GLI ARCHEOLOGI INDAGANO SULLA FINE DELLA MAGNA GRECIA
DAL NOSTRO INVIATO SPECIALE
Potenza, marzo.
Che cosa cerca il professore Adamesteanu in Lucania? Adamesteanu è di origine romena, era a Roma quando scoppiò la guerra, e in Italia è rimasto, sedotto dai cocci protoitalici.
È sovrintendente alle antichità della Lucania da oltre due anni. Prima per un decennio aveva rovistato nel territorio intorno a Gela, in Sicilia. Se l’è voluto lui, poi, il posto a Potenza. Che cosa cerca dunque Adamesteanu in Lucania? Cerca, e trova, oggetti come quello che ora è provvisoriamente sistemato accanto alla scrivania nel suo studio a Potenza. Un oggetto alto sottile: l’asta poggia su un treppiede costituito di tre unghioni di qualche uccello favoloso, sugli unghioni sono accovacciate tre pantere all’ombra di tre fiori di loto; in alto l’asta si apre in tre braccia a forma di serpente; in mezzo si leva una figura mitologica: piccola testa, petto largo che si restringe in basso, gambe muscolose in cerca di un equilibrio. Il bronzo verde smagliante, ripulito delle ultramillenarie incrostazioni. Che cos’è? Un candeliere di foggia mai vista. Se esiste qualcosa di simile sarà sottoterra, ma non c’è niente che gli somigli in nessun museo del mondo. Non è greco, non è etrusco: è arte protoitalica, anzi, per Adamesteanu, lucana.
L’ha trovato a Melfi, che è stata la sua grande scoperta di questi anni. Col candelabro sono usciti carri da guerra, vasellame, patere, elmi, una quantità immensa di oggetti di bronzo. È venuta la luce, maestosa e impensata, la grande arte del bronzo lucana. Dove lo lavoravano, dov’erano le fucine? Da qualche parte intorno a Melfi: bisognerà rintracciarle, le ricerche sono appena all’inizio.
Secoli di splendore
Insieme sono affiorati vasi etruschi, terrecotte pugliesi, ceramiche greche: Melfi fu dunque, nei secoli che precedettero l’espansione romana, un centro attivissimo di scambi e di produzione. Questo è il risultato delle nuovissime indagini che Adamesteanu conduce alla fine del 1964 sulla scorta di alcune note comparse il secolo scorso su certe pubblicazioni e quelle del professor Sestieri su Fasti archeologici nel 1957, e che tutti avevano dimenticato. Furono secoli di splendore per Melfi, il cui territorio comunicava con lo Jonio tramite le vallate del Bradano e del Basentello, con l’Adriatico tramite quella dell’Ofanto, e col territorio etrusco e il Tirreno tramite il Temete, affluente del Sele. Il caso di Melfi non è il solo: l’osservazione aerea ha permesso all’archeologo di individuare almeno altri due centri altrettanto importanti quanti Melfi, se non così estesi, sui quali ancora deve calare il piccone dei ricercatori: Quercia di Annibale e Leonessa, ambedue sulle rive dell’Ofanto.
Tutta la zona fu fiorente di attività e scambi: la decadenza di Melfi cominciò con l’occupazione romana, si concluse intorno al II secolo d. C. Poi il centro ebbe un’altra vita, coi Normanni nell’XI secolo; ma quella che aveva conosciuto almeno 1500 anni prima parve morta e sprofondata in un irrecuperabile passato. Che significato può avere tutto ciò? Riassumerò brevemente quel che dice il professor Adamesteanu.
Pirati e malaria
L’altro perno intorno al quale ruotano le sue ricerche è Metaponto, la grande splendida colonia greca sullo Jonio e della quale solo ora si comincia ad avere qualche precisa notizia. Si cerca di capire i rapporti che potè avere col retroterra. La penetrazione greca procedette dalla costa all’interno lungo le grandi vallate dei fiumi, come il Bradano e il Basento, e non fu facile, perché all’interno resisteva, aveva una cultura, una organizzazione sociale, strutture cittadine particolari e già antichissime ed evolute, come provano i risultati degli scavi. Ma fu l’arte, fu la tecnica dei greci che poi prevalse. Questo fino al VI secolo. poi – e questo è il fenomeno che Adamesteanu dice di avere constatato anche in Sicilia, a Gela – la parola passa agli indigeni, che hanno assimilato la cultura greca, l’hanno adeguata alla propria civiltà: e nel V e soprattutto nel IV secolo l’interno ellenizzato si impone sulla costa. È interessante rilevare che tutto ciò si verifica in Lucania, in Calabria, anche in Sicilia, ma non nelle Puglie: gli uomini delle pianure pugliesi furono, a differenza di quelli delle montagne lucane e calabresi, impenetrabili alla ellenizzazione. Dovettero essere secoli splendenti per la Lucania quelli che dalla seconda metà del 700 a. C. scendono al 300 a. C., e i risultati degli scavi di Melfi ne sono un indizio. Ma poi, che cosa accadde? Questo grande enigma, la fine della Magna Grecia, la rovina delle splendide città, le coste deserte, la morte di quella civiltà marinara che è alla radice del mondo occidentale, come si risolve? Il quesito si ripropone a chiunque viaggi nelle nostre regioni meridionali: le popolazioni ritirate sulle montagne, accanitamente arroccate sì che ci vogliono mille seduzioni per farle scendere a riva, come mai? Il caso stupefacente di Matera – a parte ogni considerazione sul piano sociale – migliaia d’anni di immobilità tra i «sassi»: che cosa ci può dire?
Adamesteanu lo spiega con l’isolamento della regione, e spiega l’abbandono delle fertili pianure della costa coi pirati e soprattutto con la malaria: «Arrivò nel terzo secolo la malaria, dopo la spedizione nelle Indie, - dice – ed è in questo secolo che nelle necropoli si moltiplicano le tombe dei bambini». Ma Ippocrate parlava della malaria già nel quinto secolo. La quartana non aveva impedito l’erezione nel VI secolo del grande tempio di Apollo a Metaponto, che il professor Adamesteanu sogna anche quando gli capita in automobile di sonnecchiare per un attimo. Si viaggiava verso Eboli, ebbe un soprassalto a una curva. Si stropicciò gli occhi: «Lo vedevo venire su, - borbottò – bianco, sfolgorante». Un sogno che non si avverrà mai: di quel tempio restano pochi frammenti in un terreno che per ultimi hanno sconvolto gli aratri meccanici.