L’Itinerarium di Federico II di Svevia (1228-1229)

date

1228-1229

author

Anonimo

title

Itinerario dell’imperatore Federico II

bibliography

  • F. Delle Donne. Città e Monarchia nel Regno svevo di Sicilia: l’Itinerario di Federico II di anonimo pugliese. Salerno: Carlone Editore, 1998, pp. 93-111.
  • F. Delle Donne. Federico II: la condanna della memoria. Roma: Viella, 2012, pp. 162-180 (con traduzione italiana).

teibody

Narrazione del modo in cui l’imperatore Federico riconquistò il regno che gli si era ribellato quando andò a prendere Gerusalemme e il sepolcro di Cristo

1. L’imperatore Federico, avendo errato per mare tre anni, facendo ritorno dall’assedio di Gerusalemme pervenne infine in Sicilia, e seppe che gli si era ribellato tutto il regno, tranne Brindisi, che era tenuta in assedio dalla gente della Chiesa. L’imperatore scrisse a questa città per confortarla del fatto che entro breve sarebbe arrivato lì con un numeroso esercito.

2. Poi, recatosi all’isola di Gerba, prese da quelle terre ventimila Saraceni e diecimila soldati dalle terre della Sicilia, e venne a Brindisi, e fu accolto con grande gioia dai Brindisini.

3. La gente della Chiesa, invero, saputo ciò si volse in fuga. Lo stesso imperatore subito scrisse a tutte le più importanti terre, perché lo dovevano ricevere. In conclusione scriveva in versi il suo intento.

4. La prima terra a rispondere che intendeva riceverlo come suo signore fu la città di Andria, e gli mandò in segno di fedeltà cinque suoi giovani figli, cinque tra i migliori e più potenti uomini di quella terra, perché confidasse meglio in lei, e scrissero all’imperatore queste parole:

4.1. Vieni, re Federico, nostro signore sempre amato. Infatti il tuo arrivo ci è sempre gradito sopra ogni cosa. Tieni cinque ostaggi, in segno del nostro amore. Vogliamo essere con te ogni giorno e ogni ora.

5. Per secondi, con parole ingiuriose e obbrobriose, furono gli uomini di Taranto a rispondere che non in nessun modo lo volevano come signore, perché dicevano che egli non era imperatore, dal momento che sapevano che Federico era morto e che era stato ucciso nelle parti d’Oltremare. Ai quali Tarantini lo stesso imperatore scrisse altre cose in versi:

5.1. Conserva nello scrigno del cuore queste tue risposte, o Taranto. Infatti, a tempo debito ti daremo la giusta ricompensa.

6. Invero, volendo procedere oltre, l’imperatore fece dire ai Brindisini che potevano chiedergli qualunque grazia. Come uscì dalla porta della stessa città fece affiggere sulla porta un foglio che portava scritte queste parole:

6.1. Salve, figlia della luna, fedelissima del nostro cuore. Assai caramente Federico ti ama per i tuoi meriti. Chiedimi ciò che vuoi: Federico ti donerà ogni cosa. Cara più di ogni terra, ti amerà sempre.

7. Ma i Brindisini, tenuto consiglio tra loro, poiché vedevano che l’imperatore era contrariato dalle molte cose che doveva fare, stabilirono di non chiedere nulla in quel momento, ma risposero con queste parole:

7.1. Regia maestà, sollecitata da cose molto maggiori, ascolta, se ti piace: le nostre cose siano posposte. Quando avrai quiete, non gravata da alcun rumore, allora tutte le cose che ci darai saranno per noi doni graditi.

8. Poi l’imperatore venne a Bari, poiché essi gli avevano scritto che lo volevano accogliere. Quando venne a Bari, però, cambiarono decisione, e una volta promettevano di riceverlo, un’altra volta dicevano di no. Lo trattennero con tali parole per molti giorni, e poi, con la sua sapienza, fece in modo di essere accolto, e distribuì molti mali a molti; dopo fece scrivere sulla porta della stessa città, su una lastra di marmo, questi versi:

8.1. Perfida è la gente di Bari: con le parole ti promette molto, ma come uno sconsiderato subito rinnega le sue parole. Perciò fa’ in modo di tenere nel tuo pudico cuore ciò che ti dico: cerca di evitare i Baresi come se fossero spade sguainate; se ti dicono “Salve”, guardati da loro come da nemici.

