Le fonti storico-educative nella Basilicata di età liberale

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1861 - 1922

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Biografie storiche e didattiche degli istituti scolastici

bibliography

  • Regolamento organico per la Scuola Normale e Convitto Femminile di Basilicata , Potenza, Stab. Tip. Favatà, 1876
  • P. Donà, Monografia sul Regio Liceo-Ginnasio Salvator Rosa e Convitto Nazionale in Potenza, Potenza, Tipografia Santanello, 1884
  • R. Convitto Nazionale di Matera, Solenne inaugurazione R. Convitto Nazionale di Matera, Matera, Tipografia Conti, 1904
  • N. De Novellis, Relazione sulla Regia Scuola d'arti e mestieri di Potenza, Potenza, Tipografia Spera, 1911
  • A. Colucci, Discorso pronunziato per la posa della prima pietra dell'edificio scolastico in Melfi, Melfi, Tip. Liccione, 1922
  • M. Rosco , Discorso pronunziato agli alunni delle scuole elementari di Potenza nel primo anniversario della dichiarazione di guerra dell'Italia all'Austria: potenza, 24 maggio 1916, Potenza, Tip. La Perseveranza, 1919
  • Regolamento Interno Del Convitto Annesso Alla Regia Scuola Normale Raffaella Settembrini, Lagonegro, Tip. Del Sirino, 1894
  • Regolamento Della Biblioteca Circolante Del Pio Istituto Delle Gerolomine In Potenza, Potenza, Tip. Favatà, 1880
  • Relazione riassuntiva dei lavori compiuti dalla Commissione giudicatrice dei concorsi per i posti di maestro elementare vacanti nella provincia di Potenza, Potenza, Tip. Garramone e Marchesiello, 1914
  • S. Pappadà, E. Franco, F. Severini, Promemoria sul funzionamento della scuola tecnica di Melfi dal 1882 ad oggi, Melfi, tip. Grieco, 1903
  • P. Rosa, Nel primo centenario della nascita di Vittorio Emanuele II: discorso pronunziato agli alunni del R. Liceo Ginnasio "Salvator Rosa" il 14 Marzo del 1920, Potenza, La Perseveranza, 1920

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Regolamento organico per la scuola normale e il convitto femminile di Basilicata Potenza, Stabilimento Tipografico di G. Favatà 1876

