date

1950

author

Maiuri, Amedeo

title

L’aratro urta le creste dei muri di Metaponto antica: A. Maiuri

summary

Ogni anno, quando il grano torna a verzicare, la linea degli edifici sepolti torna a rivelarsi dalla magrezza e dal pallore delle messi

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  • «Corriere della sera», 1950, p. 3.

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L’aratro urta le creste dei muri di Metaponto antica

Metaponto, ottobre.

La «Via Jonica» che correrà fra non molto, lungo tutto il litorale da Taranto a Reggio, mi conduce pianamente da Taranto a Metaponto. Fino al Bradano filari densi d’ippocastani, siepi di fichidindia, vigneti, uliveti e nuove masserie, in mezzo a un paesaggio d’una grandiosità maremmana, preannunciano il ritorno dell’uomo alla terra; perfino il vecchio fiume Táras, scavalcato da un ponte in ferro, sembra rassegnato, con i suoi preziosi tre metri cubi di portata al secondo, a fare il miracolo della trasformazione di qualche vecchio pascolo in orto e frutteto, mentre una larga fascia di pinastri, lungo le dune del litorale, dà alle gore che ristagnano fra le sabbie l’aspetto di laghetti d’un parco. Ma varcato appena il Bradano che segna il confine tra la Puglia e la Lucania, come lo segnava un tempo fra la Japigia e l’Enotria, fra i Dori di Taranto e gli Achei di Metaponto, non solo i campi mutano volto, ma il cielo, l’aria, il lido e i monti all’ingiro.

È la stagione più tremenda per rivedere Metaponto, quando, dopo la mietitura, tutto il piano non è che un immenso giallore fumigante e fuligginoso di stoppie arsicce e bruciate. La terra rinseccolita apre tutte le sue crepe; le strade tracciate dai solchi dei carretti che hanno le ruote altissime per cacciarsi impunemente nelle fangaie delle prime piogge d’autunno, si perdono tra i campi; due o tre grosse masserie, le stesse di un secolo fa, rompendo quel grigiore, sembrano su quella landa punti di ormeggio per un atterraggio di fortuna.

Eppure non si può dire che gli Achei tornando, come narrava in più semplice versione l’intricata leggenda del mito, dalla guerra di Troia sotto la guida del vecchio Nestore, il più saggio dei Greci, e sbarcati qui nel piano tra due fiumi, non avessero idee chiare su quello che doveva essere il destino della loro nuova città. Città frumentaria doveva essere, il granaio della Magna Grecia, e furono gli Achei dell’Elide a togliere per sé le più belle pianure della costa ionica e tirrena: Sibari, Metaponto, Paestum, le tre grandi città achee del piano, create su uno stesso stampo, poste tutte e tre a raccogliere le messi d’una grande pianura, allo sbocco di più o meno profonde valli del retroterra, e presso la foce di fiumi che servivano nel tempo stesso di difesa del territorio e di porto-canale. Coloro che fanno i Greci solo navigatori e mercanti di preziosi corredi, debbono ricredersi, i Greci qui vennero per bisogno di grano, di pane, e in questo paesaggio uniforme sconfinato, ove le brume e le nebbie ristagnano e nascondono spesso la linea dei monti, piantarono la loro città, incisero sulle loro prime monete incuse la spiga di grano, una bella spiga turgida, aristata, degna di figurare nelle mani di Demetra, e il primo dono che i nuovi coloni inviarono al santuario d’Apollo a Delfi, in segno di gratitudine e di devozione al culto del più nazionale dio della Grecia, fu un covone di spighe tutte d’oro; e il loro demone maligno fu Alybas,la cavalletta che falcia con le terribili branche e divora insaziata le spighe giù granite. Ancor oggi tutta la pianura fra il Bradano e il Basento è campo fecondo di messi: non ho potuto raccogliere una sola spiga dalle stoppie di Metaponto, ma la ricchezza del raccolto si desume dalla grandezza dei covoni di paglia.

Le «Tavole Paladine»

E sotto gli immensi covoni, le stoppie riarse, la sua messe di spighe dorate, è sepolta la vecchia città: l’aratro, più del piccone, scopre e ricopre ogni anno le coste dei muri, apre le zolle cretose impastate di terrecotte infrante, e ogni anno, quando il grano torna a verzicare dai solchi, la linea degli edifici, la forma dell’agorà, il perimetro delle mura tornano a rivelarsi dalla magrezza e dal pallore delle messi.

Ma Metaponto vive soprattutto nelle colonne del suo tempio superstite, le sole colonne diritte che, insieme con quella di Hera Lacinia a Crotone, sopravvivono alla miseranda rovina delle città della costa ionica. E qui almeno la distruzione fu più pietosa: han divelto tutti i blocchi della platea e della cella per i muri di qualche masseria, ed hanno lasciato come inutili le colonne. Così le due ali del tempio, una quasi intera, l’altra mozza, vi vengono incontro appena varcato il Bradano, su una piccola altura che forma naturale baluardo sul fiume. Era un santuario dei sobborghi della città, dedicato quasi certamente ad Hera, posto al confine del territorio con la temuta Taranto, sì da far pensare che i metapontini intendessero affidare alla dea la sacra difesa della loro terra. E forse la leggenda che ha dato a quelle colonne lo strano nome di «Tavole Paladine», una poetica leggenda creata dalla gente lucana che è venuta dai monti a mietere e a morire tra le spighe di Metaponto, le ha salvate. Cosa potevano essere quei fusti solitari di pietra se non i piedi di una gran tavola a cui si assidevano imperatori e cavalieri dalle membra giganti?

