NOVELLA XI
ARGOMENTO
Joanni Tomese per gelosia mena la moglie fuori di casa in uomo travestita: un cavaliere suo amante con un sottilissimo tratto in presenza del compagno carnalmente la conosce: il marito con furia ne torna la moglie a casa: il fatto si divolga; e Joanni morendone di dolore, la moglie si rimarita e gode.
ALLO ILLUSTRISSIMO PRINCIPE DON FEDERICO D’ARAGONA, REGIO SECONDOGENITO
ESORDIO
Alla proposta materia adunque venendo dico che nel tempo deli'illustrissimo mio signore duca Filippo Maria de’ Visconti fu in Milano un leggiadro e nobile cavaliere, per nome detto messer Ambrosio de l’Andriani, giovine, ricco, bello, e costumato. Costui per generosità del suo peregrino spirito desideroso veder gli ordini e gesti dei Principi cristiani, avendo molte parti e dentro e fuori d’Italia ricercate, e sentendo finalmente le gran magnificentie e triunfi che la immortal memoria de Alfonso Re tuo avolo de continuo in la città di Napoli faceva, si deliberò del tutto de quelli anco vedendo al suo desiderio satisfare; e postosi mille fiorini in borsa, e de cavalli, e de famigli, e digni vestimenti guarnitosi, a Napoli se condusse. Ove viste tante degnissime parti, e singulari circustantie de la città, giudicò seco medesimo che la sua presentia non avea la sentita fama in parte alcuna diminuita; per la qual cagione, e per la prima che condotto lo avea, propose ivi godendo e dandosi bel tempo, finché la portate moneta gli bastava, dimorare. E domesticatosi con alcuni gentiluomini di Capuana, e menato da quelli tal ora e per feste, chiese e giostre dove molte caterve di donne se radunavano, le quali ben considerate, con suoi compagni disse, che le donne napolitane al suo giudicio, erano più di presenza di grazia e di donnesco valore fornite, che de soperchia bellezza copiose. Era tra detti ragionamenti un giovine, e de' soi più cari compagni, ommaso Caracciolo nominato, il quale affermando che il cavaliere dicea il vero, soggiungendo disse: «Se la tua sorte il vedere de una giovenetta de Nola moglie de un calzolaio chiamato Joannì Tornese te concedesse, io non dubito, secondo che da altri ho già sentito, che quella essere la più bella donna che per l’Italia abbi veduta ancora confesseresti; ma ciò mi pare quasi impossibile, attento che el marito e per la sua inaudita gelosia, e per essere stato posto in sospetto che il signor Duca di Calabria sol per la fama di tante bellezze cerca ponerli la prova addosso, la tiene in manera rinchiusa che persona alcuna per congiunta che sia la può mai vedere; nè pure se ne fida; e se è vero quel che da una sua vicina mia dimestica mi è stato per fermo ricontato, che non so se io mel creda, udirete una cosa strana, che per non lassarla senza di lui in casa de continuo la mena seco in ogni parte ove egli vada in uomo travestita, e così traendosi da sospetto godendo si dà il più bel tempo di populano di questa nostra terra; onde se tu vorrai voglio che andiamo a fare prova di vederla». E senza altra replica insieme avviatisi alla poteca del calzolaio si condusseno, e quivi gionti disse Tommaso: «Maestro, avete voi alcun paio di scarpe polite per Messer Ambrosio?» Il quale, «Maisi, rispose, al piacer vostro». E fatto intrare il cavaliere, e in un banchetto assentatolo, a calzarlo incominciò. Tommaso che prolungar tempo cercava, voltatosi a loro gli disse: «Or via io andarò per una mia faccenda qui appresso, mentre che voi a calzar vi ponete». E con tale scusa partitosi lassoe che il maestro a calzare incominciava. E stando col capo chinato come a tal esercitio si richiede, e Messer Ambrosio col viso elevato, e volgendolo per ogni lato, come quel che tutti i suoi pensieri in veder la belladonna aveva dirizzati, avvenne per sua gran ventura che fissando gli occhi per un piccolo cataratto, vide la donna che giù in poteca mirandolo stava, e avendo spazio de ottimamente raffigurarla miratala molto bene, e finalmente viste e considerate le sue care e inestimabili bellezze che nel volto dimostrava, gli parve di gran lunga di maggiore eccellenza e formosità adorna che il suo Tommaso riferito non gli aveva: e così per la lunga dimora che el maestro in ben calzarlo facea gli fu non solamente di ben mirarla concesso, ma etiandio farla con amorevoli e dolci segni accorta come del suo amore infinitamente ardea. La giovene che prudentissima era, cognoscendo che per la extrema cautela del marito non l'avrebbe in niun atto possuto satisfare, ancora che d'essere al leggiadro cavaliere piaciuta sommamente li fosse caro, si deliberò non dimostrargli