DISPOSIZIONI GENERALI ART. 1 A provvedere alla scarsezza generalmente lamentata nella Provincia di buone Insegnanti è istituita a Potenza a cura e spese dell'Amministrazione Provinciale e con sussidi governativi una Scuola Normale Femminile con Convitto e con due Corsi Preparatori, costituiti dalla 3a e 4a elementare. ART. 2 L'insegnamento è ripartito in 5 anni, due cioè da compiersi nelle Classi preparatorie, e tre nelle Normali. ART. 3 I corsi si aprono al 15 Ottobre, e chiudonsi al 15 Agosto. Gli esami finali avran luogo entro la prima quindicina d'Agosto. ART. 4 Presiede al Convitto una Direttrice, una Maestra assistente col titolo di Vice-Direttrice, ed una Assistente Economa. Vi è addetto un sufficiente numero d'inservienti. È preposto ai Corsi Normali e Preparatorii un Direttore; ai varii insegnamenti sono destinati Professori, sia come Titolari, sia come Incaricati. Vi sarà inoltre una Commissione di 12 Signore Ispettrici. Un Medico ed un Chirurgo presteranno assistenza alle Alunne del Convitto. ART. 5 La nomina del Direttore, della Direttrice, della Maestra assistente, dell'assistente Economa, de' Professori, sia Titolari che Incaricati, delle Signore Ispettrici, e del Personale Sanitario spetta esclusivamente alla Deputazione Provinciale. Quello del personale di basso servizio è di competenza del Consiglio Direttivo. La Direttrice dovrà essere munita di patente Normale di grado Superiore; per la Maestra assistente basterà quella di grado Inferiore. ART. 6 Salvi i dritti e l'ingerenza legittima dell'Autorità governativa Scolastica, la Deputazione Provinciale ha la direzione suprema ed amministrazione dell'Istituto e la esercita a mezzo di un Consiglio Direttivo, presieduto dal Prefetto, e composto, oltre del Direttore delle Scuole e della Direttrice del Convitto, da tre Deputati Provinciali, e da tre distinti cittadini a scelta della Deputazione medesima. Un impiegato della Provincia designato da Prefetto Presidente compie presso il Consiglio le funzioni di Segretario. I tre Deputati Provinciali e i tre altri componenti il Consiglio durano in ufficio un biennio e si rinnovano per metà ogni anno nella prima quindicina di Ottobre. In caso di assenza o d'impedimento del Presidente, ne fa le veci il Deputato che all'uopo verrà delegato del Presidente medesimo. DELL'AMMISSIONE AL CONVITTO ED ALLE SCUOLE. ART. 7 Presso il Convitto sono posti a pagamento e posti gratuiti e semigratuiti a spese del Governo e della Provincia, riserbati quest'ultimi a giovinette di civili famiglie nate e domiciliate nella Provincia, ma dimoranti fuori di Potenza, che giustifichino di non avere mezzi sufficienti per mantenersi nel Capoluogo. Le alunne a pagamento, come le allieve esterne, possono essere native di qualunque Provincia del Regno, e dovranno pagare le prime lire 300 annue a trimestri anticipati, oltre presentarsi fornite d'un conveniente corredo come alla Tabella annessa al presente Regolamento. Tanto le alunne a pagamento, quanto quelle a posti gratuiti e semigratuiti dovranno all'entrare nel Convitto depositare nelle mani della Direttrice la somma di lire 15: per far fronte alle piccole spese di acquisto di oggetti scolastici e dei lavori donneschi. Le allieve esterne pagheranno anticipatamente lire 3: mensili. ART. 8 I posti gratuiti e semigratuiti si conferiscono per concorso di esami, e le prove saranno determinate secondo la rispettiva classe. ART. 9 Il giudizio sull'ammissione al concorso spetta alla Deputazione, quello sulle prove del concorso sarà profferito da una Commissione esaminatrice, che verrà nominata dall'Autorità scolastica e presieduta da un membro della Deputazione Provinciale a scelta di questa. ART. 10 Per essere ammesse al concorso come sopra le aspiranti dovranno presentare al Presidente della Deputazione Provinciale non più tardi del 1 Ottobre di ciascun anno le domande corredate dai seguenti documenti, indicando il corso, cui desiderano essere ammesse. 1. Attestato di moralità e di appartenere a civile famiglia, rilasciato dall'Autorità Municipale. 2. Idem di Vaccinazione o di Vaiolo naturale. 3. Fede di nascita, da cui risulti che le aspiranti sono native della Provincia e che abbiano compiuto gli anni 15 se aspiranti al 1° Corso Normale ed in ogni caso non abbiano passato i 18. 4. Fede medica comprovante la sana e valida costituzione dell'Aspirante. 5. Documento rilasciato dall'autorità municipale, da cui risulti essere notorio che la famiglia dell'Aspirante non è in posizione di sostenere in tutto o in parte (secondo la dimanda sia pel posto gratuito o semigratuito) le spese di mantenimento del Convitto. ART. 11 In caso di parità di merito saranno preferite le più povere, e fra queste le Orfane. ART. 12 Il beneficio del posto gratuito si perde quando negli esami finali non siasi dall'alunna ottenuta l'approvazione pel passaggio alla Classe. ART. 13 Gli stessi documenti di cui all'art. 10, tranne il primo alinea del Num. 3, e ad eccezione di quelli di cui ai Num. 5, dovranno essere esibiti dalle allieve che intendono essere ammesse al Convitto a pagamento e da quelle che vorranno frequentare come esterne l'Istituto. La dimanda per queste basterà sia presentata alla Segreteria del Consiglio Direttivo nell'epoca di cui all'art. 10, e non saranno effettivamente ammesse se non previo esame a seconda del corso cui aspirano. DEL CONSIGLIO DIRETTIVO. ART. 14 Il Consiglio Direttivo, sia immediatamente, sia a mezzo del Direttore o della Direttrice, provvede al regolare andamento tanto nella parte scolastica e disciplinare, quanto nella parte finanziaria ed economica di tutto l'Istituto: dà tutti i provvedimenti ordinarii e d'urgenza, salvo in questo caso di riferirne alla Deputazione Provinciale; corrisponde colle Autorità governative: attribuisce i premii e le lodi alle Convittrici e alle Esterne: infligge alle une ed alle altre le note di biasimo e tutte le altre punizioni consentite dai vigenti regolamenti scolastici, non esclusa quella dell'espulsione dalla Scuola e dal Convitto. ART. 15 Esso si raduna ordinariamente una volta al mese nel locale del Convitto e in circostanze imprevedute il Presidente lo convoca straordinariamente. Basta la presenza di 2 consiglieri, oltre il Presidente, il Direttore e la Direttrice, per la validità delle deliberazioni, ed in seconda convocazione, qualora niuno intervenga, provvede il Presidente, salvo riferire al Consiglio alla sua prima e legale adunanza. DELLA DIRETTRICE. ART. 16 Alla Direttrice è affidata la sorveglianza sulla condotta morale e civile delle allieve del Convitto, ne cura la disciplina, ne invigila gli studii, tiene vivo nel loro animo l'affetto verso la famiglia e la patria e coltiva in esso il sentimento del pudore e della dignità della donna. Cura la massima economia domestica, tiene sotto diretta custodia le provviste di ogni genere nell'interesse del Convitto e sorveglia alla perfetta nettezza dei locali; cura che le alunne siano cortesi nei modi, polite e composte nella persona, semplici ed uniformi nelle vesti, e che nel Convitto sia assolutamente bandito l'uso del Dialetto. Tiene il registro di condotta delle Convittrici secondo il modulo che le verrà prescritto dal Consiglio Direttivo; propone al Consiglio stesso le lodi ed i biasimi: infligge le punizioni disciplinari consentite dai Regolamenti ed in caso d'urgenza prende ogni altro provvedimento, salvo il riferirne entro le 24 ore al Presidente del Consiglio Direttivo. Ha a sua disposizione e dipendenza nel disimpegno delle rispettive attribuzioni tanto la Maestra assistente e l'assistente Economa, quanto tutto il personale di basso servizio addetto al convitto. D'accordo col Direttore della Scuola stabilisce gli Orarii delle lezioni e quant'altro è necessario a far sì che l'andamento di queste non sia in disaccordo colle disposizioni interne del Convitto e viceversa. ART. 17 È obbligo della Direttrice di tener sempre l'occhio vigile sulle Convittrici, anche durante l'orario scolastico e specialmente nelle ore dei pasti e di ricreazione. Sarà suo dovere di trovarsi in piedi la mattina appena suonata la sveglia e d'invigilare alla levata puntuale delle allieve, come sará suo obbligo di non ritirarsi la sera nella sua stanza, se non dopo essersi personalmente accertata che tutte le Alunne sono coricate. DELLA MAESTRA ASSISTENTE. ART. 18 Principale dovere della Maestra assistente è l'insegnamento dei Lavori Donneschi nelle ore a tal compito destinate e curare la disciplina delle giovani durante le lezioni a seconda di quanto le verrà prescritto dal Direttore delle Scuole, dal quale, durante l' orario scolastico, essa esclusivamente dipende. D'ordine dello stesso Direttore, intesa la Direttrice, surrogherà, occorrendo, maestre delle classi preparatorie. É pure fra le attribuzioni della Maestra assistente l'invigilare alle sale di studio, ai dormitorii e ai luoghi di ricreazione e collaborare colla Direttrice perchè vi sia mantenuta la maggiore disciplina e nettezza. Durante l'ore di studio potrà dalla direttrice essere delegata a sentire le lezioni di quelle alunne che fossero state a ciò raccomandate dal direttore. È ad esclusiva cura della Maestra assistente la vigilanza alle guardarobe delle biancherie e degli abiti delle alunne. In caso di assenza o d'impedimento della Direttrice ne compierà le veci. DELL'ASSISTENTE ECONOMA. ART. 19 L' Assistente Economa è ad immediata disposizione della Direttrice per quanto riguarda l'economia interna del Convitto. 1. Essa invigila particolarmente all'infermeria, sorveglia che alle inferme sia usata la debita cura, assiste alle visite mediche e veglia per la stretta osservanza delle prescrizioni sanitarie. 2. Ha in consegna e cura che siano conservati gli effetti di cucina e di tavola. 3. Provvede per la regolare lavatura delle biancherie sì d'uso comune, sì di uso personale delle allieve, tenendone distinti notamenti o conteggi. 4. Provvede che la cucina e le mense siano mantenute in istato di perfetta nettezza. 5. Riceve ogni mattina dalla Direttrice la consegna delle provviste, sì di combustibili, sì di commestibili necessarii al consumo della giornata in base ad una tabella di fa-bisogno, che che nella sera precedente avrà essa stessa avuto cura di compilare a seconda del numero delle allieve tanto sane quanto ammalate. Tanto alla consegna e peso de' generi di vittitazione, quanto alla sorveglianza in cucina delle preparazioni delle vivande, all'apparecchio e sparecchio delle mense, quanto alla vigilanza ed assistenza delle alunne ammalate l' Economa sarà assistita per turno da un'allieva del convitto a scelta della Direttrice, la quale avrá cura di conciliare questo servizio con gli altri doveri dell'alunna. DEL DIRETTORE DELLA SCUOLA. ART. 20 Il Direttore delle Scuole, oltre ad essere organo immediato del Consiglio Direttivo, invigila tutto quello che può promuovere il prosperamento delle scuole medesime. Inoltre 1° Ha cura della tenuta dei Registri giornalieri di scuola, in uno dei quali sarà notata la media mensile dei punti ottenuti da ciascuna allieva. 2. Informa mensilmente, ed occorrendo anche più spesso, il Presidente del Consiglio Direttivo sul profitto e la condotta delle alunne interne, ed invia per le esterne analoghe informazioni alle rispettive famiglie. 3. Impartisce note di lode e di biasimo nei limiti consentiti dai vigenti regolamenti governativi e propone al Consiglio Direttivo i premi e i provvedimenti disciplinari che eccedono la sua competenza. 4. Designa giornalmente alla Maestra assistente le ore e i Corsi ai quali la medesima deve assistere. Ha a sua esclusiva dipendenza, durante l'orario scolastico, l'inserviente bidella. 5. Convoca il Collegio de' Professori tutte le volte che lo crede necessario, e nel caso di divergenza di opinioni tra esso e il Consiglio, ne riferisce al Presidente del Consiglio Direttivo. 6. Ogni bimestre trasmette al Consiglio Direttivo una sommaria relazione sull'andamento delle singole scuole con quelle proposte che crederà del caso pel miglioramento delle scuole stesse. Una più ampia e dettagliata relazione sarà da lui presentata al Consiglio al compiersi del 1° Semestre e un Rapporto complessivo dettagliato al chiudersi delle scuole. 7. Visita le scuole almeno due volte al mese che sia interrogando le alunne, sia assistendo alle lezioni, si accerta se l'opera degl'insegnanti proceda a dovere. DEI PROFESSORI. ART. 21 I Professori hanno il dovere di dare le lezioni nei rispettivi corsi attenendosi strettamente ai programmi governativi e all'orario stabilito d'accordo col Direttore delle scuole e la Direttrice del Convitto. Faranno a mezzo del Direttore tutte quelle proposte al Consiglio Direttivo che crederanno più utili al migliore andamento sì delle rispettive scuole, sì dell' insegnamento in generale. Ciascun Professore terrà un registro secondo il Modulo somministrato dal Consiglio Direttivo nel quale saranno giornalmente prese note della condotta e del profitto di ciascuna allieva. DELLE ISPETTRICI. ART. 22 Le Signore Ispettrici hanno il compito di recarsi giornalmente e per turno nel Convitto verificare in quali modi sia mantenuta la disciplina, se i dormitorii e tutti gli altri locali del Convitto sieno mantenuti nella debita proprietà e decenza. Entrerà pure nelle loro attribuzioni verificare se le alunne si mantengono nella dovuta polizia della persona, compostezza e semplicità sì nell'acconciamento del capo, sì nelle fogge del vestiario. Avranno il dritto di assistere alle lezioni e sopravvegliare specialmente all'insegnamento dei lavori donneschi. Per quanto riguarda quest'ultimi le Signore Ispettrici avranno ragione di esigere che le allieve eseguano sotto i loro occhi quelli che crederanno più necessarii ed opportuni. Le Signore Ispettrici in fatto di questi lavori femminili avranno cura che si lascino da parte quei lavori che sono più di ornamento e di lusso e che le allieve si esercitino di preferenza in quei lavori di maglia, di taglio e di cucito, specialmente in biancheria, che sono di uso più comune e giornaliero presso le famiglie. Avendo qualche proposta od osservazione a fare, le Signore Ispettrici si rivolgeranno alla Direttrice presso la quale deve esistere un registro, ove sarà presa nota di tali osservazioni e proposte. Trattandosi di avvertenze gravi che si riferiscano a morale e disciplina, le Signore Ispettrici rivolgeranno direttamente le loro osservazioni e proposte al Presidente del Consiglio Direttivo o a chi ne fa le veci. ART. 23 Nella prima settimana dell'apertura del Convitto il Presidente del Consiglio Direttivo convocherà le Signore Ispettrici e provvederà che d'accordo si stabilisca fra le medesime un turno d'ispezione. ART. 24 Le Ispettrici finalmente hanno il dritto di assistere agli esami e tre di esse, di comune scelta, saranno chiamate a dar voto deliberativo sul conferimento dei premii per lavori donneschi e di disegno applicato al ricamo. DELLE ALLIEVE. ART. 25 Le convittrici debbono: 1.° Adempiere ai doveri di Religione e mostrarsi sempre docili, ubbidienti e rispettose. 2.° Osservare strettamente l'orario e tutte le norme disciplinari che verranno prescritte pel buon andamento del Convitto. 3.° Dovranno avere la massima cura della pulitezza e decenza della propria persona e delle loro masserizie e suppellettili. 4.° Avranno cura egualmente delle cose dell'istituto, e ogni guasto che provenga da disattenzione o incuria dell'alunna, andrà a carico della colpevole, e ove questa venisse dalle compagne maliziosamente occultata, andrà a carico comune di esse. 5.° Non entranno in dimestichezza con le persone di servizio, nè le potranno adoperare per servizii particolari: in caso di bisogno si rivolgeranno, secondo le circostanze, sì alla Signora Direttrice, sì alla Maestra assistente od assistente Economa. 6.° E assolutamente vietato alle convittrici di affacciarsi ai balconi, aver colloqui con persone estranee se non nella sala di ricevimento e previo l'esplicito permesso della Direttrice e alla presenza di Lei o di persone da lei delegate. 7.° Al levarsi e coricarsi dovranno le alunne osservare la massima compostezza e riservatezza. 8.° Al segno della levata abbandoneranno immediatamente il letto e prontamente si vestiranno e provvederanno a tutte le occorrenze di una decente toletta, non trascurando di rifare il proprio letto e mettere a sesto il rispettivo vestiario. Un'allieva per turno per ciascuna camerata avrà cura ogni mattina di scopare il rispettivo dormitorio. 9.° Al tempo del desinare, salvo rare circostanze e solennità da designarsi dalla Direttrice, sarà osservato il più perfetto silenzio. Nessuna allieva potrà sedersi o levarsi da mensa prima dell'ordine della Direttrice: come a nessuna allieva sarà permesso sotto alcun pretesto di conservare i rilievi del proprio pranzo e portarli fuori del Refettorio per consumarli in ore fuori de' pasti ordinarii. Non è punto lecito lagnarsi fra di loro della qualità e quantità del vitto: ogni rimostranza dovrà essere fatta alla Direttrice nella sua stanza e dopo il desinare. 10.° Le ore di studio saranno determinate in un orario redatto dalla Direttrice, sentito il Direttore della scuola ed approvato dal Presidente del Consiglio Direttivo. Quest'orario però non conterrà meno di 6 ore al giorno, oltre una mezz'ora per accudire alla nettezza personale ed un'altra ora di particolari lavori donneschi, nella quale ogni alunna dovrá provvedere ai bisogni del proprio vestiario ed acconciatura. 11.° Durante le ore di lavoro e di studio sarà osservato il più perfetto silenzio. 12.° Nessuna alunna terrà libri estranei a quelli loro prescritti dai rispettivi insegnanti. La lettura di libri istruttivi ed educativi potrà essere fatta in ore speciali e sui libri preventivamente approvati dalla Direttrice. 13.° Il passeggio si farà due volte la settimana, ove il tempo lo permetta, nei giorni e nelle ore designate dalla Direttrice, che dovrà accompagnare le alunne insieme alla Maestra assistente. La passeggiata è obbligatoria per tutte, tranne casi di constatata infermità. Nessuna alunna potrà essere dispensata dall'indossare il prescritto uniforme. Nelle passeggiate le alunne dovranno più gelosamente curare la compostezza e la decenza sì nell'andamento, sì nel vestiario ed acconciatura specialmente del capo. Ogni piccola mancanza durante la passeggiata sarà punita con un grado maggiore di pena, che porterebbe l'istessa mancanza commessa nell'interno del Convitto. 14.° Nessuna convittrice potrà scrivere e ricevere lettere che non siano passate per le mani della Direttrice. 15.° Sarà permessa l'uscita di qualche ora unicamente col padre o colla madre o con chi ne fa legalmente le veci, e ciò sotto la responsabilità della Direttrice e solamente a quelle alunne che non abbiano alcuna nota di biasimo nei Registri. A nessuna sarà permesso mai pranzare fuori del Convitto, o tornare a casa senza ragioni di grave momento che dovranno essere riconosciute giuste dal Presidente del Consiglio Direttivo. 16.° La ricreazione si farà in luogo ed ora determinata; lo schiamazzo e le grida sono severamente proibite. 17.° Essendo inferma un'alunna, sará destinata dalla Direttrice un'altra alunna nelle ore non destinate all'insegnamento o allo studio, per la speciale assistenza dell'ammalata. 18.° Nessuna alunna sotto verun pretesto potrà allontanarsi dalle compagne e rientrare nei dormitorii, le cui porte dovranno rimanere costantemente chiuse e le chiavi esserne custodite da persona di speciale fiducia della Direttrice. ART. 26 La porta esterna del Convitto dovrà assolutamente essere chiusa alle ore 24 della sera, nè dopo quell'ora alcun estraneo sotto alcun pretesto, salvo i diritti delle Autorità Governative, potrà essere introdotto nel Convitto, come nessuna persona del Convitto potrà sotto alcun pretesto uscire dal Convitto medesimo. Resta fatta eccezione pel Presidente e componenti il Consiglio Direttivo, le Signore Ispettrici di turno e pel personale Sanitario, ai quali resta libera la facoltà di entrare a qualunque ora nel Convitto. Egualmente ne potranno uscire anche in ore vietate e per ordine espresso della Direttrice persone di servizio in caso di urgente infermità di alcuna, sia per la chiamata dei Professori sanitarii, sia per la provvista dei medicinali. DEL PERSONALE INSERVIENTE. ART. 27 È addetto al Convitto quel numero di persone di servizio che verrà ritenuto sufficiente dal Consiglio Direttivo. Una di queste persone di servizio sarà esclusivamente addetta alla cucina, ed un'altra, durante le lezioni, compierà l'ufficio di Bidella. A quest'ultima farà carico la pulizia delle scuole. Tutto il personale inserviente, salvo per quello che riguarda la bidella durante l'orario delle Scuole, sará a dipendenza della Direttrice, la quale trasmetterà i suoi ordini sia direttamente, sia a mezzo della Maestra assistente e dell'assistente Economa. Le persone di servizio dovranno mantenere il più grande riserbo verso le convittrici e allo stesso tempo non potranno prestarsi a nessuno invito od ordine delle medesime, salvo i casi preveduti in questo regolamento, se non previa intesa e permissione della Direttrice. DELLA PUNIZIONE E DEI PREMII, ART. 28 Al chiudersi dell'anno scolastico, compiuti gli esami finali, le alunne sì interne che esterne, le quali siansi distinte per regolarità di condotta e per profitto negli studii, saranno a cura della Deputazione Provinciale, rimunerate di premio corrispondente. Questi premii saranno, uno di 1° grado, un altro di 2° grado ed altri di 3° grado che per numero corrisponderanno ad uno per ciascun Corso. Il premio di 1° grado consisterà in un Libretto della Cassa di Risparmio Postale intestato all' alunna per la somma di L. 50: il premio di 2° grado consisterà in un consimile Libretto per l'ammontare di L. 25; e quei di 3° grado nel dono di un Volume d'Opera Educativa con impressovi a carattere d'oro il nome dell'Alunna premiata. Vi saranno menzioni onorevoli consistenti in Diploma a stampa. Il premio di 1° grado sarà conferito a quell'allieva Convittrice che al maggiore profitto negli studii avrà unito il merito della più esemplare condotta. Quello di 2° grado all'alunna Convittrice che ottenuta una distinta approvazione negli esami si sarà più segnalata per profitto nei lavori dell'arti donnesche e che non avrà durante l'anno riportato relativamente alla condotta nessuna nota di biasimo. I premi di 3° grado saranno conferiti a quella alunna di ciascun corso che più si sarà distinta per diligenza e profitto, non disgiunta da buona condotta. I premi saranno conferiti dal Consiglio Direttivo, il quale deciderà su relazione d'una Commissione Esaminatrice, nominata a sensi dell'art. 8 e sentito il parere del Direttore della Scuola, della Direttrice del Convitto, e delle due Ispettrici di turno. Le punizioni a seconda della gravità delle mancanze consistono: 1° Nell'ammonizione semplice data dal Direttore o dalla Direttrice. 2° Nell'ammonizione con registrazione di note di biasimo data dal Direttore o dalla Direttrice. 3° Nell'ammonizione grave data dal Presidente del Consiglio Direttivo e notata nel Registro. 4° Nell'ammonizione gravissima data dal Presidente del Consiglio Direttivo con l'intervento dei membri del Consiglio stesso, in presenza della Direttrice e del Direttore con annotazione nel Registro. 5° Nell'espulsione dalle Scuole o dal Convitto. L'espulsione dalle scuole sarà pronunciata dal Consiglio Direttivo su rapporto del Direttore delle scuole, udito il Consiglio de' Professori. L'espulsione dal Convitto sarà pronunciata dal detto Consiglio Direttivo su rapporto della Direttrice, sentito il parere delle due Signore Ispettrici di turno. La espulsione dalla Scuola contiene l'espulsione dal Convitto e viceversa. DELLA GESTIONE ECONOMICA DELL'ISTITUTO. ART. 29 Il Consiglio Direttivo compila annualmente e sottopone all' approvazione della Deputazione Provinciale il Bilancio presuntivo dell'Istituto e sottopone all'approvazione della Deputazione Provinciale medesima il relativo Conto consuntivo. ART. 30 Le spese pel vitto e per tutto l'altro che può occorrere al mantenimento dell'Istituto stesso saranno di preferenza fatte per appalto. ART. 31 Il vitto giornaliero delle alunne sarà regolato da una tabella formata dal Consiglio suddetto e non potrà essere modificata che dallo stesso Consiglio. ART. 32 Per le Convittrici inferme sarà provveduto giornalmente a seconda le prescrizioni dietetiche dei professori curanti. ART. 33 Ogni provvista verrà notata in doppio registro, l'uno da essere conservato presso la Direttrice del Convitto con la controfirma di un Delegato del Consiglio direttivo, e l'altro da conservarsi nella Segreteria del Consiglio Direttivo controfirmato dalla Direttrice del Convitto. In tale registro sarà indicata la data dell'acquisto, il genere, il peso o la quantità ed il prezzo del genere acquistato. ART. 34 La Direttrice del Convitto di mano in mano che il bisogno lo richiede, ove non vi sia stato luogo ad appalto, proporrà al Consiglio Direttivo le provviste necessarie, che consentite dal Consiglio, verranno consegnate alla medesima Direttrice, che dopo, presente le debite annotazioni, ne rimarrà contabile. ART. 35 L'acquisto dei generi non atti alla conservazione verrà fatto giornalmente in piazza d'ordine della Direttrice a mezzo della persona di servizio a ciò destinata: a tale effetto la Direttrice avrà a disposizione una somma sufficiente della quale renderà conte alla fine di ciascun mese al Consiglio Direttivo. ART. 36 Oltre il registro di cui all'Art. 33, la Direttrice ha il dovere di tenere un registro giornaliero nel quale verranno annotate tutte le prelevazioni de' generi in magazzino con di fronte l'accertamento del N°. delle persone pel mantenimento delle quali si sarà dovuto provvedere. ART. 37 Alla fine di ciascun mese tale registro sarà sotto-posto all'esame del Consiglio Direttivo, il quale dalle risultanze di esso, col confronto del registro di magazzino, curerà il ripieno delle provviste. ART. 38 Sulle somme di pertinenza delle Alunne e di cui è parola all'Art. 7 la Direttrice farà le spese per oggetti di studio e di arti donnesche necessarii a ciascuna alunna, tenendone tanti distinti conteggi, quante sono le alunne stesse. Per gli oggetti occorrenti di Cancelleria all'ufficio di Direzione delle Scuole e del Convitto provederà il Consiglio Direttivo su richiesta del Direttore e della Direttrice. ART. 39 Salvo le disposizioni generali e normali, di cui agli articoli precedenti, l'azienda economica dell'Interno del Convitto, verrà regolata con più dettagliate e speciali discipline che verranno impartite dal Consiglio Direttivo, secondo i bisogni e a seconda dell'esigenza dell'esperienza. DISPOSIZIONI TRANSITORIE. ART. 40 Le disposizioni di cui all'articolo 7 per quanto riguarda la condizione civile della famiglia non è applicabile alle Convittrici che alla data del presente trovansi regolarmente ammesse nel Convitto: le disposizioni che riguardano il corredo e il deposito cominceranno ad avere applicazione con l'anno 1877-78. La tassa mensile per le esterne è mantenuta per l'anno 1876-77 a Lire 2,00. Potenza 2 Dicembre 1876. Visto ed approvato Il Prefetto Presidente della Dep. Prov. Lamponi I Deputati CAV. PIERRI FRANCESCO . AVV. TRIVIGNO GIUSEPPE . AVV. MONTESANO DOMENICO . CAV. CICCOTTI PASQUALE . CAV. DOTT. LACAVA MICHELE . Il Segretario Capo P. A. ROMANO.

Monografia sul Regio Liceo-Ginnasio Salvator Rosa e Convitto Nazionale in Potenza

Tip. Santanello 1884 Potenza,18 Marzo 1884.