9. Poi l’imperatore venne a Barletta, dove, respinto con molte ingiurie e molti insulti, scrisse loro queste parole:

9.1. Città di Barletta, che nutri teste vuote, perché neghi Cristo, dicendo “Non conosciamo costui”? Come oggi, anche domani forse negherai Cristo. Tieni questo avvertimento per vero: ti stai preparando molti danni. Darete l’esempio, poiché avete disprezzato il sacro tempio.

10. Poi, volendo procedere oltre, venne ad Andria, e lì fu accolto con palme e gloria, e diede ordini sul modo in cui si sarebbe dovuta espugnare Barletta. E come dispose così fu fatto, e fu presa quella terra con la forza e tutti coloro che furono trovati vennero catturati, e la stessa terra fu spogliata di tutti i beni.

11. Poi, volendo procedere ancora oltre, uscì da Andria, e, mentre si trovava all’esterno delle sue porte, gli Andriesi lo supplicarono di fare alla cittadinanza qualche grazia. Per cui fece attaccare sulle porte della stessa città un foglio su cui erano scritti questi versi, e poi ordinò che venissero scritti in caratteri d’argento su una lastra di ferro, destinata a durare per sempre, e di affiggerli sulle porte della medesima città:

11.1. Fedele Andria, stretta al nostro cuore, non sia mai che Federico rimanga insensibile ai tuoi omaggi. Salute a te Andria felice, priva di ogni gravame.

12. Poi, andando verso Foggia, mentre si trovava a Salpi, vennero da lui i sindaci tarantini, che gli offrivano la città di Taranto; ed egli sorridendo disse:

12.1. Ringrazio Barletta, perché in fretta siete venuti correndo: come crediamo, forse avete saputo qualcosa di nuovo.

13. E ordinò ai menzionati sindaci di tornare dopo pranzo, e di nuovo parlò ai Tarantini con queste parole:

13.1. A chi chiede perdono per una colpa commessa deve essere concesso il perdono: così ordina Dio dall’alto. Tu sei sempre stato un nostro nemico ben difeso: ti siano rimessi tutti i peccati che hai commesso.

14. Poi giunse a Foggia, e i suoi abitanti lo respinsero apertamente, ed essendo ormai tarda ora, tuttavia scrisse loro questi versi con queste parole:

14.1. Foggia, perché fuggi da me, dal momento che ti ha fatto la mia mano? Come vedo, hai un reggitore dalla testa vuota. Non conoscevo bene i tuoi costumi, malvagia vipera. Da lontano credevo che mi avresti aperto le porte. Dalle azioni dei grandi si comprendono quelle dei piccoli: guarda Barletta, che tiene la cresta sul capo. Mi dolgo se la nostra fazione è costretta ad arrecarti danno, ma se vuoi subire offesa, la colpa e la rovina saranno tue. La notte si diffonde sulla terra: vedrai cosa ti sta per capitare. 10 Come oggi, così domani rimarrai sotto la consueta legge. Per questa mia testa giuro che ti dorrai sempre senza fine.

15. I Foggiani, invero, vedendo che non potevano difendersi, portarono all’imperatore molte vettovaglie quella stessa sera, e il giorno dopo gli consegnarono le chiavi della città ed ebbero pace.

16. Poi scrisse ai Troiani, i quali gli risposero che, se era l’imperatore, volevano consegnarsi a lui, altrimenti no. Egli rispose loro di mandargli alcuni di Troia, che lo avevano conosciuto, per ottenere quella sicurezza, e di portare cibo per sé e i suoi. Visto ciò, gli mandarono due cavalieri noti all’imperatore, cioè il Signore Rainaldo dei Tancredi e il Signore Riccardo di Damma, che, riconoscendo che si trattava dell’imperatore, lo riferirono ai Troiani. Ma poiché i Troiani avevano cambiato parere, sotto la guida di alcuni di Troia, per invidia, vollero che quei cavalieri dicessero che quello non era l’imperatore: cosa che essi non vollero dire né fare. Per la qual cosa, con l’approvazione della cittadinanza, furono uccisi. Poi mandarono all’imperatore una certa quantità di pane, aceto e cipolle come vettovaglie per lui e i suoi, che egli rifiutò; un grande dolore lo prese per la morte dei cavalieri, e scrisse ai Troiani queste parole, quasi facendo mostra di sorridere:

16.1. Troia, ti ringrazio perché ci hai offerto cari doni: tu che sei pia ci hai cibato con cipolle, aceto e pane. La nostra messe giace ancora acerba nel campo: perciò non preparo ancora le cibarie per i mietitori. Conserva per i tuoi i doni che ti restituiamo, fino a quando torneremo: la tua città sarà erba da falciare.

