
Cartulario Ruffo
Edizione digitale
Il primo cartulario Ruffo. Forme della memoria, linguaggi del potere e costruzione della signoria (1250-1350)
1. La formazione del fondo e le operazioni di tutela
Nel 1947 il conte Luigi Ruffo di Guardia Lombarda, accogliendo l’appello di Riccardo Filangeri – impegnato in quegli anni nella ricostruzione della perduta Cancelleria angioina e aragonese – donò al Grande Archivio napoletano il consistente complesso documentario appartenuto al ramo Ruffo dei principi di Scilla (Filangeri 1948; Mazzoleni 1987). Il versamento, per quantità e qualità dei materiali, costituisce un nodo fondamentale non solo per la storia istituzionale del Regno, ma anche per la conoscenza della documentazione feudale, dei meccanismi di gestione patrimoniale e delle strutture della nobiltà meridionale tra età medievale e moderna.
A questo primo momento fece seguito un’intensa stagione di studio e di recupero. Jole Mazzoleni, in un contributo del 1947, offrì la prima ricognizione sintetica del fondo (Mazzoleni 1948). Pochi anni dopo, Emilio Gentile venne incaricato delle operazioni di risanamento materiale, necessarie per la conservazione di documenti profondamente deteriorati dall’umidità e dall’usura del tempo. La fase successiva, dedicata alla catalogazione sistematica, fu condotta con la collaborazione dell’archivista Domenico Rodia. La vera svolta avvenne con l’inventariazione complessiva curata da Renata Orefice per incarico di Filangeri e pubblicata nella collana della Deputazione di Storia Patria per la Calabria diretta da Ernesto Pontieri: un’opera che, pur sintetica, rimane un modello per chiarezza metodologica e rigore descrittivo (Orefice 1963).
2. La struttura del fondo e gli strumenti della memoria familiare
L’inventario realizzato da Orefice evidenzia un archivio suddiviso in nove sezioni omogenee, ordinate secondo criteri di provenienza e funzione. Un’eccezione significativa è rappresentata dal cosiddetto Diplomatico Ruffo, la cui vicenda archivistica – complessa e frammentaria – ne ritardò la pubblicazione fino al lavoro approfondito condotto da Carolina Belli quarant’anni più tardi (Belli 2017).
Tra le tipologie più rilevanti figurano cartulari di lignaggio, genealogie, platee, inventari e sillogi di regesti: materiali che svolgono una funzione essenziale nella ricostruzione della storia familiare, soprattutto quando le dispersioni archivistiche o le fratture dinastiche hanno compromesso la sopravvivenza degli originali. La varietà di questi strumenti, prodotti lungo un arco cronologico esteso, permette di compensare le lacune dovute alla vulnerabilità degli archivi signorili e alla mobilità delle famiglie nobiliari (Orefice 1963).
3. Il cartulario Ruffo: quadro storico e potenzialità della fonte
All’interno del fondo, il presente studio concentra l’attenzione sul Cartulario Ruffo, che copre l’arco cronologico compreso tra il 1250 e il 1350. Tale scelta risponde alla volontà di indagare un secolo cruciale per la storia della Calabria, segnato da profonde discontinuità politiche e da una forte ristrutturazione dei poteri territoriali.
In questi decenni si collocano la crisi seguita alla morte di Federico II, le lotte di successione – culminate nell’uccisione di Pietro I Ruffo nel 1255 per mano di un sicario legato a Manfredi Lancia – il lungo confronto tra svevi e angioini e la frattura mediterranea del Vespro (1282-1302), le cui ripercussioni si protrassero ben oltre la pace di Catania del 1347 (Pontieri 1963, Epifanio 1936). Il cartulario consente dunque di cogliere, attraverso la lente dell’esperienza Ruffo, le strategie feudali e matrimoniali adottate per mantenere continuità e consenso, le forme di controllo del rapporto terra-uomini e i processi di consolidamento del potere signorile in un contesto in costante trasformazione (Macchione 2017, Pollastri 2001, Pollastri 2011, Pollastri 2021; Russo 2021).
4. La natura della trascrizione: copia, memoria e potere
Da un punto di vista formale, il cartulario costituisce una fonte di eccezionale interesse. Pur trattandosi di una trascrizione sette-ottocentesca, gli studi condotti sul Diplomatico hanno escluso manipolazioni sistematiche: soltanto due documenti risultano contraffatti, come rilevato da Pietro De Leo (De Leo 1988). La silloge deve dunque essere considerata, sotto il profilo storico-giuridico, un corpus equiparabile agli originali, in quanto la trascrizione risponde a precise finalità politiche e patrimoniali.