Potenza, Capoluogo della Provincia di Basilicata , se da tempo remoto aveva importanza non poca come centro di affari e come centro amministrativo e giudiziario, difettava assolutamente di un Istituto di istruzione e di educazione, per cui la popolazione, i notabili del paese e le famiglie degli impiegati che dovevano ivi risiedere per ragioni di ufficio, fin dall'aprile 1816 fecero pubbliche istanze al Governo dei Borboni, perchè avesse provveduto a tanto bisogno. Ma a queste istanze, a queste vive premure si rispondeva ora con vaghe promesse ed ora con dinieghi, perchè quel Governo non poteva avere troppo a cuore la istruzione della gioventù, e perchè nel vicino Comune di Avigliano erasi già da qualche tempo impiantato un embrione di Collegio che in nessuna maniera poteva servire ai bisogni della Provincia, e per l'angustia di quel locale, e per la nessuna importanza del Comune. Malgrado questi rifiuti però, la civica rappresentanza potentina non si ristette dall'insistere, e le sue pratiche durate per ben due anni, caldamente raccomandate dai più influenti cittadini della provincia, indussero alla fine Ferdinando Iad emettere in data 22 Luglio 1818 un Reale Rescritto, col quale si ordinava che il Collegio di Basilicata, esistente in Avigliano, si fosse traslocato in Potenza, Capoluogo della Provincia. Siffatta concessione fu subordinata alla condizione che il Comune avesse avuto un locale capace di contenere convenevolmente tutti gli alunni interni ed esterni che avessero frequentato il nuovo Collegio istituito su di una base più ampia e più importante. Fu allora che il Comune volse le sue mire al Palazzo ex-Baronale di proprietà dei Conti Loffredo, locale abbastanza soddisfacente per le esigenze di quei tempi, vuoi per la sua situazione topografica, vuoi per la vastità delle fabbriche, e non mancò, animato da vivo interesse, di volgerne preghiera al proprietario dell'edificio, il quale accettò la proposta fattagli e il progetto di permuta contenuto nella deliberazione del decurionato del 22 Settembre 1818. La permuta infatti fu conchiusa, previe tutte le formalità di legge, con istrumento del 13 Novembre 1821, redatto dai notai Gaetano Grippo e Nicola Maria Ricciuti; sicchè il Comune di Potenza, per effetto di tale atto pubblico, divenne proprietario del Palazzo ex-baronale dei Conti Loffredo, ed i Conti Loffredo a loro volta divennero proprietari dei fondi rustici comunali denominali Foi e Cerreta. Per condurre a termine questa permuta occorsero ben lunghi tre anni, per cui la soddisfazione dei desiderii della popolazione potentina veniva rimandata spesso a tempo indeterminato, e quasi sempre senza valide e legali ragioni. Non mancarono difficoltà di ogni maniera tra le quali principalissime quelle che si riferivano alla nuova destinazione dell'edilizio.

Compiuti appena tutti questi alti, l'Amministrazione Comunale, a suo esclusivo carico, pose mano ai non pochi lavori di restauro per ridurre una casa privata ad un luogo di studio e di educazione, ed i lavori tutti nell'aprile 1824 si trovavano ultimati, in modo che l'Intendenza di Basilicata (ora Prefettura) con nota speciale invitava il Sindaco a fare la consegna dello stabile alla Commissione Amministrativa del Real Collegio, acciocchè il Comune potesse rimanere sciolto da ogni altra obbligazione, essendosi in quel tempo già nominato il Rettore nella persona del signor Domenico Antonio Passarella. Ma sorsero nuove difficoltà, e la consegna venne rimandata sino al 10 marzo dell'anno successivo 1825, perchè nuovi bisogni di nuove riparazioni sorgevano per l'apertura del Collegio e per l'impianto del Convitto. Dopo tutte queste pratiche sbrigate attraverso molteplici difficoltà, finalmente le scuole furono aperte sotto la direzione del summentovato Passarella, e appena 18 Convittori ebbe il Convitto in quel primo anno, con un personale insegnante quasi tutto locale. Il numero degli Alunni andava anno per anno ora decrescendo ora aumentando, e non si potrebbe presentemente, per difetto assoluto di notizie statistiche, segnalare il progresso di questo Collegio in quel primo momento della sua vita. Giova soltanto ricordare la meschinità del suo bilancio, per inferirne che la sua importanza morale ed economica doveva essere abbastanza limitata. Di vero il suo attivo era formato dalle seguenti partite che anno per anno subivano delle leggiere modificazioni:

1.° Dal Governo per assegno di mantenimento Duc. 4291: 60, pari a L. 18239: 30 2.° Dal G. L. del Debito Pubblico Duc. 154, pari a L. 654:50 3.° Dai Comuni della Provincia per posti gratuiti Duc. 610, pari a L. 2592:50 4.° Dalla Provincia per supplemento Dotazione Duc. 500, pari a L. 2125:00 5.° Da pensione degli allievi Duc. 1808, pari a L. 7684:00 Totale L. 41295:30

Dal 1825 al 1840 furono varii i Rettori; Domenico Antonio Passarella fu il primo; gli successe Vito Autilio, indi Antonio Pace, ultimo Francesco Coronati, che dovette abbandonare il suo posto perchè, arrestato nel 1849, venne condannato a 19 anni di ferri, accusato di amore alla Patria. Qui ognuno immagini in quale abbandono e scompiglio dovè rimanere questo Collegio nei tempi tumultuosi che succedettero il 1848 sino al 1850 in cui Ferdinando II , con decreto firmato a Caserta il 20 Giugno, fu sollecito disporre che il Real Collegio di Potenza si fosse affidato ai Padri della Compagnia di Gesù, i quali ne avrebbero assunto l'amministrazione, la disciplina e la istruzione, con l'assegno della rendita annua di duc. 6000, pari a Lire 25500.

Le Scuole ed il Convitto vennero quindi nelle mani dei Padri Gesuiti. Che cosa questi abbiano fatto, come abbiano amministrato la rendita e come impartita la istruzione e l'educazione nel periodo di tempo compreso dal 1850 al 1860, non è dato ad alcuno rintracciare; imperocchè quasi tutti gli atti dei Padri Gesuiti venivano avvolti nel più segreto mistero. Venne il 18 Agosto 1860, la rivoluzione mandò via i Padri Gesuiti, e formato appena il Governo Dittatoriale in questa Provincia, proclamandosi l'unità d'Italia con Vittorio Emanuele , furono aperte le scuole, auspice il nome di Salvator Rosa , richiamandosi in servizio tutto quel personale direttivo ed insegnante che nel 1849 era stato destituito. Dopo poco tempo sorse una vertenza tra il Municipio di Potenza e l'amministrazione della Provincia intorno all'obbligo rispettivo delle riparazioni occorrenti al Collegio Salvator Rosa ed al Convitto Nazionale; e questa vertenza non ebbe la sua definitiva risoluzione che nel 1868. Il Comune, per esonerarsi dall'obbligo abbastanza grave delle riparazioni, respingeva il dritto di proprietà che per lo innanzi vantava sull'edificio, mercè lo istrumento stipulato con i Conti Loffredo, ed aveva ragione, imperocchè con altro istrumento pubblico, reso esecutivo per l'art. 18 della Sovrana risoluzione del 18 gennaio 1853, si era contrattata una nuova permuta, avendo il Municipio pel fabbricato del Collegio, ottenuto la casa provinciale detta di Cortese; ed il Consiglio Provinciale nella tornata del 27 settembre 1869, sulla relazione del Consigliere Lauria, deliberò ritenersi di proprietà della Provincia il locale del Collegio Salvator Rosa . Il Convitto non potè essere impiantato prima del 1864 per tante e svariate ragioni che non giova il numerare, e fu aperto con una bilancio attivo di lire 39368,81. La retta annuale degli alunni era di lire 425, e durò così sino al 1874, dal quale anno in poi venne aumentata a lire 600, come è al presente. N. 53 Comuni della Provincia erano riuniti in consorzio pel mantenimento di sei posti semigratuiti, e pagavano insieme la somma totale di lire 2769,50, mentre l'amministrazione Provinciale per altri quattro posti semigratuiti pagava l'altra somma di lire 2400. In seguito molti Comuni si ritirarono dal Consorzio, ed ora non ne sono rimasti che 16 per il mantenimento di 2 soli posti semigratuiti, mercè l'annuo pagamento di lire 625.

Occorrerebbe far ora una particolareggiata statistica dei Convittori che popolarono il Convitto dal primo suo impianto; ma per quante ricerche si sieno fatte, non si poterono rintracciare che i seguenti dati: Anno scolastico 1870-71 N.° 55 Anno scolastico 1871-72 N.° 66 Anno scolastico 1872-73 N.° 89 Anno scolastico 1873-74 N.° 77 Anno scolastico 1874-75 N.° 79 Anno scolastico 1875-76 N.° 78 Anno scolastico 1876-77 N.° 57 Anno scolastico 1877-78 N.° 63 Anno scolastico 1878-79 N.° 58 Anno scolastico 1879-80 N.° 58 Anno scolastico 1880-81 N.° 60 Anno scolastico 1881-82 N.° 89 Anno scolastico 1882-83 N.° 96 Anno scolastico 1883-84 N.° 76

Quale che possa essere il valore della presente e breve monografia è opportuno il constatare che le notizie in essa contenute furono cercate con deligenza e pazienza, frugando in polverose carte dimenticate chi sa da quanti anni, e riscontrando gli Archivi Provinciali e Municipali ove si rinvennero pratiche incomplete e disordinate, e forse per la prima volta consultate.

IL PRESIDE-RETTORE DONÀ PIETRO

R. Convitto Nazionale di Matera Solenne inaugurazione 4 giugno 1905 Matera, Tipografia Conti 1905

Con regio Decreto n. 660 del 13 ottobre 1904, in applicazione della Legge 31 marzo dello stesso anno sui provvedimenti per la Basilicata, era istituito in Matera un Convitto Nazionale che fu aperto nell'edifizio dell'ex Convitto E. Duni, ceduto dall'Amministrazione Comunale con la mobilia, l'arredo e la suppellettile quivi già esistenti.

In esecuzione del suddetto R. Decreto fu inviato in Matera colle funzioni di R. Commissario il Rettore del Convitto Nazionale di Bari, cav. prof. Nunzio Cantarano, il quale pose le prime basi del nuovo Istituto in continazione degli accordi già intervenuti per mezzo del R. Provveditore agli Studi, cav. Rocco Murari, fin dal settembre precedente, fra il Ministero dell'Istruzione Pubblica e l'Amministrazione Comunale.

Con decreto ministeriale del 1 novembre dello stesso anno veniva destinato alla Direzione del nuovo Convitto lo scrivente il quale, seguendo il piano di riordinamento giù tracciato dai due egregi funzionari da cui fu preceduto, ed utilmente secondato dalla stessa sullodata Amministrazione Comunale, potè efficacemente continuare sulla via delle riforme già iniziate.

Quando poi, coll'intervento del R. Commissario, fu insediato il nuovo Consiglio di Amministrazione, venne tosto manifestato il desiderio di inaugurare solennemente l'Istituto; la qual cosa fu una prima volta rimandata per ragioni di opportunità, ma quando parve giunto il momento per non dover più procrastinare, venne definitivamente fissata per la cerimonia la prima domenica di giugno.

Nella tornata ordinaria del giorno 20 maggio, infatti, il Consiglio, esprimendo al Rettore la propria soddisfazione per aver serbato memoria del voto già manifestato durante la discussione del Bilancio dell'esercizio in corso, e per aver saputo scegliere allo scopo il momento più opportuno, unanimemente approvava la proposta del Rettore, autorizzandolo ad escogitare il modo più efficace affinchè la cerimonia avesse importanza pari al beneficio di cui si volea affermare il lieto ricordo ed insieme la riconoscenza verso il Governo del Re che con una istituzione eminentemente civile si era degnato iniziare la serie dei provvedimenti proposti per il miglioramento morale ed economico della Basilicata, e dava incarico allo stesso Rettore - Presidente d'invitare il R. Provveditore agli studi della Provincia a presiedere la cerimonia e a leggere il discorso inaugurale.

Lo scrivente, in adempimento di quanto sopra, inviava speciale invito al distinto funzionario il quale, pur schermendosi per la sua nota particolare modestia, benevolmente accetterà l'incarico.

Altro particolare invito era rivolto all'On. Torraca, Michele in questi termini: «Il Consiglio di Amministrazione deliberava nell'ultima seduta di inaugurare solennemente in occasione della prossima festa dello Statuto questo nuovo Convitto Nazionale alla presenza dell'Autorità Amministrativa e scolastica della Provincia, delle Autorità e dei Corpi costituiti del Circondario, e dei notabili della Città, dandomi il gradito incarico di rivolgere speciale invito alla S.V. Onorevole, che tanto ebbe a cooperarsi perchè tale civile istituzione venisse dal Governo proposta alla sanzione del Re, di voler intervenire alla cerimonia, affinchè questa acquisti con si ambito intervento importanza pari al beneficio di cui si vuole ora, in nome degli allievi e dei cittadini riconoscenti, affermare il lieto ricordo».

«Nella speranza che questo atto di doverosa considerazione abbia eco simpatica nell'animo gentile di V. S. mi pongo nella gradita attesa inviandole intanto i miei distinti ossequi».

Numerosi inviti furono diramati alle Autorità della Provincia e del Circondario, ai Corpi costituiti, alla Magistratura, alle Autorità scolastiche, ai Sindaci dei Comuni del Circondario, ai capi d'Istituto e ai collegi degli insegnanti delle scuole primarie e secondarie, alle notabilità materane residenti in città o fuori della madre patria, al cav. Cantarano, ai Presidi di Liceo che in questi ultimi anni furono anche rettori del Convitto Comunale, ai Rettori dei Convitti Nazionali vicini, ai genitori degli allievi, a tutta la parte più eletta della cittadinanza.

Nei preparativi per la festa il Rettore fu efficacemente coadiuvato dai componenti il Consiglio di Amministrazione, dall'illustre Sotto-prefetto, cav. Alberto Vigo, dall'egregio Sindaco, dott. Sarra Raffaele, dal chiaro Preside, dott. Luigi Corner, dai funzionari tutti del Convitto, dai giovani del Liceo e dal distinto maestro Alberto Rezza.

Gli invitati accorsero numerosi; molti si fecero rappresentare; tutto precedette con ordine; i cittadini e le Autorità furono lieti della riuscita della festa e ancor più dell'avviamento dato all'Istituto; ed il Consiglio di Amministrazione nella tornata del giorno 10 dello stesso mese, sentita la relazione del Rettore, deliberava un encomio all'indirizzo di quanti avevano contribuita alla riuscita della festa geniale ed uno speciale voto di plauso al R. Provveditore, cav. Rocco Murari, al Sindaco, cav. Sarra Raffaele e al Rettore Augusto Ruina, mentre deliberava che fosse raccolto e stampato in uno speciale fascicolo, unitamente al discorso inaugurale, tutto quanto potesse costituire la cronaca genuina della indimenticabile giornata: questa la ragion dell'opera.