È stato tolto fortunatamente il muro cimiteriale che qualche troppo zelante conservatore aveva fatto costruire all’intono, e oggi le «Tavole Paladine», difese da un fosso e da un vallo, si profilano liberamente nel cielo di Metaponto.

Nessuna colonna eretta segna invece il tempio di Apollo Licéo che s’innalzava nel cuore della città, nel bel mezzo dell’agorà, sicché lo scoprimmo a fatica, infossato tra la carraia e i solchi delle stoppie. La fossa serra le rovine con i blocchi accatastati e rovesci così come, dopo i primi scavi del Duca di Luynes, li lasciarono gli ultimi saggi del Lacava che non pochi ne asportò e murò nella vicina masseria. Era forse il maggiore tempio di Metaponto, ed è il tempio da cui, più di un secolo fa, apparvero fulgenti di colore e mirabili di plastica vigoria le prime gronde fittili a testa di leone che, portate ai Musei di Napoli e di Parigi, rivelarono, prima degli scavi dell’Orsi in Sicilia e Magna Grecia, quale vitale elemento fosse per l’architettura del tempio greco quel lussuoso e fragile rivestimento di terrecotte policrome. Ma se tristi apparivano le rovine entro la fossa in mezzo a quel grigiore di stoppie, testi e iscrizioni ce ne danno sicura l’attribuzione ad Apollo Licéo , il dio solare che doveva fugare con le sue frecce d’oro dalle spighe mature le fumide nebbie e le locuste fameliche, e il dio oracolare presso il cui santuario, stando al racconto di Erodoto, il pitagorico Aristeas aveva piantato un lauro di bronzo, le cui foglie vibrando profferivano chiara la volontà del nume.

Un nome crucciato

Invece dei lauri trovammo lungo le prode del fossato una selva di cardi giganti che con i loro aculei ci preclusero il cammino; e quando finalmente scoprimmo un varco di discesa, il nume irato ci lanciò invece di auree frecce, uno sciame di vespe che ci punzecchiarono a dovere, cosicché si dové correre alla masseria vicina per un medicamento di fortuna, forse non diverso da quello che dovè essere usato dalla scuola medica di Alcmeone di Crotone: uno spicchio di aglio strizzato sulla bolla della puntura. Così enfiati e agliacei varcammo la soglia del tempio. Ma tra cardi, vespe e fetido aglio più difficile mi fu immaginare la scena che narra Atenéo della cortigiana Farsalia, quando, vestita forse della sola corona d’oro che un suo incauto amante aveva sottratta al santuario di Delfi, osò, diademata di quel sacrilego dono, danzare qui innanzi all’ara del dio. E quella volta l’ira d’Apollo fu tremenda; gli astanti o spinti dal cieco impeto di Venere o, come qualcuno maliziosamente suppose, dal desiderio di quel monile d’oro, sbranarono come Baccanti in furore il corpo della bellissima donna. Grati ad Apollo d’averci risparmiato più grave pena, dopo aver fatto solenne voto di scoprire l’ara ancora sepolta del nume e di piantarvi (indegni epigoni per millenarie rinascite del pitagorico Aristeas) un lauro che, cresciuto in altezza, segnasse, in luogo delle mozze colonne, il tempio di Apollo Licéo, risalimmo le prode del fosso così strenuamente difese da un nome crucciato.

Ma per misurare la desolazione dell’agro metapontino e il distacco, stavo per dire, il baratro, che si è creato fra la spenta città del piano e i popolosi paesi di Lucania annidati sui monti, non c’è che risalire per la valle del Bradano a Matera lungo la nuova via pedemontana che abbrevia il vecchio percorso per Bernalda. Si passa a traverso i fuochi delle stoppie tra un puzzo di arsiccio che vi prende alla gola, in una caligine opprimente senza ombra di alberi e senza un viandante: le poche masserie sono troppo alte e discoste per pensare a un ricovero di fortuna e si guarda con apprensione il manometro e si ascolta con ansietà il respiro del motore e, finalmente, quando vi appare in quella solitudine di via carovaniera Montescaglioso erto su un pinnacolo di monte come un castello incantato, abbiam dovuto aguzzare gli occhi per riconoscere le mura e le case in quella luce roggia di terra e di cielo. E una volta raggiunto quell’incandescente miraggio, non riuscivamo negli infiniti ravvolgimenti della strada a starcene più e a infilare la via di Matera per posare finalmente gli occhi dolenti sulle siepi di verde, sugli ulivi e i mandorli di cui ci sembrava di aver perduto ogni conoscenza.

E la vista di Matera con le case, le grotte d’abitazione, le strade passanti sui tetti, disposta a girone nell’imbuto roccioso del monte, mentre in alto su quel gurgite di case sfavillava la facciata della cattedrale, mi apparve come la sintesi di quei due mondi non ancora riconciliati: i Greci del piano, i Lucani del monte. C’era gran festa d’un santo patrono quel giorno con processione, musiche, luminarie e offerte votive, e non potei fare a meno di pensare che quando quella riconciliazione avverrà, il primo Santo che scenderà dai monti nella piana di Metaponto, avrà anch’esso l’offerta d’un fascetto di spighe d’oro.

Amedeo Maiuri

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