Ma non se n'andrà egli senza la dicevol pena, credilo a me." "Non già", disse Eatro, "perchè io di subito voglio ire ad accusarlo, scelerato che egli è." (20) E levatosi, con tostissimo passo, dalla madre, se n'andò ad accusarlo al podestà, non tanto per zelo del morto giovane, quanto che si conosceva condurre a morte il nimico suo, con così fatta querela. (21) Il podestà subito fe ' dare delle mani addosso ad Afeli e, appresentato che egli gli fu innanzi, gli domandò acerbamente s'egli sapeva perchè fosse preso. "Non io", rispose Afeli. "Questo so io bene, che mai cosa non fei, in tutto il corso della vita mia, che meritasse che così fossi mal trattato." "No, se tu non avessi ucciso il tuo fratel cugino", disse egli. Rimase a questa voce come attonito il giovane e disse: "Ho ucciso il mio fratel cugino, per la salute del quale avrei io messa la vita mia? Questo non si troverà mai esser vero." Il podestà, con fiero viso, mosso dal caso atroce, "Si troverà", disse, "vie più tosto, che tu non ti istimi. Iddio non vuole che così fatti malefici si rimangano occulti." E lo fe' porre in prigione co' ceppi a' piedi. (22) Della qual cosa si doleva oltre modo il semplice ed innocente giovane, ma, confortandosi nella sua innocenza, sperava nel Signore Iddio, che non avesse mai a consentire ch'egli, non colpevole, fosse, per falsa accusa, condannato a morte. (23) Il podestà non avendo maggiori indizii, che la opinione che gli aveva impressa l'accusatore, non volle procedere più oltre. Ma fece intendere alla madre del morto che, se non dava altri indizi, egli libererebbe il giovane preso, non avendo cosa atta a poterlo porre al martorio. (24) La donna, che dalla memoria del figliuolo era sollecitata alla vendetta, se n'andò al podestà e gli disse: "Messere, Epivolo, suo zio, qualunque volta vi piaccia di farlo chiamare, vi darà piena certezza del tutto, però che esso mi ha detto d'avergliele veduto uccidere." (25) Partita che fu la donna, il podestà mandò subitamente per Epivolo e gli domandò che cosa sapesse egli della morte del cugino d'Afeli. Lo scelerato, benchè allegro che per la morte di Afeli devesse rimanere posseditore di tutto il suo avere (però che allora non si confiscavano in quel luogo le robe, come or si fa), finse nondimeno di non voler dir cosa alcuna, dicendo che non era convenevole ch'egli, contra un suo carnal nepote, facesse testimonianza e il ponesse in pericolo della vita. E ciò disse il malvagio con tal maniera che il podestà, che accorto uomo era, conobbe ch'egli avea fatto sapere alla donna quanto ella detto gli aveva. Onde, chiamato il notaio, gli disse: "Date giuramento a costui di dire il vero di quanto lo domanderò." E con fiero viso gli minacciò di dargli agro gastigo s'egli men che il vero gli dicesse, però ch'egli bene sapeva quanto poteva egli dire in simil fatto. (26) Lo scelerato, fingendo il religioso, disse: "Non accade, signore, che mi spaventiate colle minacce, perchè il giuramento tanto puote appresso me, che se bene vi avesse ad andar la vita mia, io preporrei l'osservare il giuramento al viver mio. Però se io mi ho taciuto insino ad ora, quello che le ragioni del sangue non mi lasciavano scoprire, ora le ragioni della religione e il rispetto divino me lo faranno palesare." E, dicendogli il podestà: "Voi fate quello che conviene alla bontà vostra, però ditemi quello che sapete voi di questo maleficio", allora Epivolo, che ben sapeva il luogo e la maniera colla quale era stato morto il giovane, narrò al podestà la menzogna, non altrimente che s'ella vera istoria si fosse stata. (27) Ciò inteso il podestà, fe' collare Afeli, il quale era un giovane gentile avvezzo negli agi e non atto a sofferire tormento. Il misero, scusandosi che non pur ciò non avea fatto, ma che mai non gli avrebbe potuto venire così sozzo pensiero nella mente, chiedeva mercè. Ma nulla giovava, perché il podestà, che teneva certo ch'Epivolo contra sua voglia avesse testificato contra il nepote, e perciò gli prestava piena fede, disse ad Afeli: "Scelerato, lo sparso sangue, per la tua