Il Rettore, Augusto Ruina

Apre la cerimonia il Rettore con le poche parole di ringraziamento che seguono agl'intervenuti:

Gentili signore e signori, giovani! Il Consiglio di Amm.ne di questo Convitto Nazionale, in una delle sue prime tornate, si mostrava desideroso a che il nuovo Istituto in una recente occasione venisse solennemente inaugurato; e fu ventilata la proposta di celebrare tale cerimonia in occasione del genetliaco dell'augusta Regina d' Italia. Ragioni di opportunità consigliarono però di rimandarla. La festa nazionale dello Statuto, che ricorda la tappa più importante fra noi nel cammino della libertà e del civile progresso, parve la occasione meglio propizia per tradurre in atto il voto del Consiglio, a cui proposi senz'altro, nella tornata ordinaria del mese testè decorso, di autorizzarmi a prendere le opportune disposizioni al riguardo. E come tutto fu allestito mi feci un pregio d'invitare le Autorità della Provincia, del Circondario e del Comune, insieme con questa parte eletta della cittadinanza, che ora qui accresce solennità alla cerimonia. E poichè l'appello ha avuto un'eco così gradita, ringrazio anzitutto i componenti il Consiglio che mi hanno dato l'opportunità di veder raccolte in questa sala tante gentili signore ed un nucleo di così distinti cittadini e di persone colte e sotto ogni riguardo insigni ed autorevoli a questa festa della giovinezza e della intelligenza. Ma al nostro egregio Provveditore, cav. Rocco Murari, sento, a preferenza, di essere grato e riconoscente, perchè senza il suo intervento la cerimonia sarebbe riuscita impari allo scopo. A lui dunque i miei, anzi i nostri, più sentiti ringraziamenti per tanta degnazione, per la competenza e l'autorità colla quale interviene, pel contributo che egli porta a che questa giornata memorabile resti scritta con caratteri indelebili nelle pagine della storia di questo Istituto; a lui il benvenuto a nome dei funzionari tutti e degli alunni che, dal suo intervento, si sentono fortemente onorati ed incoraggiati. Non posso fare a meno però di levare il mio pensiero all'illustre Giure-consulto e Statista che volle e seppe, nell'ultimo periodo della sua laboriosa ed onorata esistenza, provvedere alla resurrezione economica e morale della Basilicata, i cui benefici effetti furono sentiti prima che altrove in questa cittadina, nota per nobili tradizioni civili e per bontà della sua gente, avendo essa conseguito immediatamente la regificazione del Convitto Comunale. La quale precedenza essa deve altresì al suo Rappresentante politico che, con indefessa attività, seppe curare i più vitali interessi economici e morali del suo collegio, con speciale preferenza verso questo Capoluogo, ove egli passò i primi anni della sua vita intellettuale, ove riportò le prime vittorie, ed ove consegni e raccolse le migliori soddisfazioni e le più durature simpatie. Ed io, rendendomi interprete dei sentimenti appunto della intera cittadinanza, volli onorare l'Istituto con un ricordo perenne di questi due grandi Benefattori, ponendo i loro ritratti a fianco di quelli della graziosa Regina e dell'augusto nostro Re; al Quale, prendendo occasione dalla attuale cerimonia e dalla festa commemorativa delle libere rivendicazioni patrie, invio, pel tramite del Suo Ministro, questo telegramma, a nome della famiglia dell'Istituto: "In questo giorno di patrio giubilo, inaugurandosi solennemente nuovo Convitto Nazionale, allievi, educati al rispetto sacrosanto delle libere istituzioni, inneggiando all'Italia, associansi loro educatori nel comune sentimento di devozione alla Casa Sabauda, facendo voti affinchè Essa sia lungamente serbata alla Patria, per la grandezza dell' Italia, per la felicità del suo Popolo, per le nuove conquiste del lavoro e della civiltà . [S. E. il Ministro Ponzio Vaglia Emilio rispondeva: "S. M. il Re ringrazia V. S. ed i giovani dei cui generosi e patriottici sentimenti Ella rendevasi interprete nel gradito omaggio rivolto alla Maestà Sua per la lieta ricorrezza di oggi che è stata anche particolare festa di cotesto Istituto]. A S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione ho parimenti telegrafato in questi termini: «Inaugurandosi solennemente nuovo Convitto Nazionale, funzionari ed alunni inviano E. V. loro reverente saluto ». [Risposta di S. E. il Ministro della Istruzione Pubblica: "Ruina Rettore Convitto Nazionale Matera . Grato per gentile telegramma, ricambio cordiale saluto S. V. ed alunni augurando prospero avvenire, ottimi risultati cotesto Convitto Nazionale. Ministro Bianchi Leonardo]. Ora mi sia permesso di leggere fra le tante lettere di ringraziamento e di adesione pervenutemi alcune poche degne di particolare considerazione.

Roma, 30 maggio 1905. Ill.mo Sig. Rettore, Graditissima mi giunge la sua; ma non mi è possibile soddisfare il vivo desiderio mio, di essere a Matera e con così cari giovani convittori! Prego Lei di rappresentarmi. Le sorti del Liceo e del Convitto Nazionale di Matera mi sono sempre, e grandemente, a cuore; e sarò sempre lieto e felice di spendere l'opera mia a pro di istituzioni, dalle quali dobbiamo imprometterci l'elevamento intellettuale e morale delle crescenti generazioni. Voglia gradire i miei graditi saluti. dev.mo suo M. Torraca

Pisticci, 31 maggio 1905. Ill.mo Sig. Rettore del Convitto Nazionale Matera Duolmi non potere personalmente intervenire alla inaugurazione di cotesto nuovo e tanto ambito Convitto Nazionale. Mi associo però di assai buon grado, anche a nome di questa Amministrazione, alla lietissima e bene auspicata cerimonia, e delego a rappresentare me e questo suo Comune natio il chiarissimo Sig. Giannantonio cav. avv. Francesco. Con tutta stima. Il Sindaco Dott. DI GIULIO Pomarico, 31 maggio 1905.

Ill.mo Sig. Rettore, Graditissimi mi sono riusciti l'annunzio della solenne inaugurazione di cotesto nuovo Convitto Nazionale, e l'invito che si è degnata rivolgermi in forma tanto cortese. Epperò, nel congratularmi vivamente con la S. V. Ill.ma e con cotesto egregio Consiglio d'Amministrazione di si geniale iniziativa, io Le faccio qui le più sentite azioni di grazie, riserbandomi di ripetergliele nel giorno della solennità che auguro sia per riuscire corrispondente alla nobiltà del pensiero che l'ebbe ispirata. Il Sindaco B. DE PASCALE [Il cav. De Pascale faceva inoltre pervenire il seguente telegramma: "Impossibilitato recarmi costi, assisto col cuore inaugurazione cotesto Convitto, cui auguro massima prosperità anche a nome cittadinanza. Gradisca ossequi distinti]. Bari, 1 giugno 1905. Ill.mo Sig. Rettore, Duolmi che il suo gentile invito mi sia giunto con ritardo, essendomi impegnato per domenica prossima ad una conferenza che si terrà in questo Convitto e alla quale interverranno le autorità e numerose famiglie. Trovandomi quindi impossibilitato a recarmi costà di persona, sarò presente con lo spirito alla bella festa, di cui, con lodevole pensiero, Ella si è fatto promotore. Mi abbia per iscusato e voglia presentare ai signori Consiglieri d'Amministrazione, alle Autorità, a tutto il personale del Convitto, compresi i bravi convittori, il mio reverente e affettuoso saluto, mentre rinnovo a Lei e a cotesto importante Istituto gli auguri fervidi del più fiorente avvenire. Con stima. Il Rettore N. CANTARANO [Anche il cav. Cantarano telegrafava da Bari "Dolente non poter intervenire lieta festa per precedenti impegni assunti ricorrenza Statuto, pregola scusarmi presso onorevole Consiglio Amministrazione rendendosi interprete miei sentimenti verso tutti, cui mando reverente saluto insieme fervido augurio di prospero avvenire cotesto importante Convitto Nazionale]. Potenza, 1 giugno 1905. Sig. Rettore del Convitto Nazionale E. Duni. Matera Vivamente ringrazio la S. V. del gentile invito fattomi per assistere alla solenne inaugurazione del nuovo Convitto Nazionale, dolente di non poter intervenire perchè impedito. Mi farò rappresentare dal Sig. Sottoprefetto, e faccio voti per la prosperità del Convitto così bene da V. S. diretto. Il Prefetto PRANDI Salandra, 1 giugno 1905.

Ill.mo Sig. Rettore, Nella mia doppia qualità di Sindaco e di Consigliere Provinciale rendo ringraziamenti a V. S. pel cortese invito fattomi d'intervenire domenica prossima alla solenne inaugurazione di cotesto Convitto Nazionale. Un giorno migliore, in cui la Nazione sollennizza la sua festa politica, non poteva scegliersi, ed auguriamoci che dallo Stato vengano, finalmente, a questa nostra derelitta e disgraziata Provincia tutti gli altri benefici promessi. Mi duole però fortemente l'animo di non poter intervenire per causa di malattia, che a Potenza mi colpì quando, giorni fa, mi recai pel Consiglio Provinciale: prego credermi che lieto assisterò col pensiero alla solenne inaugurazione. - Ecc., ecc.. FRANCESCO Dott. JULA Potenza, 2 giugno 1905.

Ill.mo Sig. Rettore del Convitto Nazionale Matera Ringrazio V. S. Ill.ma della comunicazione contenuta nel contro indicato foglio e di gran cuore interverrei all'inaugurazione solenne che si farà di cotesto Convitto Nazionale, se non mi venisse impedito da urgenti affari di ufficio. Sarò presente col pensiero alla solennità, auspicando al prospero avvenire dell'Istituto che pure si alti sforzi in precedenza compiva per tenersi all'altezza delle nobili tradizioni della Città di Matera. Ho nondimeno pregato il comm. Domenico Ridola, Consigliere provinciale, di rappresentare me ed il Presidente del Consiglio, infermo, che m'interessava per le analoghe comunicazioni. M. BONIFACIO Pres, della Deput. Prov. Tricarico, 2 giugno 1905. Ill.mo Sig. Rettore del Convitto Nazionale E. Duni Matera Mi duole di non poter aderire al cortese invito di cui è oggetto la pregiata nota della S. V. Ill.ma, a margine indicata, perchè sono impossibilitato a muovermi da questa residenza. Intanto, nel rassegnarle le mie più vive azioni di grazie, faccio voti perchè la cerimonia dell'inaugurazione di codesto Convitto Nazionale riesca altamente solenne e degna della Città in cui si compie. Augurando al nuovo Convitto il più splendido avvenire La riverisco. Il Sindaco M. PICARDI Potenza, 2 giugno 1905. Meglio che atto di doverosa considerazione alla quale non ho diritto di sorta, l'onorifico invito della S. S. I. è soltanto conseguenza della cortesia lucana, tanto buona e graziosa nella città di Duni e di Stigliani. Piucchè eco di sola simpatia, codesto invito ha in me maggior graditudine e devozione verso codesta città, nella quale ebbi lume d'intelletto e di educazione, che mi volle suo cittadino onorario; e nella quale conto lunghissima schiera dei migliori amici; e volli sinanco educato il mio povero figliuolo. Ringrazio intimamente. E non meno ringrazio la S. S. I. Sarei felice d'intervenire; di risalutare Matera; di conoscere Lei e profferirmele; e di rivivere gli anni della giovinezza nel contatto della gioventù che affidata alle cure di Lei crescerà degna delle sorti della patria. Però un viluppo di imperiose circostanze, mi impedisce di accorrere, come pur troppo vorrei; ed oggi stesso, prego il mio distinto amico avvocato Cav. Uffic. Marsilio di rappresentarmi ed esprimere a chiunque i sensi miei di affettuoso interessamento, di gratitudine, di devozione; dire ai giovani che aspettiamo splendide lor prove: augurare che codesto Convitto Nazionale assorga ai migliori risultati. Con l'On. Consiglio di Amministrazione, gradisca, ill.mo sig. Rettore, la espressione della mia maggiore considerazione. G. TRIVIGNO - Consigliere Provinciale Potenza, 3 giugno 1905 Ill.mo Sig. Rettore Matera Ringrazio sentitamente V. S. e l'Onorevole Consiglio di Amministrazione di codesto Convitto Nazionale del cortese invito fattomi con lettera del 28 maggio p. p. perchè intervenissi alla solenne cerimonia disposta per inaugurare domani il Convitto. Sarei stato lieto di partecipare a tale festa, serbando io sempre memoria di avere costà compiuti i miei studi nelle scuole del Ginnasio e del Liceo; però impegni precedenti, e la strettezza del tempo mi vietano di accettare il gentile invito.

Parteciperò quindi alla inaugurazione con l'animo, facendo voti cordiali e vivissimi per lo incremento e continuo miglioramento di codesto spettabile Convitto, il quale sotto l'abile ed accurata Direzione di V. S. e dell'Onorev. Consiglio d'Amministrazione non mancherà certo di assurgere a grandezza, quale è nel desiderio di noi tutti del Materano. La riverisco distintamente. GIOVANNI LABBATE - Consigliere Prov. Firenze, 2 giugno 1905. Egregio signore, sono in questi giorni oltremodo occupato e perciò mi trovo nella dura impossibilità di poter accogliere il cortese e lusinghiero invito di cui il Consiglio di Amministrazione di codesto Convitto Nazionale volle onorarmi. Nell'esprimere il sincero rammarico per tale involontaria rinunzia, che mi priva anche di rivedere la terra natia, alla quale mi legano care memorie e profonde amicizie, porgo a Lei, a tutti i Componenti il Consiglio i sensi di viva gratitudine per il pensiero gentile e per le cortesi parole che lo accompagnano. Auguro al novello Istituto vita lunga e successi degni di coloro chiamati a reggerne le sorti, confidando di potere al più presto venire ad ammirare l'opera concorde di tante buone volontà. Ecc., ecc. A. Loperfido dell'Istituto geografico militare. Matera, 3 giugno 1905.Ill.mo sig. Rettore, Sono dolente non potere, per ragioni di lutto recente, partecipare alla festa solenne d'inaugurazione del nostro convitto E. Duni. Sono presente con l'animo esultante per lieto avvenimento, ed auguro all'Istituto, dalla S. V. Ill.ma così degnamente presieduto, il più felice avvenire, cui ha diritto per tradizioni, per sacrifici durati circa quaranta anni dalla Città di Matera e per concorso di persone autorevoli. Mi creda intanto, ecc. Avv. De Ruggieri Nicola Consigliere Prov.

Molti telegrammi sono altresì giunti, fra i quali: Da Grassano, al RETTORE. Giungemi qui invito. Spiacente non aver potuto intervenire inaugurazione faccio auguri prosperità. MATERI (Deputato al Parlamento)

Da Pisticci. Impedito intervenire geniale inaugurazione, memore antiche nobili tradizioni Istituto E. Duni, donde tanti forti intelletti irradiarono, partecipo vivamente vostra festa auspicando maggiore gloria prosperità Convitto Nazionale tardiva rivendicazione concessaci. NICOLA CANTISANO (Consigliere Provinciale) Da Bernalda. Dolente non poter intervenire, causa tempo, inaugurazione cotesto Convitto, pregola rappresentarmi. Ringrazio Lei e codesto Consiglio d'Amministrazione gentile invito. GUIDA (Consigliere Provinciale) Con animo memore riconoscente partecipiamo in ispirito solenne festa nazionalizzazione Convitto ove fummo educati al vivere civile auspicando sempre maggiore grandezza degna glorioso passato. Con profondo ossequio Avv. FURLO, Dott. APA Da Roma. Lontano prendo parte solennità odierna augurando prosperitá nascente Istituto erede delle nobili tradizioni del Collegio E. Duni. Ecc., ecc. FESTA (prof. della R. Università) Impegni indeclinabili mi tengono intervenire solenne inaugurazione cotesto Convitto Nazionale alla quale partecipo col pensiero facendo, inviando caldissimi voti prospero avvenire nuovo Istituto. VENEZIA (Deputato Provinciale) Da Campobasso. Cortesemente chiamato da desiderio intenso spirito assisto col cuore commosso dolci ricordi, trionfo diletto istituto cara città affettuosamente salutando e augurando. AVOGADRO (Preside del R. Liceo)

