
I percorsi letterari della Calabria. La novellistica
date
1550-1553
author
title
Melfi (Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, II 4)
summary
bibliography
- Giovan Francesco Straparola, Le piacevoli notti, a cura di Donato Pirovano, Roma, Salerno Editrice, 2000
teibody
Notte Seconda, favola IV
[1] Il demonio, sentendo i mariti che si lamentano delle loro mogli, prende Silvia Ballastro per moglie e Gasparino Boncio per compare dell’anello: e non potendo con la moglie vivere, si parte ed entra nel corpo del Duca di Melfi, e Gasparino suo compare fuori lo scaccia.
[2] La leggerezza e poco senno che oggi si trova nella maggior parte delle donne, parlando tuttavia di quelle che senza considerazione alcuna si lasciano abbarbagliare gli occhi dell’intelletto e cercano di adempire ogni suo sfrenato desiderio, mi dà cagione che io racconti a questa orrevole compagnia una favola non più per lo adietro intesa, la quale quantunque breve e mal composta sia, pur spero darà alcuno ammaestramento a voi donne di non essere così moleste nell’avenire a’ mariti vostri come siete state finora. E se io sarò mordace, non accusate me, che a tutte voi minimo servitore sono, ma incolpate la Signora nostra che mi ha lasciata la briglia che io possi, sì come ancor voi udito avete, raccontare quello che più m’aggrada.
[3] Già gran tempo fa, graziose donne, che avendo il demonio presentite le gravi querele che facevano i mariti contra le loro mogli, determinò di maritarsi. E presa la forma d’un leggiadro e polito giovane, e de denari e de poderi accomodato molto, Pangrazio Stornello per nome si fece chiamare. E sparsa la fama fuori per tutta la città, vennero molti sensali, i quali gli offerivano donne bellissime e con molta dote e tra le altre gli fu proposta una nobile e gentil donna di somma bellezza, Silvia Ballastro per nome chiamata, la quale al demonio molto piacendo, per moglie diletta la prese. Quivi furono le nozze grandissime e pompose, e molti parenti e amici da l’una e l’altra parte furono invitati; e venuto il giorno di sposarla, tolse per compare dell’anello un messer Gasparino da ca’ Boncio, e finite le solenni e sontuose nozze, condusse la sua diletta Silvia a casa.
[4] Non passorono molti giorni, che ’l demonio le disse: - Silvia, moglie mia, più che me stesso da me amata, tu puoi agevolmente comprendere quanto cordialissimamente ti ami, e questo l’hai potuto vedere per molti effetti. Essendo adunque così come veramente è, tu mi concederai una grazia, la quale e a te sarà facillima e a me di sommo contento. La grazia che io ti dimando è che tu ad ora m’addimandi tutto quello che imaginare si può, sì di vestimenta come di perle, gioie ed altre cose che a donna possino appartenere, perciò che deliberai, per l’amore ch’io ti porto, di contentarti di tutto ciò che mi addimanderai, se ben valesse un stato, con questa però condizione, che nell’avenire tu non abbi a molestarmi per tal cagione, ma che queste cose ti siano bastevoli per tutto il tempo della vita tua, né altro cercherai da me, perché altro non averai -.
[5] Silvia, tolto il termine di rispondere al marito, se n’andò alla madre che Anastasia si dimandava, e perché era alquanto vecchia, era parimente astuta, e le raccontò ciò che ’l marito detto le aveva, e chiesele consiglio quello addimandare dovesse. La madre, sagace e saputa molto, intesa la proposta, prese la penna in mano e scrisse tante cose, che una lingua in un giorno intiero non sarebbe bastevole la minima parte a raccontare, e disse alla figliuola:
- Ritorna a casa, e dí al tuo marito che ti faccia tutto quello che si trova scritto in questa carta, che rimarrai contenta -.
[6] Silvia, partitasi dalla madre e andatasene a casa, s’appresentò al marito e chiesegli tanto quanto nella scritta si conteneva. Pangrazio, letta la scritta e ben considerata, disse alla moglie:
- Silvia, guata bene che non ci manchi cosa alcuna, acciò che poi non ti lamenti di me, perciò che ti fo sapere che, se tu poi mi chiederai cosa veruna, quella da me al tutto ti fia negata, né ti valeranno i pietosi preghi né le calde lagrime. Pensa adunque ai casi tuoi, e guatta bene se nulla ci manca -.