La transumptio non è infatti un semplice gesto compilativo, ma un’azione che codifica i munimina in un insieme coerente, ne garantisce l’utilizzabilità in sede giudiziaria e amministrativa e, soprattutto, salvaguarda la memoria del casato contro la dispersione archivistica. Nel solco della tradizione scrittoria medievale, la copia non riproduce soltanto l’originale: lo “riattiva”, ne rinnova l’efficacia legale e ne potenzia la valenza simbolica.
La selezione e l’ordinamento della documentazione assumono così un significato identitario: cristallizzare privilegi, lettere regie e atti feudali significa ancorare il presente al passato e trasformare la memoria familiare in fondamento giuridico della signoria territoriale. Tale operazione introduce, tuttavia, una dimensione interpretativa, poiché ogni copia è anche una mediazione. La traduzione dal greco al latino dei documenti più antichi comporta slittamenti semantici e rimodulazioni concettuali, facendo del cartulario uno spazio attivo di costruzione della memoria.
5. Caratteri materiali e storia redazionale
Il registro si presenta come un volume in folio di 142 carte, numerate al recto e rilegate in pergamena. Il testo è redatto in una elegante grafia umanistica ricca di abbreviazioni. La sua realizzazione, collocabile tra la fine del XVIII e la prima metà del XIX secolo, si inserisce nella riorganizzazione dell’Archivio domestico promossa dal conte di Sinopoli in un contesto segnato dalle riforme francesi e dalle minacce alle proprietà baronali.
La copia, affidata a un notaio identificabile nel Giustinus che firma gli allegati di consegna, si articola in tre distinti “versamenti”: dapprima i documenti tra il 1250 e il 1330, poi dal 1331 al 1346 e, infine, dal 1347 al 1356. La consegna definitiva delle 136 trascrizioni e degli indici avvenne il 2 settembre 1853, ma una nota al f. 142v (“Il fine 1842”) attesta una fase successiva di revisione e integrazione, confermata da biglietti contenenti istruzioni per perfezionare la distribuzione cronologica.
Il contenuto del cartulario documenta la rapida ascesa dei Ruffo, capaci di strutturare una signoria estesa dalle vallate dell’Amendolea e del Tuccio ai contrafforti dell’Aspromonte, fino al Tirreno (Scilla, Bagnara) e allo Ionio (Gerace, Bovalino). Questa espansione, avviata in età sveva, fu riconosciuta dai primi angioini (Carlo I e Carlo II) e culminò con la trasformazione del dominio in contea sotto Roberto d’Angiò.
Il cartulario conserva cento documenti, che diventano 141 considerando gli inserti inglobati nei transunti. Ben ventiquattro atti costituiscono un fascicolo a parte, relativo al monastero greco di San Bartolomeo di Trigona, escluso dalla presente edizione; ulteriori sedici non sono stati impiegati nella marcatura e, al momento, esclusi dall'edizione. La ricerca si concentra dunque su un campione di 101 documenti pubblici e privati. Di essi, il 27% appartiene alla tipologia pubblica (1 privilegio imperiale, 2 bolle pontificie di cui una falsa, 12 documenti regi e ducali, 11 lettere regie, 1 apodissa), mentre il restante 73% è costituito da atti notarili.
6. I linguaggi del potere: dalla razionalità sveva alla relazionalità angioina
Tale edizione è preparatoria ad uno studio più ampio che tende ad analizzare l’evoluzione del linguaggio del potere tra la fine dell’età sveva e la metà del XIV secolo, cogliendo, attraverso la lente del cartulario Ruffo, le fasi di una trasformazione profonda: dal modello imperiale universalistico – fondato sulla base dell’ordine teologico, sulla continuità del diritto romano, sulla consapevolezza di dover guidare l'umanità – al modello monarchico-feudale, centrato sulla persona di un re emanazione della Chiesa di Roma, sulla sua capacità concessiva e sulla sua funzione misericordiosa.
Nel cartulario Ruffo sono, in particolare, le arenghe a rappresentare un osservatorio privilegiato di questo processo: in esse, infatti, è possibile cogliere i mutamenti semantici, simbolici e ideologici che accompagnano il passaggio tra l'età sveva e quella angioina.