Sospendo la lettura di molti altri telegrammi, biglietti di ringraziamento e lettere in termini lusinghieri, di scusa, di congratulazione e di augurio di altri distinti cittadini non volendo ulteriormente abusare della pazienza dell'eletto uditorio; ma prima di cedere la parola a più degni e autorevoli oratori sento il bisogno di ringraziare non solo quanti si sono compiaciuti d'intervenire altresì tutti coloro che in questa ospitale Città, con a capo l'Amministrazione Comunale e l'Autorità Politico-Amministrativa del Circondario, mi sono stati larghi di aiuto e d'incoraggiamento nei primi momenti in cui le difficoltà per l'assetto e il riordinamento dell'Istituto non sono stati nè poche nè lievi, e di esprimere il mio intimo compiacimento ai miei bravi alunni che, contribuendo con la loro condotta e con l'adempimento dei doveri scolastici alla buona fama dell'Istituto, non hanno neppure mancato di prestarsi affinchè la cerimonia avesse la maggiore solennità. Salve, o giovani, future speranze della Patria, futuri campioni della civiltà e di ogni umano progresso! Subito dopo prende la parola l' egregio Sindaco di Matera, cav. dottor Sarra Raffaele, dicendo: Gentili signore, ragguardevoli cittadini e giovani carissimi! Era nell'animo dei componenti la vostra civica amministrazione di commemorare, in questa giornata, il cavaliere degli ideali civili, il personaggio che ebbe a direttiva della sua vita politica il motto principato e libertà, il vegliardo, che molti di voi videro aggirarsi fra le mura di questo edificio, sul morire del settembre 1902. Poichè l'uomo propone e... gli eventi dispongono, quella commemorazione non ha potuto aver luogo, ma quod differtur non aufertur , e, se alla vostra amministrazione,

tanto posta in croce Pur da color, che le dovrian dar lode,sarà consentito di rimanere al suo posto di combattimento, l'impegno assunto sarà mantenuto. Per fortuna non è mancata l'occasione di poter parlare del grande figliuolo di Brescia , ed alla persona, che volle alla commemorazione deliberata dal consiglio comunale sostituire altra solennità, quella della inaugurazione del nostro convitto nazionale, all'amico Augusto Ruina, che con zelo ed affetto sopraintende alle sorti di questo istituto, mi permetto di presentare, per la buona iniziativa, i sensi di vivissimi ringraziamenti e di cordiale compiacimento, a nome dei miei compagni di amministrazione. Ma come parlare della nazionalizzazione di questo istituto, senza volare, colla mente, all'opera dell'uomo, che, mercè la legge 31 marzo 1904, volle, e fortemente volle, iniziare il risorgimento economico e morale di questa povera ed abbandonata Irlanda delle province meridionali d'Italia? Che sia benedetta la sua memoria! Come parlare di nazionalizzazione del convitto, senza ricordare l'opera, spiegata dall' on. Michele Torraca, a vantaggio di esso? Molti furono i collaboratori di quella legge, ma, fra questi, chi ebbe la idea di creare in questa città, oltre il liceo-ginnasio governativo, anche un convitto nazionale, bisogna confessarlo in omaggio alla verità, fu il deputato del collegio; ed anche all'indirizzo suo giunga un saluto di gratitudine doverosa. Ed è mestieri non obliare eziandio il valido appoggio, di cui fu largo l'egregio uomo, il quale, con intelletto di amore e con entusiasmo di neòfita, attende al progresso della istruzione in questa provincia. Ricordate? Il nostro provveditore agli studi, il prof. Rocco Murari, fu qui, fra noi, lo scorso anno, a situare la prima pietra all'edificio, preparato dalla legge per la Basilicata, ed ha voluto, la seconda volta, correre in mezzo a noi, per compiacersi dello stato forte e valido della sua costruzione. Aggradisca l'illustre funzionario le espressioni di ringraziamenti e di simpatia di questa cittadinanza, e possa, per molti anni ancora, essere l'opera sua a noi di consiglio e di ammaestramento. La festa, che oggi celebriamo, ha per noi un significato di estrema importanza, perchè segna la fine di una iliade di sogni, di aspirazioni, di promesse, di disinganni, di dolori, di sacrifizi, che agitarono e tormentarono l'animo e la finanza del comune. Il governo di Carlo III di Borbone assai scarsa cura si dette della istruzione dei suoi sudditi. In Napoli e nelle province, scrive recentemente il prof. Schipa, « il Clero ne aveva assunto il compito per lucro, per rinomanza, per credito. Monaci insegnanti per impulso personale, in conventi privi di scuole; monaci in collegi, istituiti a quel fine; preti nelle proprie case, preti nei seminari continuarono a formare la mente, l'animo, gli abiti della purtroppo scarsa schiera non analfabeta del laicato. Lo Stato non vigilava l'indirizzo, la disciplina, gli intenti di quelle scuole». Afflitta dall'enorme reddito fondiario di ducati 208,600 l'anno, con soli ducati 33,300 di carichi, racconta il Racioppi, spadroneggiava da per tutto la Compagnia di Gesù con scuole e collegi, ed accrescevano la ricchezza dell'Ordine vistose prestazioni, da parte dei comuni del regno e dei privati. Un bel giorno, meglio un cattivo giorno, dell'anno 1767, la Spagna spiccò l'ordine a tutte le branche regnanti di Casa Borbone di espellere dal regno i seguaci di Ignazio di Loyola, del giovine paggio di Ferdinando il Cattolico. Le ragioni recondite di questo, pel tempo, stranissimo evento, Carlo III disse "tenerle chiuse nell'augusto suo cuore", che pure era cuor pio, devoto e beghino, e non pare che le abbia ancora del tutto chiarite la storia. I vistosi redditi della Compagnia vennero incamerati allo Stato e, con ottima lode, assegnati alla istruzione pubblica; e nuove scuole furono aperte, ovunque erano case e collegi di gesuiti, in Napoli o nelle province.

Del provvedimento audace fu strumento il Ministro Bernardo Tanucci, «libero pensatore dei tempi suoi, come scrive il Colletta, quando era libertà contrastare alle pretensioni papali», ed anima, lo credereste? non il sovrano, Ferdinando IV [nonché Ferdinando I], figliuolo di Carlo III di Borbone , ma un umile prete, professore di etica e di economia pubblica nella Università di Napoli, l'abate Antonio Genovesi, quegli che creò, presso di noi, l'insegnamento classico e tecnico, designandolo anello di congiunzione tra l'insegnamento universitario e le scuole elementari, e fu, a dire del medesimo Colletta, «maraviglia d'ingegno e di virtù, dottissimo e povero». Matera, allora capoluogo di questa provincia, ebbe, unitamente ad Aquila, Bari, Capua, Catanzaro, Chieti, Cosenza, Lecce e Salerno, una di quelle scuole, che si dissero «regie». Ma l'impianto di quella scuola in questo comune non passi liscio. Sorsero gelosie e sollecitazioni presso il governo, da parte della vicina città di Altamura, la quale chiedeva anch'essa l'istituto, e non poche camice ebbero a sudare i nostri nonni per stornare il pericolo di vedere altrove stabilito il regio» insegnamento.

Per fortuna una relazione, scarabocchiata dal preside, vale a dire dal prefetto, e presentata al ministro Tanucci, da due avvocati napoletani, scongiurò la burrasca, e la scuola fu aperta nel 1769. L'insegnamento impartito in quella scuola concerneva gli offici, la filosofia, la matematica, la lingua greca e latina, il leggere, lo scrivere e l'abbaco, la storia sacra e profana, la teologia ed il catechismo. In epoca posteriore, altri insegnamenti si aggiunsero, e furono quello della giurisprudenza, della medicina, della fisica, della geografia e della agricoltura, e così quella scuola secondaria si trasformò in un embrione di vera università a prodotto minuscolo.

Ma l'opinione pubblica non si dichiarò troppo favorevole all'insegnamento, che si svolse nelle scuole tanneciane, a giudicare da ciò che il Galanti affermava nel 1772. Quell'atto di governo soddisfece ai voti non tanto del pubblico, quanto del piccol numero degli uomini ragionevoli della nostra regione. Nella scuola di Matera, è certo, che il programma degli studii, promesso, non fu mai svolto completamente, come il nostro sen. G. Gattini ha dimostrato, e come risulta ancora dal manoscritto di un contemporaneo, il quale ci fa conoscere che due sole stanze nel 1781 venivano «addette all'uso dei pubblici "studii", essendosi minorate le cattedre degli stessi da tre anni». Il convitto poi, di cui si fa parola nell'art. 77 del regolamento annesso alla prammatica VI della Suprema Giunta degli abusi, pare che non fosse stato mai aperto in questa città. Il governo affidò all'ingegnere Carmine Carnavese l'incarico di costruirlo, ma questi si limitò a stendere un disegno dell'edificio ed una relazione favorevole, e si allontanò, portando seco 20 ducati di mancia, che gli offrì il comune in compenso del lavoro eseguito.

Dall'insegnamento laico, impartito nelle scuole "regie" il buon Antonio Genovesi molto s'imprometteva. Il 6 novembre 1768 scriveva ad un suo amico di Palmi, in Calabria: «collegio, scuole, filosofia, matematiche, lingue, storia, umanità... jam redit et virgo, redeunt saturnia regna». Ma non solo fu il Genovesi, presso il governo, largo di consigli, volle ancora proporre i nomi di molti suoi più valorosi alunni da mettere in esse a maestri. I semi delle sue dottrine, concernenti non soltanto la istruzione, ma la pubblica ricchezza, i tributi, la manomorta, la proprietà, la trasformazione dello stato, il lavoro, l'industria, il commercio, l'agricoltura, si sparsero per il regno, e vedete quello che di lui scrive uno scrittore del 1791: «Il Genovesi fu il primo a svegliare imprudentissimamente il gusto democratico fra noi, e sebbene si avesse fatto sulle prime pochi e timidi proseliti, nondimeno col correre degli anni la semenza è felicemente sviluppata ed è già ligata in frutto». «Dal giorno della sua morte, osserva il Racioppi, al giorno della storia, che piglia le mosse dal 1789, non sono che 20 anni appena, e questo spazio di tempo è sfolgorato dalla luce, ed agitato dal moto, che impressero all'Europa neo-latina gli enciclopedisti ed i fisiocrati, Voltaire, d'Alembert, Rousseau, Turgot, Elvezio, Condillac,Mably».

I frutti di quelle scuole si raccolsero nel regno di Napoli, allo scoppio della rivoluzione del 1799, e Matera andò superba di aver dato i natali a Giovanni Firrao, a Giambattista Torricelli, a Liborio Cufaro, ad Antonio Lena-Santoro, a Gennaro Passarelli ed a Marco Malvinni-Malvezzi, il nobile manipolo dei nostri martiri del 1799, i valorosi discepoli dei discepoli di Antonio Genovesi.

Col nuovo indirizzo ed assetto, venuto fuori dalla rivoluzione francese, tutto un passato di cose fu travolto, e parecchie di queste scuole furono soppresse. Anche Matera vide morire la sua «regia» scuola verso il 1799.

Venuti i napoleonidi al governo del regno di Napoli le «regie» scuole presero il nome di collegi «reali», ed ogni provincia ebbe il suo collegio.

Matera, nè Potenza, dove il capoluogo della provincia di Basilicata era passato, furono sedi di collegio. Avigliano, la culla dei fratelli Palomba e Vaccaro, vittime della ferocia e della perfidia borbonica, ebbe la fortuna di averlo, ma per pochi anni, perchè, restaurata la dinastia borbonica, Potenza seppe strappare ad Avigliano il collegio, ed alla sua volta Avigliano lo tolse a Potenza nel 1851. I nostri nonni si erano messi a dormire, ed alla istruzione dei loro figliuoli badò il seminario, fondato nel 1672 dall'arcivescovo mons. Vincenzo Lanfranchi. Ruppe l'alto sonno, nel 1817, una lettera del sottointendente, nella quale si stimolava il decurionato ad «implorare da S. M., Iddio guardi, il ristabilimento delle scuole pubbliche, che una volta erano stabilite colle rendite dell'azienda gesuitica».

Il decurionato allora, in compenso della perdita dei tribunali, subita dalla città, chiese una scuola secondaria, e l'intendenza nel 1818 rispose, che non bastava chiedere la scuola, ma che bisognava preparare i fondi necessari a mantenere in vita il nuovo istituto.

Gli amministratori proposero di rimando al governo di utilizzare i fondi dell'abolita azienda gesuitica. La proposta non fruttò nulla di nulla, perchè il governo fece intendere come «il chiedere i fondi dell'abolita azienda gesuitica era lo stesso che tentare una impresa inutile, mentre questi fondi erano stati addetti ad altri usi». Dove erano andati a finire? Il ricco feudo di Policoro, posseduto dalla Compagnia di Gesù, era stato venduto, fin dal 1771, dal regio fisco alla principessa Serra-Cassano di Gerace; e l'altro feudo di Latronico, anch'esso appartenente ai gesuiti, passò al Demanio, e da questo, mercè il concordato del 16 febbraio 1818, assegnato in dotazione alla Mensa vescovile di Policastro.

Tornò allora il seminario locale ad attendere alla coltura ed alla educazione della nostra borghesia, finchè, sopraggiunti i moti rivoluzionari del 1860, le porte del seminario si chiusero.

Dopo quattro anni, nel 1864, in seguito ad istanze del comune e coll'aperto e completo accordo del clero, seguì l'impianto dell'attuale ginnasio e liceo, per opera del governo italiano, il quale inviò nella nostra città un regio commissario, l'on. Ippolito Amicarelli, e da allora l'istituto venne mantenuto a spese del comune.

Non è possibile di presentarvi, senza abusare della vostra pazienza, tutte le deliberazioni consigliari, intese a mantenere e ad accrescere la vita ed il lustro del nostro istituto; non è possibile di enumerare tutte le proposte escogitate dalle amministrazioni, che volta per volta andavano succedendosi, perchè la istituzione avesse corrisposto ai suoi fini educativi; non è possibile mettere sotto i vostri occhi la lunga serie di sacrifizi, subiti dalla finanza comunale, a scapito di altri pubblici servizi, anch'essi di vitale interesse.

Vennero meno le entrate del bilancio, ed ora si votarono prestiti, ed ora si chiedevano sussidi caritativi ai privati, fra i quali si distinse per vistosa elargizione la famiglia Malvinni - Malvezzi; larghi stipendi implorava il personale insegnante, e, perchè le esigenze della istruzione fossero soddisfatte, il consiglio comunale generosamente deliberava.

Gravi dispendi costò la lunga pratica, intesa ad ottenere il pareggiamento dell'istituto a quelli governativi, il che ebbe luogo nel 1875, e non si badò mai a lesinare sulle spese per l'arredamento scolastico, per le dotazioni dei gabinetti, e per la decenza ed igiene dell'alloggio.

Ai voti, inviati al governo, perchè l'istituto fosse passato alla dipendenza dello Stato e mantenuto a spese del bilancio del ministero della P. I., si rispondeva picche; alle sollecitazioni, alle preghiere, alle minacce di sopprimere, e per sempre, un importante centro di istruzione secondaria, con discapito della cultura e della civiltà, in una provincia vasta e povera di scuole, il governo non ebbe nè occhi per vedere e nè orecchi per ascoltare.

Grazie ad un supremo conato, svoltosi durante l'amministrazione del sig. Michele Bronzini nel 1898, si ottenne che il contributo scolastico di lire 30942,00 versato fin dal 1882 al governo fosse, ridotto a lire 24000,00.

E venne finalmente la legge sui provvedimenti per la Basilicata 31 Marzo 1904, mercè la quale il bilancio comunale ottenne il totale esonero del contributo scolastico di lire 24000,00. Quanto cammino da Bernardo Tanucci, che firmava la prammatica del 1770, a Giuseppe Zanardelli, autore della legge sulla nazionalizzazione del nostro istituto! Due date memorabili per la nostra città, due atti di solenne omaggio all'insegnamento di stato, da parte di due ministri, oh quanto l'uno, nella storia, lontano dall'altro, ma vicini nella finalità del provvedimento educativo, cui mirarono!

Nel porre termine a queste mie povere parole, permettete, o signori, che esprima un augurio, sicuro che interpreto fedelmente i sentimenti dell'animo vostro. Possa lo spirito del vegliardo di Brescia, perennemente, alitare fra le pareti di questo edificio, dove ha sede un istituto, che fu suo figliuolo prediletto, e possa custodirlo, e difenderlo dalle insidie dei nemici implacabili della comune patria, la nostra Italia, aperta, per opera sua, ad un indirizzo di sana democrazia. E i successori di lui lo allevino forte e robusto, a dispetto di quanti congiurano, per distruggere un passato di faticose aspirazioni ed un avvenire ricco di luce, di bene, di civile progresso.

E voi, o giovani carissimi, in questa scuola ed in questo convitto, sappiate prepararvi bene, per combattere, con coraggio e con senno, le grandi battaglie dei tempi nuovi. Queste battaglie non sono più dirette ad assicurare alla nostra Italia la unità e la indipendenza, che sono ormai un fatto compiuto, ma a risolvere un cumulo di ardui problemi economici e sociali, a vantaggio del proletariato, che soffre, e da voi attende la sua redenzione materiale e morale!

