date

1955

author

Scotellaro, Rocco

title

L'uva puttanella [V]: R. Scotellaro

summary

bibliography

  • Tutte le opere, a cura di F. Vitelli, G. Dell'Aquila, S. Martelli, Mondadori, Milano, 2019, pp. 448-451.

teibody

[V]

Era finita la guerra. Dopo le notti dei lampi rossi su Potenza, venne il giorno che tre apparecchi con la coda, bassi come aquiloni, tirarono le bombe sul tuppo della Serra; caddero come il tozzo di legna fa tremare le mura della vecchia casa, sicché il paese si vuotò, nel cielo della piazza rimase il ronzìo dei motori, quelli del mio vicinato del Monte si ricoverarono nelle grotte del Cinema per stare protetti. Corsi a cacciarli fuori, ordinai a mia madre di starsene in casa e lei non voleva saperne, ascoltava le mie parole che le suonavano aspre e condanna a morte in quel silenzio, era bianca in faccia, si girava su se stessa muovendo le mani nella strada per appoggiarsi a un palo che non trovava, era fuori di sé, affaccendata in una casa deserta. Mi ubbidì, ma diceva con la sua faccia: «ricordati, sei tu che mi fai morire».

La faccia che fece non me la scorderò, mi avrebbe scannato e intanto mi malediva come un tiranno: «Perché vuoi farmi morire snaturato?». Non era mia madre, era una lepre davanti allo schioppo, era un uccello in trappola.

La notte mi alzavo e aprivo il balcone, di giorno restavo insieme alle donne che spandevano i panni su Santa Croce ai piedi della Torre.

Così i camminanti, chi per vedere chi per comprare e chi per l’ospedale, arrivati vicino a Potenza dopo tutto il viaggio a piedi, si fermavano sotto le poche quercie, accanto ai macigni, sulla terra nera di carbone e svuotavano i fiaschi di vino assistendo alle scene dei razzi, delle bombe, delle luci – apri e chiudi – degli aerei.

Un fratello e una sorella, fatti di una creta nera nelle carni, così simili, adolescenti che con quel colore luminoso e nero nel volto parevano nudi, andavano per la prima volta in città accompagnati dalla zia, che stava lì e li aveva tratti con sé per festa, per affetto: “Venite a stare con me qualche giorno, venite a vedere Potenza”. Al rione Santa Maria c’erano le casette nuove, la scuola degli Allievi Ufficiali, ragazzi alti che passeggiavano impugnando la spada. Caddero le bombe, fu un temporale. I nipoti avevano guardato la città luccicante fino dal Cupolicchio, il monte boscoso a metà strada.

La città si vedeva sotto la luce di riflettore del sole.

«Tengono le luci a giorno?» domandò il nipote.

«Pare così» rispose la zia «faremo festa, la guerra è finita.» Ritornerà lo zio da sotto le armi, riavrà il cavallo della forestale, la sera ci porterà le lepri e gli uccelli.

Si vedevano Acerenza e Oppido da una parte e Albano, Trivigno, Brindisi: «Di chi sono quei camposanti?» chiedevano i nipoti, i paesi parevano o massi di roccia o, appunto, piccole cappelle addossate.

«Questa è Taverna arsa» disse la zia. «Possiamo bere due uova e riposarci.»

Era una masseria sulla rotabile con un ovile e una stalla scoperchiati. «Ci furono i briganti e l’appicciarono.»

O era per il fumo del focolare o per il fuoco dei briganti la casa abitata era nera entro e fuori come i forni. Uscirono i contadini con i figli piccoli, scalzi, ognuno col pane in mano. Arrivarono al fosso Rummolo sotto Vaglio, il paese era su, nel vallone scendevano le pietre, che forse cadendo dal paese avevano sfregiato le poche quercie brutte e vecchie. C’erano le pecore appese: «Di chi sono quelle?» domandavano i ragazzi. «Senza pastore?»

Si trovarono le prime persone dopo il bivio, gente che andava a Potenza vestita di velluto, con le galline in mano a capo sotto. I ragazzi li fecero salire su un asino. L’asino sudava battendo il muso per terra. All’interno o maggesi o ristoppie i pezzi di terra erano disseminati da tumuli di pietre. «Che sono quelli?» I contadini le raccolgono in un punto per liberare la terra.

Al torrente Tiera videro il Ponte nuovo che era come la giostra col suo arco parabolico. «Come si mantiene?» La zia rispose: «Avete visto? Quante ne inventano».

Proprio sul ponte c’era la fontanina per bere: i ragazzi scesero dall’asino, pestarono coi tacchi perché le gambe s’erano addormentate e per credere al miracolo del ponte.

Erano stanchi, la zia: «Vedete, la pianura di Betlemme, siamo a Potenza. I pioppi i gelsi gli orti. Cadde un apparecchio, là vicino, e morirono».

Loro non vedevano le case, le strade di asfalto, non ascoltavano la zia. Quando caddero le bombe ella li chiamava, ma quelli correvano all’impazzata: non li seppe trovare nessuno, tutte le macerie furono smosse, i pezzi di carne non erano i loro. Come se uno li avesse presi sotto il mantello per rubarli, fossero scappati con gli uccelli.

La zia andò alla scuola degli Allievi, in tutte le case, nella villa comunale, al tunnel del ricovero che trapanava da parte a parte la città sboccando a piazzetta Crispi. Tornò indietro, al Cimitero, alle fabbriche di laterizi, vicino all’Epitaffio, sotto quelle tettoie, dietro quegli alberi, andò al Museo, vi si trovavano proprio vicini nel momento: anche il Museo era stato colpito. Tumuli di pietre anche lì, e blocchi: avevano faccia e gambe e tutto da uomo e donna nudi, erano statue, qualcuna senza braccia o senza capo, il solo torso o una gamba sola, una in piedi, le altre distese morte. Poi venne fuori un uomo vero da una porta con un fazzoletto per pulire delle cose che aveva nell’altra mano. Era vecchio, le mani gli tremavano, i capelli lunghi di un Santo. La zia stava per inginocchiarsi e giungere le mani gridando “Fammi la grazia”. Era il direttore del Museo, che parlò. Seppe il fatto: «Non li ho visti, non sono passati di qua». Guardava questa visitatrice del suo museo con le braccia fermate sul grembo come le statuette delle dee madri greche. Metaponto, Heraclea, Grumentum, le rovine delle rovine, le reliquie e questa donna. Fece un discorso per conto suo. Chi contadino, scavando la terra, le avrebbe portato un osso?

«Ecco» si diceva scoprendo un piccolo bronzo che ripuliva col fazzoletto «questo è un giovinetto trovato sotto terra tra Vaglio e Cancellara. Sai chi è?».

L’Ercole giovinetto, respinge un serpente attorcigliato al suo piede, stringendolo col pugno sotto la testa. La testa del serpente alta sta per pungergli il muscolo del braccio...

«Sono stato sempre qui» disse il direttore «nessuno si è visto. Mi avrebbe fatto piacere. Ma si troveranno, si troveranno.»

La guerra era finita, si videro più donne a lutto: erano così più belle le donne vestite di nero.

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