mano, del tuo cugino, in favore della giustizia ha mosso il tuo zio a fare manifesto il vero." E qui gli fe' leggere quanto Epivolo avea detto. (28) Afeli, ciò udendo, rimase come fuori di sé, né poteva credere che così fosse e disse: "Messere, mi avrà colto in iscambio mio zio, e s'egli alla presenza mia si ritroverà, non dirà già questo." (29) Il podestà, che contra il povero giovane riscaldato era, "Tu ti pensi", disse, "che la presenza tua debba così ammollire il core del tuo parente, ch'egli non affermi quello che con giuramento egli ha già detto, ma vedrai che più può la giustizia d'Iddio, che il tuo folle pensiero." E così detto, fe' chiamare Epivolo, il quale, come fu veduto dal giovane, "Ahi zio", disse, "e come potete voi dir quello che non è? Perchè mi fate voi dare tanto martorio a sì gran torto, con tanto pericolo della mia vita e con tanto disonore non pur mio, ma di tutto il parentado nostro? Potete pur sapere la vita mia passata e che il cugino mio mi era caro al pari di me medesimo, però mi penso io che dicendo voi quel, che mi dice il podestà ch'avete detto, vi siate ingannato e che abbiate creduto me il micidiale, essendo stato altri che io l'autore del maleficio." (30) Epiuolo, che alla crudeltà avea rivolto l'animo, non si mosse punto a compassione per le parole del giovane, ma gli disse: "Figliuolo, appena ti potrei dire quanto m'incresca vederti giunto a tal termine, e quantunque io sapessi te essere stato il micidiale, nondimeno mi ho sempre taciuto insino che il giuramento non mi ha costretto a dir quello che io mi aveva proposto di sempre tacere. Ma poscia che mi è stato di mestiero, mal mio grado, far testimonianza del vero, non ho voluto offendere Iddio, per salvar te. Però non ho potuto non dire quel che fatto hai, non perchè ti abbia tolto in iscambio, ma perchè ti ho veduto quel fare, che detto io ho. E così volesse Iddio che fatto non l'avesti, perché tu non saresti in tormento, né io ne sentirei l'aspro cordoglio che io ne sento. Ma poscia che forse, per salute dell'anima tua, ha voluto Iddio che ciò si sappia, ti conforto a sopportare pazientemente quanto di te disporrà la giustizia, acciò che tu non perda col corpo l'anima." (31) E quindi volto al podestà, quasi come piagnesse, gli disse: "Vi prego bene, messere, ad aver qualche compassione alla giovane età di questo miserello, che di ciò che a suo favore farete, vi resterò sempre obbligato." "Quello farò", rispose il podestà, "che vorrà la ribalderia di questo iniquo." E poscia disse ad Afeli: "Che ti par, gentil giovane, ti ha egli colto in iscambio tuo zio?" A cui disse il giovane: "Non so io dirvi altro, se non che io veggo volta contra me, fuori di ogni mio merito, la Fortuna insieme cogli uomini del mondo. Ma prego bene la giustizia divina che si degni riguardare la innocenza mia e il torto che fatto mi è e che ne dia degno guiderdone a chi è cagion della sciagura mia." (32) Il podestà disse: "Altro ci vuole che belle ciancie, ma tanti tormenti avrai, che sarai costretto a confessare il vero." "Anzi", disse egli, "io più tormento non voglio, e poscia che omai conosco che morir mi bisogna, non voglio, per fuggire una morte, provarne cento; però io dico che tanto è vero quanto ha detto mio zio." (33) Allora il podestà fe' notare la confessione dell'innocente giovane. Rimase di tutto ciò Epivolo contentissimo, non sappiendo che gastigo gli apparecchiasse la divina giustizia e per la falsa accusa e per lo falso giuramento, col quale avea procacciata la morte al misero Afeli. Il quale fe' ritornare il podestà nella prigione e riferì al signore del luogo tutto quello che avvenuto era. E, intendendo il signore che egli confessato avea di avere ucciso il cugino, commise che, passati i giorni che gli fussero assignati per sua difesa, gli fosse tagliata la testa. (34) Pareva ad Epiuolo di non avere a veder mai quel giorno, che fosse il nepote ucciso e la roba se ne pigliasse esso del misero giovane. Ma la giustizia d'Iddio, che non abbandona gli innocenti e dà la dicevole pena a' malvagi, guardò con pietoso