Come ebbe terminato il suo dire fra gli applausi generali l'illustre Sindaco, si levò il chiaro prof. Rocco Murari, R. Provveditore agli studii della Provincia, il quale, invitato per desiderio del Consiglio di Amm.ne a leggere il discorso inaugurale, prese a trattare l'interessante tema La funzione pedagogica dei Convitti Nazionali .

Il Consiglio d'Amministrazione di questo Convitto, il quale col presente anno scolastico assumeva nome e dignità di Convitto Nazionale, deliberando in sua adunanza del 20 Maggio n. s. di inaugurarlo solennemente in questo giorno in cui l'Italiarigenerata ricorda la concessione delle libertà statutarie, pietra miliare della sua redenzione civile, per mezzo dell'Egregio Rettore suo presidente, mi invitava ad intervenire alla lietissima festa e di portarle un saluto augurale con la mia modesta parola. Se il riconoscimento del mio meschino valor personale che, purtroppo, in me non è un merito, mi sconsigliava dall'accogliere il cortesissimo invito, l'ufficio mio e la forma squisitamente gentile con cui esso mi si faceva, mi resero graditissimo il dovere di accettarlo; tanto più gradito in quanto, affermatasi la conversione di questo Convitto in Nazionale con la provvida legge del 31 marzo 1904, che assicura e dispone la rigenerazione di questa vasta e nobile regione di Basilicata, e alla quale si sposa il nome venerato di Giuseppe Zanardelli, dell'insigne Uomo, del cavaliere dell'idee generose, il cui ricordo, per ragioni diverse, tanto commuove l'animo vostro ed il mio, e quello degl'illustri figli di questa nostra Provincia che ne furono si validi cooperatori, a me, or son pochi mesi toccò il compito lieto di stabilire con l'Ill.mo Sig. Sindaco e con l'Onorevole Giunta Municipale che si mostrarono allora e furon poi lodevolmente solerti nel secondare l'opera del Governo, gli accordi fondamentali della conversione medesima e di affermarla per primo pubblicamente come un fatto compiuto. Fatto veramente onorevole; poichè il progressivo perfezionarsi presso un popolo de' suoi istituti pedagogici è indice indiscutibile che questo popolo ha chiara coscienza della efficacia e della necessità che le generazioni crescenti, conscie eredi di un passato, che potè avere sventure, ma non conobbe viltà, preparino a grado a grado in sè medesime gloria e prosperità al proprio paese nell'avvenire. Signore e signori, permettete che io ripensi con voi per poco in che consista questo carattere di Nazionale che lo Stato concede a poche decine tra le molte centinaia dei convitti d'Italia, ne tocchi delle delicate funzioni e, nella cara comprensione di esse, il mio animo faccia eco al godimento dell'animo vostro in questa nostra festa gentile.

Al pensiero di una società, come al pensiero di un individuo, brilla continuo il concetto di una propria perfezione ideale, a cui tende costantemente di arrivare, anche quando l'azione è un errore e persino quando è una colpa, poichè quell'errore o quella colpa altro non sono che una conseguenza immediata di un concetto subiettivo di perfezione, che riguardato obiettivamente può essere talvolta anche errato o colpevole. Tutto ciò per tanto che contribuisce direttamente, non dirò al conseguimento della perfezione, che è impossibile, come ne è necessaria all'essenza della natura umana l'ansiosa ricerca, ma solo ad avvicinarsi ad esso direttamente, è un bene diretto.

Così un bene diretto per l'individuo sano è il cibo opportunamente preparato e ordinatamente assunto in determinate condizioni di tempo e di quantità, per le quali attuandosi perfetto il ricambio, e si riparano le perdite necessarie, e si porge incremento all'essere ed alle sue varie energie fisiologiche.

Un bene diretto per la società è la pace operosa che collegando in un fascio le forze degl'individui, porge modo ed occasione, con lo sviluppo dell'agricoltura, dei commerci e delle industrie, all'incremento delle energie economiche, con lo sviluppo delle arti all'incremento delle energie estetiche, con lo sviluppo delle scienze all'incremento delle energie intellettuali di essa.

Ma quel corpo che per essere idealmente perfetto dev'essere armonico e sano in ogni sua parte, può qualche volta, o per deficienza congenita o per condizioni temporanee, non esserlo: ed allora è un bene indiretto quel farmaco salutare che risveglia ed aiuta le forze della natura per combattere il male; è un bene indiretto l'apparato ortopedico che porge un sostegno artificiale alle forze mancanti o insufficienti di questo o quel membro.

Quella società che per essere idealmente perfetta deve vivere dell'ordinata distribuzione degli uffici nella operosa quiete della pace, può qualche volta esser minata all'interno da elementi perversi e pervertitori, all'esterno da nemici invidi ed iniqui; ed allora per essa sono un bene indiretto la repressione e la guerra che questi elementi riducano all'impotenza. Così è della famiglia. Un giovine uomo ed una giovine donna, libellule danzanti nella grande serenità della lor vita primaverile, atomi coscienti nell'ampio mare dell'essere, s'incontrano, s'indovinano, si baciano, si fondono; e dal loro amore fecondo, per la legge suprema onde si rinnovella incessantemente il creato, forti da genitori forti, nascono i figli riproducenti le virtù patrie, anelli nuovi della indefinita catena per cui, attraverso alle morti degli uomini, vive di vita continua l'umanità.

La famiglia è compiuta. Ma il roseo sorriso del bimbo che dalla candida culla imparadisa l'anima del padre e della madre, stretti insieme in un'estasi di nuovi affetti, che prima non sognavano neppure, li fa insieme beati e pensosi dei nuovi doveri che loro incombono con la nuova felicità. E la madre, che forse fu presso alla sublimità dell'olocausto nel nascimento del figlio delle sue viscere, lo nutre del suo seno, lo scalda de' suoi baci, ne educa l'incerto piedino ai primi passi, la lingua balbettante alle prime parole, circondandolo di un nimbo di carezze e di cure. E quando, più tardi, di mezzo ai trastulli infantili, carpirà nei vividi occhi del bimbo il primo raggio dell'intelletto ormai operante, ne educherà i primi pensieri, e con industre e solerte premura seminerà in quella tenera anima i primi semi della virtù. E il fanciullo cresce: e il babbo che sin ora lo ha adorato di muta adorazione, ne imprende cura più diretta; ed egli stesso lo va di giorno in giorno, di ora in ora con assiduità minuziosa ed affettuosa preparando alla vita; e gli schiude la mente a mano a mano alle più recondite fonti del sapere, e gli schiude il cuore alle più delicate sfumature della gentilezza, alle più salde affermazioni del carattere; e, lieto di vederlo, pianta di buon seme, fiorir prosperoso, nella preparazione del figlio alla vita sociale, fa consistere la felicità della vita propria, pago di perpetuarsi elettamente in lui e di aver dedicato a questo altissimo fine tutto se stesso e le sue forze.

Ma voi sorridete e scotete la testa, o signori; e il vostro sorriso mi dice che questa che io vi ho fuggevolmente delineata, è una famiglia ideale, che esiste soltanto nel paese dei sogni.

Non sempre quel bimbo, pur troppo, sarà sano e fiorente: non sempre la giovine madre si chinerà raggiante di gaudio sulla sua culla a baciarlo. Verrà una tristissima notte, e quella donna poco prima felice, ora desolatissima, toccando le tenere membra del bimbo suo scottanti per febbre, notandone gli occhi velati, il respiro affannoso, le labbra riarse, muterà d'un subito le estasi della gioia nello spasimo del dolore e, trepidante d'un'angoscia ineffabile, implorerà dall'uomo dell'arte il consiglio e l'aiuto per contendere al male il suo tesoro.

Non sempre al babbo pioveranno nello scrigno dal cielo i mezzi che gli concedano di non distrarsi per nulla dall'altissimo compito dell'educazione e dell'istruzione del suo figliuolo. Troppo poche son le rose nella vita, troppo numerose spesso e pungenti le spine: e il capo d'una famiglia spesso si chiama già fortunato se con l'indefesso lavoro può sopperire ai bisogni di essa, sottraendo il tempo prezioso al delicatissimo ufficio pedagogico: e troppo spesso, naturalmente, l'addestramento del capofamiglia ad un lavoro speciale che frutti mezzi di vivere a lui e a' suoi cari, gli ha impedito, anche quando ne avesse avuto le attitudini, di esser sufficiente ad impartire al suo figliuolo l'istruzione, a promuoverne l'educazione che da esso avrebbero richiesto le attuali condizioni della civiltà, i bisogni e le contingenze avvenire.

Queste sono le ragioni prime delle scuole a cui accedono la maggior parte dei figli della patria: queste le prime ragioni dell'istituzione dei convitti, i quali si sostituiscono alla famiglia in quanto questa non ha i mezzi per sopperire da sola a istruirli ed educarli, per provvedere insomma al loro necessario elevamento intellettuale e morale.

Da quanto abbiamo considerato sin qui, si comprende che il Convitto è un bene indiretto in quanto esso rende minori i mali che potrebbero venire alle generazioni crescenti dalla insufficienza dei mezzi di cui le singole famiglie posson disporre per la preparazione dei loro figliuoli alla vita.

Come logica conseguenza se ne ritrae che i vantaggi che offre il Convitto sono a prezzo di altri che per esso vengono meno. Chi negherà che non sia un male il forzato allontanamento del giovinetto dalla famiglia, da questo tempio vivo dell'umana società, da questo sancta sanctorum dell'umanità, di cui sono sacerdoti compresi della loro alta missione i genitori, altare il desco, tradizioni ieratiche le memorie di famiglia, legge santa l'amore, neofiti i figli?

Come compensare degnamente il bacio che la madre imprime sulla fronte del suo figliuolo la sera, a premio della giornata trascorsa nella attuazione di forti propositi, nella vivace operosità degli studi? Come compensar degnamente la lezione efficacissima, il muto rimprovero d'una lagrima furtiva con cui la madre, pur non negando al bisogno del suo cuore il bacio materno sulla fronte del figlio e la mesta voluttà del perdono, riassume in un sospiro il dolore per una mancanza da esso compiuta? E l'esempio continuo del padre che tutte affronta le traversie della vita e tutto immola se medesimo perchè alla donna, che è madre de' figli suoi, perchè a codesti suoi figli che sono la continuazione dell' esser suo, l'anima dell'anima sua, trascorra più lieta la vita presente, e più serena e non altrimenti gioiosa sorrida la vita avvenire?

Ma se il Convitto non può compensar degnamente questi beni che, coll'allontanamento del figlio dalla famiglia, si perdono o almeno si attenuano, altri beni sa dare che la famiglia non può.

La natura destina l'uomo al vivere sociale. Oltre la famiglia, il paese nativo che è la piccola patria, la grande patria che è lo Stato, l'umanità che per alcune idee trascendenti di fratellanza abbatte barriere di monti e di mari, impacci di trattati e di note diplomatiche, esigono dalla chiara coscienza che l'uomo deve avere della sua partecipazione a queste varie forme della vita collettiva, lo smussamento di certi angoli, la prontezza a impedire o scemare certi attriti, l'adusamento ad opportune cessioni di certi diritti, alle quali apparenti menomazioni del proprio essere l'individuo come tale, anzi tanto più quanto maggiore sente la dignità della vita individuale, si ribellerebbe con ogni sua forza. È bene pertanto che a queste vittorie sopra se stesso egli si abitui convivendo in una piccola società la quale rispecchi in proporzioni minori, le ingenuità e le malizie, le pieghevolezze e gli antagonismi dei caratteri, tutte insomma le varie forme dello spirito umano in mezzo alle quali si troverà quando, fatto adulto, gli sarà imposta, necessaria, inevitabile la convivenza con tanti altri uomini rare volte amici sinceri, spesso in opposizione, sempre diversi da lui. Può egli svolgere adeguatamente questo aspetto importantissimo della sua educazione nella famiglia, dove i genitori col santo disinteresse che loro impone la cara legge di natura sono sempre disposti al sacrificio per lui, e per l'affetto incessante di cui lo circondano sono pronti sempre, forse qualche volta fin troppo, all'indulgenza per i suoi difetti, a precorrere i suoi stessi desiderii? Può egli svolgerlo adeguatamente tra i suoi fratelli, se ne ha, che sono naturalmente, per legge di ereditarietà, di eguaglianza di costumi e di vita, tanto simili a lui? Tra i quali egli esercita, spesso impunemente, un dispotismo tirannico, a cui i più piccini, o i più deboli si piegano senza rancori e senza invidie, e qualche volta persino godendo di soggiacergli?

E poichè ufficio della modesta mia parola non può essere quello soltanto di vellicare gli orecchi delle persone cortesi che mi ascoltano, nè la dignità de' miei ascoltatori approverebbe la vuota accademia di chi tacesse quanto gli appare come verità pel timor di riuscire sgradito, permettetemi che io indugi ancora per poco lo sguardo sulle condizioni spesso antipedagogiche della famiglia moderna. Qui una mammina che ricorda gli imparaticci di storia greca del collegio, madre spartana in sessantaquattresimo, sogna il figlio ammirato per muscoli d'acciaio e forza di nervi, dominatore de' fiacchi suoi coetanei; e fa consistere il suo codice d'igiene..... nel vestirlo coi calzoncini corti e corte le calze anche quando l'inverno è più crudo e più rigido fischia il vento e scende gelata la neve. Qui che, un'altra, sensitiva diafana delicatissima, trema di freddo ad ogni stormir di fronda per sè e per il suo bimbo, il quale non ha ancora dieci anni e giù conosce le tiepide voluttà di cinque o sei gradazioni di maglie e di mutande di lana, di cotone, di lino, e le pettine per lo stomaco e i calzerotti per la notte e gli stivaletti foderati per uscire, e dotta varietà di abiti e soprabiti, a norma del termometro; e ogni colpo di tosse ha la sua pillola speciale, il suo infuso sudorifero, il suo cataplasma; e a pranzo trova preparata sapientemente monda d'ogni pelletica la carne, e discusse a una a una le fette di patata del contorno, e numerati, sto per dire, i chicchi di riso della minestra, e dichiarate sufficienti per frutta sette ciriege, troppe e nocive le dieci.

In questa famiglia col bimbetto non si ragiona: son ordini secchi, e conseguente ubbidienza passivamente cieca, o punizioni che vanno dallo spauracchio dell'orco o del diavolo e dalla minaccia dei carabinieri sino al camerino buio, alle parole aspre come frustate morali, quando non sono veri e propri scappellotti che volano. In quest'altra invece il piccolo despota le ha tutte vinte: egli dispone, egli ordina, in cucina, a tavola, nel salotto, sempre: ogni sua risposta insolente è un tratto di spirito; ogni malestro una vivacità innocente, o la prova di una intelligenza squisita.

Cose e condizioni spiacevoli: eppure ve n'ha di peggiori. Dite, dite: non è egli vero che di molte famiglie per lo allagare di nuove teorie filosofiche e sociali che combattendo qualche ideale son riuscite a spargere il ridicolo su tutti quanti, è ormai così disgregata la compagine che spesso la santa armonia del focolare domestico è considerata un sentimentalismo a sproposito, e con esso l'amor di patria si giudica una quarantottata in ritardo, e l'onestà si chiama, o almeno si pensa che sia, vieta rettorica; sole verità l'utile ed il piacere?

Dite: non è egli vero che nelle famiglie delle classi più colte non sono rari i babbi i quali stimino di aver soddisfatto interamente il dovere che assumevano formandosi una famiglia, quando con l'opera loro le han procurato tutti gli agi possibili della vita; e una casa ben riparata l'inverno, e la villa e il mare e il monte l'estate, e la pariglia di buon sangue in istalla, e la splendida carrozza in rimessa, e il palco in teatro, e cibi sceltissimi, e vesti eleganti? E per i figli la scherma, il nuoto, la caccia, il ciclismo, il ballo, la musica, le lingue straniere? Ottime cose, nessuno lo nega, ma insufficienti a formare intero l'uomo. Ed oltre tutto questo che si può procurare per danaro, nulla o tutt'al più qualche regola formale di quel galateo leggiero che vive di frivole convenzioni o di convenienze superficiali; ma mai un consiglio generoso che scenda nell'animo del giovinetto ad alimentarvi un ideale di ordine, di moralità, di bene, di sacrificio; che gli parli di giustizia e di rettitudine; ma di quella giustizia e di quella rettitudine che nasce dall'intimo senso del dovere e del diritto, non di quella, necessariamente manchevole, perchè non può che informar gli atti esteriori, ed è regolata dalle disposizioni di legge, dalle repressioni del codice.