alcun segno di benevolentia o gratiosa risposta. E in tal forma finito il calzare, e lo cavaliere a doppio il maestro pagato, con lieta fronte gli disse: «In verità mai portai scarpe che al mio giudicio me dicessero tanto bene: e però fate ne abbia ogni dì un paio, ed io vi pagherò sempre a tal pregio». Il maestro lietissimo di sua buona sorte, tenendosi a grandissima ventura lo essergli un si galante e magnanimo cavaliere in poteca arrivato, istimando da quello dover traere un gran profitto, rispose: «Sia con nome di Dio, e io v’imprometto servirvi de continuo meglio». Tornato intanto Riesser Ambrosio al suo Tommaso tutto godente, quanto la sua benigna fortuna nel suo cominciamento gli avesse concesso pontualmente gli ricontò, affermando aver colei il più famoso volto che alcun altro ne avesse visto mai, però che del resto non veduto perfetta sentenza donar non ne possea; pregandolo in somma che circa ciò gli fosse di ogni suo prudente consiglio liberale. Tommaso ancora che del tutto gliene fosse la speranza fuggita, nondimeno come singolare amico e volenteroso di servirlo, assottigliato dal canto suo ogni ingegno, senza punto nè de ragionamento nè de luogo partirsi, trascorsero insieme tutte le vie e modi che per ogni ferventissimo amante pensare si potessero; e in uno finalmente fermatisi proposero aspettare e luogo e tempo da posserlo con comodità mandare in effetto. E seguitando de continuo il cavaliere ogni dì a comprar le scarpe al solito prezzo, avvenne che el maestro per più adescarlo incominciato a dirli assai del servitore, e alcune volte dietro un retretto della sua poteca convitarlo la matina con una leggeretta colazione, non poco fu cagione che il cavaliere di tali carezze si contentasse. Continuando dunque costoro nella cominciata amicitia, e venendo il dì de Santa Catarina, che le brigate andavano a Forniello, postosi il cavaliere dinanzi al Castello a passeggiare, però che quivi d’appresso alloggiava, deliberò vedere se Joanni Tornese a la delta festa si fosse con la moglie al sopradetto modo condotto; dove non molto dimorato , visto assai di longi Joan Tornese con un giovenetto scolare a braccio venir verso di lui, comprese subito esser quello che già aveva per conjectura estimato. Ed essendosi con loro per camino un specialissimo suo amico e compare accompagnato, e domandato chi lo giovine fusse, gli rispose , come a più altri aveva detto, che era un suo cognato de Nola studente in medicina per visitar sua sorella ivi venuto. E con tal ragionamento gionti ove passeggiava il cavaliere, e a quello fatto ognuno di barretta, lui da l’altro canto rendutoli el simigliante saluto, guardato fissolo scolare, e fermamente raffigurato esser quella che con summo desiderio aspettava, domandatoli con lieto volto ove andassero, li risposero che a Santa Catarina erano inviati. Messer Ambrosio cominciato a passeggiare con loro, per camino disse: «E ancora io stava per andarvi, e alcuno de’ mei famigli o altro conoscente così soletto aspettava che venisse in mia compagnia, ma non essendo alcun venuto io verrò con voi». E de brigata avviatisi, e gionti ove la festa se celebrava, essendo la molta calca de la gente, fu concesso al cavaliere tal volta strenger la mano al novo scolaro per farla accorta che la cognoscea, ed essendogli per la simile cifra risposto, come quella che ottimamente il cognoscea, parendogli che il pensiero riuscir gli dovesse ne fu oltre modo contento. Ed avendo da la matina per tempo de quanto per compimento del fatto fosse da fare e dire pienamente il suo oste informato, e similmente posti tutti i soi famigli in faccende che niuno se ne facesse insino al tardi vedere, aspettato con quelli fin che la festa fu finita , con loro medesimi verso la casa se ne ritornò; e gionti dinanzi lo suo albergo, preso Joanni per mano in cotal modo a dirgli cominciò: «Maestro mio caro, tante volte mi avete convitato e fatto onore in casa vostra, che mi pare assai conveniente cosa, ancora che io sia qui forestiero, che voi stamane con questi vostri compagni restate a far colatione con meco». Joanni che, come è detto, gelosissimo era, e che non manco degli uccelli che degli uomini temea, parutogli assai duro menar la moglie disnando per gli alberghi, ancora che avesse cambiato vestimento, avendo più volte repugnato e renunciato l’invito, costretto a l’ultimo a non turbar lo amico, spronato massimamente da le persuasioni e conforti del caro compare, ad accettar si condusse. E montati de brigata sopra una loggetta ove era la tavola posta e bene adornata, chiamato