17. Poi, in seguito, dopo alcuni giorni mandò di nuovo ai Troiani due frati predicatori, per cercare di ricondurli a lui, ma i Troiani, tenendo lo stesso atteggiamento, li uccisero. Sapendo ciò, l’imperatore, molto irritato, si avvicinò a Troia e scrisse queste parole:

17.1. Troia, lunga serpe piena di abbondante veleno, ancora ti farò procedere con passo lento. Troia, serpe folle piena di molto furore, non ti renderò mai esente dall’afflizione del tuo signore. Troia, scrofa, madre luttuosa, alunna del dolore: resterai per sempre tronca del capo e della coda.

18. Poi, prendendo la strada per la Terra di Lavoro, trovandosi verso Nola presso Santa Croce de Portula, voltandosi in direzione della Puglia disse:

18.1. Tutta la Puglia è restituita al nostro impero. Uno di quelli che si trovavano lì rispose: «Tranne Troia».

19. E allora l’imperatore, guardando Troia, si pose la mano sul capo e disse:

19.1. Troia, se la nostra intenzione vien meno alle promesse, non ci rimanga lo scettro nelle mani, né la corona sul capo.

20. <...>

Ara del dio Giano, che fosti nostra camera, ora, divenuta nemica, sei fuggita dai nostri messi. La tua sorella Andria si è comportata con molta più prudenza: colei che viene lieta da noi non legge le nostre poesie. Perciò è rimasta l’ultima a non essere toccata da noi. Cosa che non capiterà a te, involta in molte spire: i pericoli altrui mostrano ciò da cui gli uomini fuggono. Ma tu, furiosa, cerchi solo le cose pessime che nuocciono. Certamente Barletta potrà ben esserti maestra, 10 a meno che Dio, avverso, non ti stia dal lato sinistro. Credo che tu abbia troppa fiducia, posta sull’alto monte. Non ti dico altro, perché sono intento ad altre cose da fare. Il mio ritorno ti mostrerà cos’è una grande offesa.

21. Poi venne a Benevento, che non lo volle accogliere. Espugnandola la prese con violenza e gettò in terra le sue mura e trattò male i suoi uomini, e andando via da lì scrisse così:

21.1. Città di Benevento, siano spianate le tue mura. D’ora in poi sarai sempre Malevento, da Benevento. Ciò che subisci meritatamente, ricorda di sopportarlo pazientemente.

22. Poi andò in Terra di Lavoro, e, avute Napoli, Aversa e Capua, anche tutto il regno fu restituito al suo impero. E anelando prendersi vendetta di Troia, tornò a espugnare quella città. Con l’aiuto di quelli della famiglia Damma sconfisse la città di Troia e la prese, e alcuni li fece mutilare, alcuni li fece impiccare, alcuni li fece decapitare, altri poi li fece accecare, ad altri ancora fece tagliare il naso, e altri li mandò in esilio, così che non potessero più tornare a Troia. Fece gettare a terra le mura della città e le case di tutti i nobili, tranne quelle dei Tancredi e dei Damma. Rese grandi onori e grazie ai probi uomini della famiglia dei Damma, per il fatto che avevano offerto il loro aiuto nel prendere la città. Poi fece spargere sale per tutta la città. Come aveva promesso, fece troncare la testa e la coda della stessa città e la privò di ogni onore e dignità.

23. Poi tornò indietro e, trovandosi presso Santa Croce de Portula, chiamati tutti a sé, indicando col dito Troia a quella gente, disse:

23.1. Ciò che Troia subisce, lo veda ora ogni fedele: ora, per il suo tradimento, sospira di voci lamentose. La superba resterà sempre corpo senza testa e sarà senza i piedi e le tronche mani. Colei che è senza giudizio rimarrà sempre salata. Questo dono l’abbia per Rainaldo e per Riccardo.

24. Dopo ciò, per timore e per l’esempio di Troia, tornata Ariano in suo potere, fece perire con crudele morte molti della stessa terra. Dopo ciò possedette in pace tutto il regno, fece sempre guerra con la Chiesa e trattò male il papa per tutti i giorni della sua vita.

Amen

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