Ora in tutti questi casi e in molti altri consimili ciò che non sa offrire la famiglia può darlo il Convitto. Convenuti in esso da varie famiglie, da varii paesi, talvolta da varie regioni anche lontane, con energie fisiche e psichiche diverse, gli alunni di esso sono a volta a volta attori e spettatori di una rappresentazione continua, in cui si svolgono in proporzioni ridotte tutti o quasi gli affetti e i dolori, le ire e le paci, le febbri e le apatie, i vizii e le virtù di cui si compone questo immane, e complesso, e multiforme dramma della vita.

E nel Convitto imparano a spese proprie ed altrui, ad infrenare gli scatti, a perdonare le offese, a rispettar le gerarchie, ad accomunare gli sforzi, a irrigidire il carattere, a levigar la scorza esteriore delle forme, a divenire insomma tali, quali conviene che sieno uomini nati a pensar col proprio cervello, a palpitar col proprio cuore, senza che il pensiero e l'affetto nella loro estrinsecazione eccedendo inconsultamente, offendano pensieri ed affetti altrui e nuocciano a loro e ai loro fratelli.

Intesa brevemente così l'essenza della loro istituzione, si comprende ancora facilmente come i convitti non solo siano un bene, ma una necessità.

Come l'etica, scienza ordinatrice delle azioni dell'individuo per sè, elevandosi a scienza ordinatrice delle azioni dell'individuo quale partecipante della società umana, segna un gran passo nel cammino della sapienza civile e diventa sociologia; così mentre l'educazione della famiglia e dell'ambiente in cui questa si svolge può bastare all'individuo nei primi gradi della civiltà, a mano a mano che il fine sociale dei singoli si fa più perspicuo, e più sentita e viva la luce del progresso umano, si rende meno sufficiente la pedagogia empirica dell'affetto e del sangue, e si fa più necessaria quella scientifica che l'affetto non nega, anzi lo presuppone, ma presuppone con esso uno studio regolare dell'igiene, della biologia, della psicologia, dell'etica, della sociologia, di tutto insomma quel ciclo di nozioni coordinate, da cui soltanto possono scaturire le valide norme per le quali gli educatori, lontani parimenti da un sentimentalismo morboso che accascia e da un verismo pedestre che isterilisce, preparino i giovanetti nutriti di forti ideali, ad azioni generose.

Nè il concetto della convivenza dei giovinetti, come alto fattore pedagogico, è cosa di ieri o almeno relativamente moderna. Esso conta già più millennii di storia e il consenso delle nazioni e delle età più disparate. E se noi lo vediamo con carattere aristocratico aprire il bruno maniero medio-evale alla gaiezza presso che infantile dei bimbi di sette anni che ne uscivano a ventuno, inforcando un cavallo, imbracciando uno scudo, brandendo una spada, cavalieri ardimentosi in cerca di avventure e di amori; o con intenti più propriamente chiesastici ricovrarsi all'ombra del santuario nel pio ascetismo dei monasteri, noi lo notiamo già in Persia, sempre aristocratico, popolar di giovinetti le reggie di Cambise e svolgersi con forme democratiche a Sparta per la legislazione di Licurgo.

Ma poichè qui non sarebbe tempo nè luogo opportuno, nè io voglio, nè, volendo, saprei tesservi, sia pure a larghi cenni una storia della funzione pedagogica dei convitti; messi da parte i seminarii i quali, presupponendo nei loro alunni tendenze e vocazioni speciali, li indirizzano, naturalmente, a un fine determinato; messi anche da parte i convitti tenuti con intendimento di educazione civile dalle comunità religiose, ai quali, appunto per questo carattere di chi li dirige possono accedere i figli di queste e queste famiglie, non accedono quelli di queste e queste altre, sebbene (strane anomalie di questa sfinge che è la psiche umana) non sia raro il caso di vedere questi convitti confessionali frequentati appunto dai figli di coloro che nei consigli del comune e della provincia, nel parlamento, nei Consigli stessi della Corona, direttamente o indirettamente ne sono i più recisi avversarii; messi dico da banda tutti questi convitti inaccessibili a priori a una parte dei cittadini, quelli che si possono considerare aperti ai figli di tutti i cittadini son da distinguere in tre categorie: convitti privati, convitti comunali e provinciali, convitti dello Stato.

I convitti privati, salve le debite eccezioni sono una speculazione del proprietario. L'industria del convitto, (scusatemi se la parola è pedestre come l'idea), deve dare un tanto d'utile all'anno per capo, e quest'utile sarà più cospicuo quanto minore sarà la spesa, quanto maggiore sarà il concorso. Quindi parca assai la cucina, prudentemente vegetariano il cibo e battezzato il vino, facili le uscite e le vacanze, poca la cura dell'igiene, scarso il personale di servizio, insufficiente il numero e miserevole la scelta degl'istitutori succedentisi in ridda vertiginosa, spostati, come pesci fuor d'acqua, adibiti a un ufficio materialmente durissimo, moralmente difficilissimo che essi non comprendono: pagati poco, e poco dignitosamente, col pane che mangiano e otto o dieci soldi al giorno, peggio dei servi, ma sempre pagati più di quello che valgono.

Ma per compenso, magnifica la facciata dell'edificio, smagliante d'insegne e di stemmi; e larga la réclame sulle quarte pagine dei giornali contendente lo spazio alle tinture istantanee ed alle panacee, con promesse di corsi abbreviati e di agevolate preparazioni non alla vita ma agli esami: e rumorosa la fanfara, e rilassata la disciplina, e accettazioni troppo facili di elementi perturbatori e corrotti e corrompitori, e troppo difficile rifiuto di ineducabili, e compiacenti perdoni, e adescamenti multiformi, almeno tentati, di professori.

Meno ignobili e meno gravi le mense nei convitti comunali provinciali, tra i quali, e specialmente tra gli ultimi, giustizia vuole che pure si riconoscano meno rare le onorevoli eccezioni.

Ma il tal comune e il tal altro e il tal altro hanno un ginnasio, un liceo, una scuola, un istituto tecnico che gravano forte sulle finanze del comune. La scuola non può esser numerosa per solo elemento locale: bisogna pure trovar modo che gli alunni affluiscano dalla provincia, dal circondario: l'affluenza degli alunni si riflette benefica sulle condizioni economiche del paese, che vede entrare per la via del consumo quanto esce per quella del bilancio comunale a sostegno delle scuole: e si imbastisce un convitto in cui pure tutto è a scartamento ridotto, a cominciare dal Rettore che è un bravo militare in pensione, quando non è uno degli stessi professori delle scuole, ricompensato con poche centinaia di lire per quella parvenza di ufficio, a cui quello porta i sistemi della caserma, questi non può dar che quanto gli resta delle energie che è tenuto a profondere nella scuola.

Questi colori vi parranno troppo foschi, o signori, ma ad attenuarli io non so ripetere se non che riconosco che le eccezioni non mancano. Quali di questi mali le cause?

Varie e complesse, come quelle di qualsiasi problema di vita pratica, delle quali io ravviso le principali in queste due.

I. L'assai scarsa coscienza, da noi già lamentata, che la nazione ed i singoli individui mostran di avere della somma importanza d'una razionale educazione morale dei figli che vada almeno di pari passo con quella dell'educazione fisica, la quale, se è poco curata, è almeno riconosciuta necessaria, e quella della educazione intellettuale la quale, almeno nei suoi frutti pratici di un'idoneità o di un diploma, è ricercata così affannosamente.

II. II disagio economico delle famiglie imposto e protratto dal consolidamento del bilancio dello Stato, il quale dona all' Italia dignità di vita in mezzo alle nazioni sorelle, a prezzo però di tasse gravose sulle proprietà, sulle industrie, sui commerci, e di salarii e di stipendii ormai insufficienti ai veri o finti bisogni cresciuti.

Dal che ne consegue un'ansia morbosa del divenire o del parere, una febbre spasmodica di elevarsi tra molti concorrenti, ed unico o primo mezzo l'allontanamento dei figli dalle officine e dai campi poco rimunerativi, nella vana illusione che possano assidersi più facilmente al fantastico banchetto apprestato dalle professioni. E poichè gli illusi genitori giudican buone tutte le vie purchè passino i giorni e gli anni che li dividono dal sospirato momento in cui il figlio tornerà loro a casa con un diploma o con una laurea, ma verde di rabbia per aver ormai intravisto l'epicureismo della vita e il modo di goderla e l'impossibilità d'arrivarci: poichè, dico, per giungere a questo splendido risultato tutte le vie si giudicano buone; come si popolano le scuole, così si ricercano i convitti in cui meno si spenda e si speri più facile il conseguimento della pedestre meta propostasi.

Dinanzi a queste dolorose condizioni di cose lo Stato che ha la coscienza de' suoi altri destini e comprende che la sua grandezza è riposta nella dignitosa preparazione de' suoi cittadini al vivero civile, ha tutto il diritto e il sacrosanto dovere di attendere alla soluzione dell'arduo problema.

Per quali vie? Lunghissima e laboriosissima l'una del render più saldo nella coscienza dei capi famiglia il convincimento della necessità per i propri figli di una educazione seriamente civile: dispendiosissima l'altra dell'avocare a se medesimo intera la funzione educativa dei convitti.

Ma mentre alla prima non rinunzia, anzi vi attende con l'oculata vigilanza e col graduale perfezionamento delle leggi scolastiche, e inattuabile è l'altra per gravi ragioni economiche; esso ha sparso per le varie regioni dell'Italiaun nucleo di convitti nazionali che siano come termini di paragone e modelli, ed offrano sin d'ora ad alcune migliaia di giovinetti l'asilo quieto che non sottraendoli alla famiglia, li educhi alla patria e preparandoli alle lotte della realtà della vita, li rafforzi ai voli dell'ideale.

Ho detto: non sottraendoli alla famiglia; perchè lo Stato ha comune con la famiglia nel suo intento pedagogico il sublime disinteresse e la nobiltà somma del fine; e il Convitto Nazionale altro non vuol essere che la continuazione o la sostituzione razionale ed ordinata della famiglia. Con cura assidua amorosa, studiando le sante leggi dell'armonia tra le energie fisiche, intellettuali e morali, sulle quali si fonda la perfezione dell'uomo e del cittadino, e scendendo all'attuazione pratica di tutti quei mezzi che ci addita la scienza teorica, lo Stato, mentre i giovanetti ad esso affidati compiono il ciclo degli studi medii che dagli elementi del sapere li porti al tecnicismo della preparazione professionale, in questa età così bella e fiorita in cui l'animo umano è pari a molle cera che si piega e s'impronta facile ad ogni sigillo, ne' suoi convitti induce in loro l'abito dell'igiene e del portamento che è forza e dignità del corpo; la facile intuizione parallela del diritto e del dovere che è forza e dignità della mente: l'integrità del carattere sino al sacrificio di se, che è forza e dignità dello spirito.

E tutto questo per mezzo di persone che della funzione educativa han fatto la propria missione nel mondo; senza blandizie snervanti e senza coercizioni avvilenti: con le redini che guidano e sostengono il puledro generoso, non col bastone irto di nocchi che spinge a forza l'asinello arrembato: con gentilezza di modi, con eloquenza di esempi: tutto perdonando nella correzione, al ribollire del sangue giovanile, nulla concedendo al pervertimento o alla malizia; reprimendo quando se ne mostri il bisogno, ma soprattutto prevedendo: insomma veramente, civilmente educando.

Ecco il Convitto Nazionale quale lo Stato vuole che sia, e quale sarà se alle cure amorose che esso gli consacra, continueranno a rispondere e il favore delle famiglie e l'opera efficace degli educatori.

Uno di questi Convitti Nazionali semenzai di civiltà, trasformando il preesistente convitto comunale, il che non è d'onor poco argomento, lo Stato, in ossequio alla legge con cui l'Italia madre dà parte del suo sangue alla figlia men prosperosa, istituiva or è un anno in Matera.

E nel primo anno della vita di esso il Consiglio d'Amministrazione del nuovo Convitto, con lieto concorso della parte più eletta della Città, lo inaugura solennemente in questo giorno, il quale, mentre ricorda nell'erta delle ascensioni umane la vittoria dei santi diritti dell'uomo contro l'autocrazia, a noi figli di un'Italia indipendente, libera ed una ricorda ancora la virtù dei Re Sabaudi i quali, concesso lo Statuto, furono esempio sublime di lealtà in rispettarlo.

E poiché, grazie al cortesissimo invito, io lieto partecipo a questa festa geniale, io che dopo vent'anni di una modesta carriera dedicata alla gioventù sento ancora gli entusiasmi dei primi giorni, mi sento ancora felice di viver tra i giovani, di parlare a dei giovani, di espander con loro l'animo mio, concedetemi, o signori, che ai vostri figliuoli, alunni di questo Convitto Nazionale nel suo primo anno di vita, io rivolga col cuore sulle labbra l'ultima mia parola affettuosa.

O giovani carissimi, che raccolti nella dolce serenità di questo asilo di pace, mentre nelle scuole dissetate il vostro intelletto alle limpide fonti del sapere con la civile educazione del convitto vi agguerrite alle future battaglie della vita, schiudete le anime vostre farvi campioni ai puri ideali che qui vi si vanno istillando con amore paziente.

Qui imparerete a inorridir di ogni bruttura, a del bene comunque dovunque; a chiedere alla vostra coscienza il primo, spesso l'unico premio dell'opera vostra e a chiamarvene paghi. Non vi spaventi il sacrificio: virtù è una santa violenza; violenza contro i bassi istinti che ci renderebbero minori di noi stessi; violenza contro gli speciosi adescamenti del piacere; violenza contro i miraggi fallaci dell'utile egoistico. Ma questo sacrificio qui non vi s'imporrà come una soma gravosa; qui la parola amorosa che persuade e conquide ne spiegherà all'animo vostro sitibondo del vero l'alta nobiltà, e vinte le prime lotte, a voi sarà dolce quel sacrificio onde sentirete, santamente superbi, esaltarsi la vostra natura.

Qui vi farete uomini veri per la famiglia e per la patria. E quando baldi di giovinezza e di virtù, lasciando queste mura tra le quali si svolse la vostra adolescenza, tornerete per sempre in seno alle vostre famiglie, tornerete all'abbraccio dei babbi vostri, al bacio delle vostre madri, e sentirete un'onda di affetti tutte commuovervi l'intime fibre del cuore, voi comprenderete le cure solerti con le quali qui i vostri superiori conservarono, coltivarono, nobilitarono in voi quel tesoro d'amore, e i vostri genitori benediranno il convitto che alla loro canizie avrà cosi serbata nell'affetto vostro la più serena felicità.

Quando usciti di qui, dopo alcuni anni d'addestramento all'esercizio di quella professione che vi sarete scelta per la vita, sciamerete per le terre della patria, e nelle caserme, nel foro, sulle cattedre, negli ospedali, negli uffici porterete la gaiezza dell'età vostra giovanile, l'entusiasmo delle vostre anime ingenue, frementi di fede in un ideale di giustizia, di desiderio di fare del bene, di impedire del male, la patria a voi sorriderà come alle sue speranze più care maturantisi ai lieti soli delle sue libertà, e giudicherà compensati ad usura i sacrifici sostenuti per questi suoi istituti, poi che voi le cresceste così forti, così colti, così buoni.