occhio Afeli e con giusto lo scelerato, perché, prima che passassero i giorni dati ad Afeli per la difesa, fu preso uno pessimo ribaldo, il quale per ogni lieve cagione uccideva gli uomini. Questi, sappiendo che la sua mala vita era nota non solo a quelli del paese, ma a tutti quelli del regno, vistosi nelle mani della giustizia, senza tormento alcuno confessò quanti delitti egli avea mai fatti, i quali erano più che molti, e tra gli altri confessò di aver data la morte al cugino d'Afeli. E dimandandogli della cagion di ciò il podestà, disse perchè egli si era posto ad amare una sua vicina, la quale amava anch'egli e che, sdegnandolo ella per quell'altro, si volle levare quello intoppo dinanzi. (35) Ciò udendo, il podestà rimase tutto maraviglioso. "E come", disse, "non l'ha ucciso Afeli? Egli ha pur confessato che sì e per ciò egli è condannato alla morte." "Ciò è stato ingiustamente fatto", rispose egli. "Io fui quegli che gli diè morte, per la cagione che detta vi ho." (36) Parve allora Epivolo al podestà, sopra qualunque altro malvagio, scelerato, poi ch'egli contra il nepote avea fatta non´ pur falsa, ma crudele testimonianza e, fingendo volergli parlare, lo fece a sé chiamare e gli disse: "Epivolo, si avicina il giorno della morte del vostro nipote, e perché egli pur dice che tal delitto non ha commesso e che more a torto, prima che io abbia voluto dare essecuzione alla sentenza, ho voluto anco nuovamente parlarvi, per vedere se voi forse vi foste ingannato nella testimonianza, che contra lui fatta avete, perché contra lui non è altro testimonio che voi, ed esso, morendo, morrà solo per la vostra testimonianza." (37) Il mal uomo, fermo nel suo pessimo pensiero, "Caro mi fie", disse, "che per grazia la vita gli si doni, ma che la testimonianza mia vera non sia non dirò io giamai. Parvi forse, messere, che io sia uomo da dirvi col mio giuramento cosa che non sappi e che non abbi io certissima?" (38) Il podestà, sentendo la costui malvagità, non potè non turbarsi molto e, voltatosi verso lui, con aspro viso gli disse: "Tu mi pari il più scelerato uomo del mondo e so che falsamente hai detto ciò che contra il nepote detto hai, e che il giuramento, che preso hai, è contra la verità, però che non egli, ma altri è stato il micidiale, e già so io chi stato egli si sia." (39) Si sentì dallo stimolo della conscienza, del quale non è il più acuto, traffiggere crudelmente Epivolo, ma, pensandosi che così dicesse il podestà per tentarlo, fe' buon viso e disse: "Fareste ben voi quello ch'appena non potrebbe fare Iddio, se voleste che io non avessi veduto quello che con questi occhi ho veduto e che per ciò voleste mutare la mia verità in menzogna. Io vi dico, benché colle lagrime agli occhi, che Afeli ha ucciso il cugino e io con questi occhi l'ho veduto." "E io dico che tu ne menti", soggiunse il podestà, e, fattolo pigliare a' sergenti, lo diede a far collare. Ma per tutto ciò non volle esso mutar proposito. (40) Fece al fine il podestà condurre colui, per cui mano era stato ucciso il giovane, alla presenza del malvagio, il quale gli affermò sé essere stato il micidiale; dalla cui testimonianza Epivolo convinto, confessò il male animo col quale egli aveva accusato il nepote. Onde intesa il signore della città la froda, colla quale questo iniquo uomo avea messo a tanto pericolo il povero giovane, volle che giustamente gli fosse levata la testa, ove egli ingiustamente avea cercato di far dare a guastare il giovane al manigoldo. E che, come egli per avere la roba del nepote gli avea teso così fraudolente inganno, così il suo avere fosse di Afeli. (41) E liberato il povero giovane dal mortal pericolo, nel quale l'avea messo la malvagità del zio, fu poscia dato il dicevole supplicio a quello altro scelerato, che il giovane avea morto. E il podestà, considerardo a qual rischio mettono i mali uomini alle volte le persone innocenti, si fe' più accorto che prima, né credette ad accusatori od a testimoni, se non se ne vedeva avere la certezza in mano.

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