il cavaliere subito l’oste, e domandatolo dove fossero suoi famigli, gli rispose che per comprar biada e strame al mercato erano andati; del che fingendosi turbato disse: «Ancora che tutti fossero appiccati per la gola noi pur faremo i fatti nostri; fate voi che abbiamo a mangiare del buono». A cui l’oste, come già ordinato gli era, rispose: «Messere, qui non è cosa alcuna dilicata in ordine secondo voi vorreste». «Come no?, disse il cavaliere, «poltrone ribaldo, che mi vien voglia ista mane cavarti gli occhi; io dispesi qui oltre a ducento fiorini, e ora che ho menato meco questi miei amici, da li quali ho ricevuti mille onori, non ti vergogni dir che non hai niente?» L’ oste, tutto timido mostrandosi, «Non vi turbate, rispose, messere, che se qui fosse il Re in un un tratto sarete serviti». Il cavaliere voltatoglisi con furia gli disse: «Or va via, bestia che tu sei, e ponemi ad arrostire de’ miglior capponi che tu hai». Così l’oste partitosi per dare a ciò subito recapito, e rimaso il cavaliere più soffiando, era da coloro a patientia confortato, attento che in ogni caso non manco istima possea far di loro che di ottimi servitori. Il cavaliere ringraziatili disse: "Ei mi vien voglia, oltre lo fallir de l’oste, impiccare uno de’miei famegli come ritornano, avendomi lassato tutto di oggi così solo come vedete». Joanni che la trama non vedea, pure per umiliarlo e mostrategli volenteroso a compiacerlo, disse: «Volete voi nulla? che noi anche ne reputiamoesser de vostri famegli». Allo quale rispose: «Io vi ho per fratelli; ma io vorrei un poco di salsa del sinapo, che voi la nominate mostarda, senza la quale non potrei mangiar lo rosto stamane, e un mio fameglio sa ove si vende de avantaggiata e bona, e credo che sia in mercato vecchio, e non avendo chi mandare per essa non posso fare che contro i miei famegli non mi adiri». Joanni che pentito era de la fatta offerta, come colui che di lassar la moglie per tanto spazio insino al cuore doluto gli avrebbe, senza altrimenti offerire, a tacere se dispose. La qual cosa cognosciuto il cavaliere verso di lui rivoltosi disse: «Deh, maestro mio, non vi essendo molto grave vi prego pigliate tanto affanno di voi medesimo andare per questa salsa, che fra questo mezzo sarà in ordine il nostro desinare». Il poveretto Joanni pessimo contento parendoli inonesto el dinegare un si piccolo servitio, nè occorrendoli colorata cagione di menarsene la moglie in compagnia, non pensando in tal caso più salutifero remedio di quello del suo compare, al quale accostatosi e pianamente il suo scolaro ricomandatogli, preso uno scutellino, volando per la salsa se invioe. Il cavaliere vedutolo partito, voltatosi al guardiano, «Ohimè, disse, io ho scordato il migliore». «E che vi manca?» rispose. Disse il cavaliere: «Io avrei voluto qualche pomo arancio, e per la rabbia mi scordò dirlo a Joanni». Il quale rispose con vera fede: «Ancora io andarò spacciatamente a portarne, imperò che ne ho de le più belle del mondo in poteca, e pur ieri da Salerno me ne vennero». E di subito partitosi, e messer Ambrosio solo con la donna rimasto, secondo lo antiveduto suo pensiero, considerando non era tempo da perdere, presala per mano disse: «E tu messere il medico, tra questo mezzo intenderai de secreto una mia passione». E in camera tiratala, accostatala al letto con quella debole contraditione che sogliono fare tutte quelle che unicamente il desiderano, con velocissime ale fé’ un avantaggiato volo; il quale a pena fornito, tornato il compare con li aranci e trovata la camera serrata, sommamente di tale atto fra sè medesimo si maravigliò; e posto l’occhio per un pertuso, e visto che il cavaliere dopo il fatto se avea la giovene in braccio recata, e a quella molti secreti e dolci basi donava, el che non poco rencresciutogli, e con isdegnoso volto indrieto tiratosi, estimando il cavaliere, dal disonesto vizio assalito , avesse il bel scolare e a lui lasciato in guardia lascivamente cognosciuto, discesene all’ uscio; e Giovanni sopraggiunto, nè vedendo con lui la moglie, tutto stordito e fuor di sè, dove fosse lo scolare suo cognato subito il domandoe; al quale egli in tal modo rispose: «Volesse Iddio che mi avessi morsa la lingua istarnane quando il restarti qui te persuadetti, imperò che io ho persa la fede di questo cavaliere tuo tanto amico; e veramente di un uomo compito di ogni virtù che mi parea, io l’ho scoperto per un gran ribaldo». «Ohimè, disse Joanni, e che ce potè essere?» «Il malanno che Dio gli doni, rispose, imperò che avendone con quella