[7] Silvia non sapendo altro che addimandare, disse che si contentava di quanto nella scritta si conteneva, e che mai più altra cosa non gli addimanderebbe. Il demonio le fece molte vestimenta lavorate a compassi di grossissime perle e preciose gioie, e diverse altre ricche robbe, le più belle e le più care che mai fusseno state vedute d’alcuno. Appresso questo le diede reti di perle, anella e cinture e altre cose assai, e molto più che nella scritta si conteneva. Il che sarebbe impossibile a raccontare. Silvia, che era sì ben vestita e sì ben adornata che non vi era altra donna nella città che se·le potesse agguagliare, stava tutta allegra, né aveva bisogno di addimandare cosa alcuna al marito, perché nulla per giudizio suo le mancava.
[8] Avenne che nella città si preparava una solenne e magnifica festa, alla quale furono invitate tutte le famose e orrevoli donne che si trovassino, e tra le altre fu anche invitata la signora Silvia per esser nobile, bella e delle maggiori. Laonde le donne mutorono e’ portamenti e a nuove fogge non piú usate, anzi lascive molto, si diedero; e i loro vestimenti erano sì differenti da’ primi che nulla si assimigliavano. E beata colei, come al presente si usa, che poteva trovar abito e portamento per l’adietro non più usato, acciò che più pomposamente onorasse la solenne festa. Ciascheduna donna a più potere s’ingegnava di avanzare le altre in ritrovare nuove e disdicevoli pompe. [9] Alle orecchie di Silvia era già pervenuto come le matrone della città facevano varie fogge di vestimenta per onorare la superba festa. Onde s’imaginò che quelle vestimenta che ella aveva non fussero più buone né al proposito suo, perché erano fatte all’antica, ed ora si usavano vestimenta di altra maniera. Il perché ella entrò in sì fiera e sì spiacevole malinconia e cordoglio, che né mangiare né dormire non poteva, e per casa non si udivano se non sospiri e lamenti, i quali discendevano dalle infime parti dell’addolorato cuore. [10] Il demonio, che quello che la moglie aveva apertamente sapeva, finse di nulla sapere, e accostatosi a lei, disse:
- Silvia, che hai tu, che sì mesta e dolorosa mi pari? Non vuoi ancor tu andartene a questa solenne e pomposa festa? -
Silvia, vedendosi aver campo largo di rispondere, prese alquanto d’ardire, e disse:
- E come volete voi, marito mio, che io vi vadi? Le vestimenta mie sono tutte all’antica, e non sono come quelle che oggi dì le altre donne usano. Volete voi che io sia delegiata e beffata? Veramente nol credo -.
Disse allora il demonio:
- Non ti ho fatto io ciò che per tutto il tempo della vita tua ti faceva bisogno? E come ora mi addimandi cosa alcuna? -
Ed ella di tal guisa vestimenta non avere rispondeva, ramaricandosi molto della sua mala sorte. Disse il demonio: ù
- Or va, e questo ti sia per sempre, e addimandami tutto ciò che vuoi, che per questa fiata da me ti fia concesso. E se piú nell’avenire cosa alcuna m’addimanderai, tieni per certo che ti averrà cosa che ti sarà di sommo scontento -.
E tutta allegra Silvia li richiese infinite cose che malagevol cosa sarebbe raccontarle a punto a punto. Ed il demonio senza dimoranza alcuna la sfrenata voglia della moglie affatto adempí.
[11] Non passorono molti mesi che le donne cominciorono far nuove guise de abiti de’ quali Silvia vedeasi priva. E perché ella non poteva comparere tra le altre donne che avevano fogge sopra fogge, ancor ch’ella fusse riccamente vestita e di molte gioie oltre modo addobbata, molto sospesa e di trista voglia ci stava, né dire cosa alcuna al marito ardiva, perciò che già due volte egli l’aveva accontentata di tutto quello che addimandare si poteva. Pur il demonio, veggendola stare sì malinconiosa e sapendo la causa, ma fingendo di non saperla, disse:
- Che ti senti tu, Silvia mia, che sì trista e sì di mala voglia ti veggio? -
A cui arditamente Silvia rispose:
- Non debbo io contristarmi e star di mala voglia? Senza abiti che oggi dì usano le donne mi trovo, né posso comparer tra l’altre donne, che derisa e beffata non sia. Il che a l’uno e l’altro di noi è vituperevole molto. E la servitù che ho con esso voi, essendovi sempre stata fedele e reale, non merita cotale ignominia e vergogna -.
[12] Allora il demonio, tutto d’ira acceso, disse:
- In che io mai mancato ti sono? Non ti ho già due fiate accontentata di tutto quello che addimandare si puole? Di che ti lamenti di me? Io non so più che farti. Io voglio accontentare il tuo disordinato appetito, e tanto lontano andaròmmene che piú di me non sentirai novella alcuna -.
[13] E fattile molti drappi alla foggia che allora si usavano, e sodisfatala del tutto, da lei senza tuor commiato alcuno, si partí e a
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