medesima arte che mandò te me anco mandato per queste pome arance, al mio ritorno l’ho trovato con tuo cognato in camera riserrati, e per le fessure de l’uscio ho visto aver con quello usato non altramente che se fosse una bella e vaga giovinetta». Sentito Joanni la pessima novella nè vivo nè morto rimase, ma tutto perplesso e fuori di sè di sopra montato, e visto il cavaliere a tavola assettato, e come non fosse fatto suo ragionando con lo scolare, d’ira e di dolore acceso, lacrimando e con dirotta voce cosi disse: «Per mia fé’, messere, la vostra è stata una gran cortesia milanese, ma dopo che vi avete mangiata la carne senza aspettar più salsa, voi gusterete la salsa senza assaggiare mai più di tal vivanda». E gettato il scutellino sopra la tavola, presa la moglie per mano con grandissima furia, disse: «Or su, in nome del diavolo andiamo a casa, chè senza mangiare noi avemo pagato lo scotto, e io per peggio vi ho recata la salsa». E fieramente minazzatala alla dirotta con lei si parti. Il compare che non sùpea la intrinseca doglia, seguendolo giù per le scale lo andava rimordendo de lo aver fatto un tale scorno a un tanto uomo per un garzone, dicendo: «E che ne potrebbe egli essere? o credi tu che se ingravide? poi che la cosa è fatta, che bisognava commettere tale errore e perdere un tanto amico per sì menomo dispiacere?» Joanni che con frettolosi passi a menar la moglie verso la casa solamente attendea, per la gran rabbia dentro rodendose di rispondere non si curava. El bono compare per tanto non restandosi di non lo andar di continuo increpando, ma sempre confortandolo al racconcio del commesso fallo, e per si piccolo sdegno causato, lo andava per tal modo molestando, che non possendo Joanni più sofferire, de ira tutto fremendo gli disse: «Ohimè, compare, faraimi stamane blasfemare Iddio e tutta la Corte del paradiso; non vedi tu che questa è mia moglie?» «Come esser pole, diss’egli, e perchè la meni tu in tal modo?» Al quale piangendo raccontatagli la cagione, il compare prudentissimo agramente prima biasimatolo, soggiunse: «Joanni mio, tu te sei mal consigliato, e dal tuo folle ensiero te ne è seguita la condegna pena; cercasti saltare della patella per dare in su la brasa. Deh, poveretto, e perchè non avvertisti come oggi è guasto e corrotto il mondo, e che assai più difficoltosamente si guardano i fanciulli che le donne, e massimamente costei che è un loiro di falconi incarnati, perù che io mi sono maravigliato stamane come mille volte non ne fosse di braccio strappata. Ma poi che la cosa è fatta, e tu non d’altri che di te medesimo rammaricar ti puoi, dirò che te l’abbi con la tua mala ventura, e per innanzi ti sforza ad usare altra cautela, e se Dio te ha donato moglie femmina non la volere in mascolo trasformare; non dico che de lei non abbia quelle guardie che di mogliera bella e giovane aver si debe, ma non sì fatte, ma inaudite e straniere, imperò che poco al fine valgono, quando le mogli al tutto si disponeno ingannare lor mariti che niuno umano provedimento fu mai sufficiente a ripararci. E pensa che tu non sei il primo, nè l’ultimo sarai a ricevere di queste botte; non te specchi mai in li gran maestri che cadendo spesso tra questi lazzi per non aggiungere al dolore eterna infamia, con la lor prudenza quanto ponno l’occultano». E con tali e assai altri conforti e ragioni in sino a casa rapacificandolo, e quivi lassatili, nè volendo ancor lui essere ascritto al numero de li beffati, rattissimo nell’ albergo se ne ritornoe, dove il cavaliere col suo carissimo Tommaso trovati e con loro mescolatosi, tutti insieme de la già fatta beffa e dell’ ordinato desinare si goderono. Joànni dopo il longo pianto per dolore morendo, e la moglie per allegrezza rimaritatasi, senza esser de la sua propria e bellissima forma cambiata, la sua florida gioventù godette.
MASUCCIO
La ricevuta betfa di Joanni Tornese per travestire la moglie de femmena in uomo mi tira a tal principiato ordine un altro sottilissimo inganno ricontare da un nostro Salernitano ad un oste gelosissimo della moglie adoperato, nè più differente dal ricontato caso che d’esser l’amante di uomo in femina travestito; al quale essendo un’altra via da adempire el suo desiderato proponimento interdetta, adoperò per tal modo il suo mirabile ingegno che il marito medesimo a giacere in un letto con la ben custodita moglie el condusse, dove per niun tempo di ciò accorgendosi, non fu dal dolore costretto a riceverne morte, si come il misero Joanni, il quale dopo la vergogna la propria vita ne perdìo.