O giovinetti, il Convitto Nazionale di Matera da quest' anno 1904-05 rinnova la sua storia e vuole e deve con la rinnovata sua storia cominciar le sue glorie. Nella prima pagina del nuovo prezioso volume sono scritti i vostri nomi: voi siete la prima schiera della numerosa falange di cui esso vuole onorarsi.

Oh! Fate, o giovani, che l'animo vostro comprenda quanto il convitto si aspetta da voi, quanto da voi otterrà se con serietà di propositi risponderete alle cure che in esso vi si apprestano. Fate che tardissimi posteri conducendo qui per tradizione ormai cara i loro figliuoli ad educarsi, possano additare nei vostri nomi le glorie della nativa città, della provincia, della patria e sia il ricordo vostro un incitamento sublime a virtù per i figli dei figli dei vostri figli che cresceranno dopo di voi tra queste mura,

E sin questo l'altissimo angurio con cui Matera festante, coi lieti presentimenti dell'affetto e delle ferme speranze nei fasti avvenire del suo Convitto Nazionale, ne saluta oggi l'alba serena.

Le ripetute approvazioni durante il discorso e il lungo applauso finale provarono al distinto Oratore quanto la sua parola fosse stata religiosamente ascoltata, profondamente gradita.

Terminate le congratulazioni delle Autorità al Cav. Rocco Murari, l'attenzione del pubblico fu attratta dalla esecuzione di uno scelto Programma musicale , svoltosi sotto la direzione del distinto Maestro Sig. Alberto Rezza prestatosi gentilmente con i signori Corazza Giorgio, D'Amato Giovanni e Nicola e con gli studenti esterni Barbarito Alberto, Del Salvatore Ettore, Lapolla Ignazio, Ruina Traiano, Rezza Nicola che vollero cooperare anche essi alla buona riuscita della simpatica cerimonia formando un'applaudita orchestrina, unitamente con i convittori Apa Nicola, Canitano Saverio, Fischetti Angelo, Galgano Salvatore, Loscalzo Vito.

PROGRAMMA

Parte I

1. Marcia Reale: Eseguita con Mandolini, Violoncello, Controbasso e Piano.

2. Löschhorn - Allegro moderato per Piano a quattro mani. S. Galgano e T. Ruina

3. De Crescenzo (C.) - Retour des hirondelles; Caprice brillant - pour Piano. Nicolino Rezza

4. Walter (G.) Aure mattutine - Serenata: Eseguita con Mandolini, Violoncello, Controbasso e Piano.

Parte II.

1. De Biasi (G.) Marcia - Libertas: Eseguita con Mandolini, Violoncello, Controbasso e Piano.

2. Leybach (I.) Fantaisie Elégante, Sull'opera Faust di Gounod per Piano. S. Galgano

3. Saladino (M.) - Gioconda del Ponchielli. Danza delle ore. Per Piano a quattro mani. A. Rezza e T. Ruina

4. Verdi (G.) - Fantasia sull'opera Rigoletto: Eseguita con Mandolini, Violoncello, Controbasso e Piano.

La festa si chiuse con un coro di trenta voci a grande orchestra, al quale presero parte, coi convittori, anche i giovanetti Corner Stefano, Rapanaro Michele, Ruina Francesco ed Enrico: fu cantato il bellissimo Inno all'Italia di Francesco Cimmino musicato egregiamente dal Maestro napoletano cav. Oscar Palermi che gratuitamente concesse la intera partitura. L'esecuzione entusiasmò l'eletto pubblico, che con un'ovazione finale volle affermare ancora una volta la propria ammirazione, il proprio compiacimento per questa gentile ricreazione dello spirito, per questa simpatica festa della gioventù.

Sarebbe troppo lungo volersi ora soffermare su quanto di lusinghiero e di gentile fu pronunziato alla fine del pranzo d'onore da molti convitati: brindarono applauditi il R. Sotto-prefetto, il dottor Sarra Raffaele, il preside Corner, il R. Provveditore, il giudice avv. Colonna, il cav. Marsilio, il comm. Ridola Domenico, tutti auspicando all'incremento, all'avvenire del nuovo Istituto, in nome del quale a tutti rispose il rettore Ruina ringraziando ed esprimendo il suo intimo compiacimento per il concorso di tante autorevoli e specchiate personalità alla indimenticabile festa, lieto e soddisfatto dell'auspicio che il Convitto Nazionale di Matera possa veramente assorgere - come anche qui sinceramente augura - ad importanza degna delle nobili tradizioni del Collegio E. Duni ed insieme della Terra che fu sempre prolifica di forti e vivaci ingegni.

La Stampa politica e scolastica si mostrò compiacente pubblicando dettagliate relazioni della cerimonia e benevoli apprezzamenti sul conto di quanti contribuirono a darle quella maggior solennità che conveniva al nobile scopo. La Direzione esprime quindi i sentimenti di vera riconoscenza, in nome dell'Istituto e del Consiglio di Amministrazione, ai periodici: La Tribuna, Il Giornale d'Italia, I Diritti della Scuola, Il Giorno, Il Mattino, La Provincia di Teramo, Il Convitto Nazionale, Il Corriere delle Puglie, La Scintilla, Il Lucano, del quale, come organo della Regione, riproduce qui integralmente la bella relazione comparsa nel n. 448 del 10-11 giugno u. s.:

La festa dello Statuto a Matera .

Il giorno 4 giugno, si fece la solenne inaugurazione di questo nuovo Convitto Nazionale in una vasta aula dell'Istituto, genialmente addobbata per la circostanza con i colori della bandiera italiana, con fiori d'ogni specie, serti di verzura e trofei. Con un gentile pensiero di gratitudine, che per l'Istituto in cui si affermava, assumeva uno squisito significato pedagogico, insieme coi ritratti delle LL. MM. spiccavano nel gran salone quelli di Giuseppe Zanardelli, il redentore della Basilicata, e di Michele Torraca che ne fa uno dei più efficaci e solerti interpetri e alla cui lodevole iniziativa devesi la regificazione del Convitto di Matera. Nella sala gremita di eletto pubblico, con l'intervento di tutte le autorità, del corpo insegnante e di tutta la scolaresca, prese per primo la parola il rettore prof. Ruina, che porse un sentito ringraziamento agli intervenuti e lesse le numerose adesioni delle più cospicue persone che, impedite a prender parte alla festa, vollero parteciparvi in ispirito. (nota Un numero grandissimo di lettere e telegrammi non giunse in tempo per poter dar lettura durante la cerimonia, e volendo, per altro, dar posto a tale manifestazione di simpatia, da parte di tante persone ragguardevoli, sarebbe stato necessario raddoppiare per lo meno la stampa del presente fascicolo.)

Parlò quindi il Sindaco Dr. Raffaele Sarra, tracciando brevemente una storia dell'istruzione nelle provincie meridionali; prese, dopo, la parola il R. Provveditore prof. R. Murari, intervenuto per invito del Consiglio di Amministrazione a leggere il discorso augurale, il quale, applaudito a più riprese, riuscì di un interesse e di un'efficacia particolare, specialmente per i genitori ai quali i concetti svolti dovettero essere utilmente istruttivi nell'indirizzo dell'educazione dei loro figliuoli. Chiuso con una salva di interminabili applausi il discorso dell'impareggiabile cav. Murari, fatto segno alle congratulazioni dei più elevati per cultura e per grado fra gl'intervenuti, si svolse il pro-gramma musicale che riuscì ad intrattenere a lungo, con caro godimento spirituale, il numeroso pubblico che esprimeva la propria ammirazione ai giovani allievi con frequenti applausi.

Allo svolgimento dello squisito programma che si chiuse con un inno patriottico del Palermi, su parole di F. Cimmino, cantato da trenta allievi con accompagnamento di grande orchestra, ottimamente diretti dal bravo Maestro A. Rezza, piacque veder prendere parte fraternamente fusi insieme con gli alunni del Convitto, alcuni fra i compagni esterni del R. Liceo-Ginnasio annesso al Convitto medesimo.

La sera vi fu un pranzo d'onore di quaranta coperti che si chiuse con molti brindisi cordialissimi, del Cav. Vigo Sottoprefetto, del Sindaco, del Comm. Ridola Domenico, del Rettore, dell'avv. Marsilio, del giudice Colonna, del R. Provveditore e di altri; e più tardi, nella elegante sala di ricevimento, ebbe luogo un'altra festa cui intervennero le famiglie della parte più eletta del paese e che si protrasse con crescente brio fino alla mezzanotte, mostrando anche da questo lato l'efficacia dell'indirizzo educativo saputo imprimere ai giovani, i quali seppero fino all'ultimo con correttezza e disinvoltura compiere i doveri di casa, pur divertendosi e beandosi di un avvenimento che nella vita del collegio resterà scolpito con carattere indelebile nel loro animo. Al nuovo Convitto di Matera, inaugurato sotto così felici auspici, non manchi il desiderato incremento".

INNO ALL'Italia

"Italia" ognun ripete, e il cor si desta

Ad una gioia fortemente altiera;

Come un raggio di sol fra la tempesta,

Brilla fulgida ognor la tua bandiera.

E nel tuo nome santo, in ogni petto

S'avviva il foco d'un novello ardir:

"Italia, Italia" o nome benedetto,

Bello è vincer per te, per te morir.

Dovunque suoni il nome tuo, risponde

Il grido della gloria e del valore;

Ricca di luce e d'armonie gioconde,

Sembri un giardino eternamente in fiore.

Per te fieri e beati, i figli tuoi

Son pronti ogni periglio ad affrontar:

E tu sorridi lor, madre d'eroi,

Dai verdi colli e dall'azzurro mar!

F. Cimmino

Prof. Nicola De Novellis Direttore FF. della R. Scuola d'arti e mestieri in Potenza Relazione sulla R. Scuola d'Arti e Mestieri in Potenza. Dalla fondazione fino al 1911 Potenza, Stabilimento tipografico Carlo Spera 1911

La Scuola d'Arti e Mestieri "Antonio Busciolano"(in nota, Antonio Busciolano, celebre scultore, nato a Potenza l'anno 1823) in Potenza fu istituita con R. D. del 22 gennaio 1880, N. 5265 (Serie 2°), registrato alla Corte dei Conti il 4 febbraio 1880, in seguito alle deliberazioni della Camera di Commercio ed Arti di Potenza (27 febbraio 1879), del Consiglio comunale di Potenza (30 marzo 1879) e del Consiglio provinciale di Potenza (4 ottobre 1879). La Scuola comprendeva un corso triennale, distinto in due classi d'insegnamento: una diurna ed una serale e domenicale per gli addetti ai mestieri del falegname, dell'intagliatore, del fabbro-ferraio, del muratore, del pittore-decoratore, del sarto, del calzolaio, del marmista, dello scalpellino, del ramaio e dell'ebanista. Per l'ammissione alla classe diurna era richiesta l'età di dodici anni compiuti; per l'ammissione alla classe serale era necessario che i richiedenti avessero l'età di quattordici anni compiuti e fossero forniti del certificato di proscioglimento oppure si era iscritti mediante esame di ammissione. Gli insegnamenti da impartirsi erano: disegno, plastica, intaglio in legno; elementi di fisica, meccanica, lingua italiana, elementi di storia patria, geografia, aritmetica, matematiche elementari e computisteria. L'anno scolastico cominciava alla metà di ottobre e terminava alla fine di luglio; nella prima quindicina di agosto dovevano aver luogo gli esami. Alla spesa d'annuo mantenimento della Scuola concorrevano: 1° lo Stato per. L. 4000 2° la Provincia di Potenza per L. 2000 3° il Comune di Potenza per L. 1000 4° la Camera di Commercio di Potenza per L. 3000 TOTALE L. 10000 Il Comune di Potenza doveva altresì provvedere al locale della Scuola e al materiale non scientifico, ma il Comune non ha quasi mai soddisfatto a questo obbligo, tanto che più volte il Consiglio direttivo, nelle sue deliberazioni, ha dovuto lamentare il mancato ottemperamento all'obbligo dell'art. 10 del decreto 22 gennaio 1880. La Scuola fu aperta il 1° dicembre 1880 nel fabbricato di proprietà Scafarelli: alla classe diurna s'iscrissero 11 alunni, alla serale 37, e furono impartiti gl'insegnamenti di lingua italiana, storia, geografia, aritmetica, geometria elementare, computisteria, e disegno. Per invogliare gli alunni alla frequenza della Scuola, il Consiglio direttivo fin dall'aprile 1881 stabilì dei premi mensili di L. 5 per coloro che non avessero fatte assenze, e le L. 5 dovevano essere erogate nell'acquisto d'istrumenti del mestiere. Nell'anno 1883 furono istituiti quattro sussidi di L. 150 ciascuno, per agevolare i giovani dei quattro Circondarii che frequentassero la Scuola. Alla fine del 1883 non vi furono esami di licenza per il fatto che gli alunni non potettero profittare dell'insegnamento dell'intaglio, essendo stato nominato il Prof. Martinelli Vincenzo ad anno inoltrato. Nell'anno scolastico 1883-84 si iscrissero 99 alunni ed il Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio, per dare maggiore incremento alla Scuola, nel novembre 1884, proponeva l'istituzione di corsi speciali per conduttori di caldaie e di macchine a vapore; ma il Consiglio direttivo, per la deficienza dei locali e per la mancanza di mezzi pecuniarii, non li credette opportuni. Nel 1884 la Scuola concorse all'Esposizione internazionale di Torino e ne conseguì una medaglia di bronzo per i soddisfacenti saggi di plastica. (Divisione II, Sezione VIII, Classe XV). Nei primi anni di vita, la Scuola, quasi ogni anno, dové cambiare locale, onde nel novembre 1885 il Consiglio direttivo, su proposta del rappresentante della Provincia, Gioacchino Andretta, pensò alla costruzione di un edifizio ad uso esclusivo della Scuola e con annessi laboratorii, poichè la Scuola negli anni precedenti aveva avuto un indirizzo quasi esclusivamente teorico e non pratico, per la mancanza di officine e di opportuni attrezzi, essendosi acquistato nell'anno scolastico 1883-84 un solo tornio per la lavorazione del legno. Ad attuare tale progetto il Ministero avrebbe concorso alla spesa con L. 16000, la Provincia per 10000, il Comune di Potenza per il suolo edificatorio e la Camera di Commercio per il resto. Ma questa proposta che doveva meritare tutta l'attenzione degli enti interessati fu abbandonata e la Scuola dovè andare raminga di locale in locale, fintantochè il Comune di Potenza nel maggio 1907, s'indusse a dare in fitto i locali del 1° piano e del pian terreno dell'edifizio scolastico, dove tutt'ora è allogata. Il 13 marzo 1887 con intervento del Consiglio direttivo e di numerosi padri di famiglia, a testimonio dell'andamento della Scuola e dei benefici risultati di essa, per la prima volta fu fatta la premiazione degli alunni con una Relazione finale del Direttore Oreste Turilli e con discorso del prof. Leggieri sulla "Utilità ed importanza della Scuola d'Arti e Mestieri". Nell'anno 1888 il numero degli iscritti al corso diurno fin dall'apertura della Scuola era abbastanza scarso, forse per la mancanza delle officine, mentre quello serale era frequentatissimo, onde il Consiglio direttivo nel febbraio dello stesso anno, su proposta del Direttore Turilli, approvò l'istituzione di due officine, dei falegnami e dei fabbri, e di ridurre i programmi d'insegnamento all'indole della Scuola e al grado di coltura degli alunni. E poichè il corso diurno non dava buoni risultati, nell'aprile 1890 si propose di ridurre la Scuola solo al corso serale, ma il Consiglio direttivo credette la cosa non opportuna nè conveniente, anzi dannosa e ad ovviare ai danni, che provenivano dalla mancanza di officine, la Camera di Commercio si rese diligente nel chiedere con apposita deliberazione al Ministero l'impianto di due officine nella Scuola. Fu mandato nel 1892 l'Ispettore ingegnere Luigi Belloc, il quale rimase in generale soddisfatto dell'andamento della Scuola, ma in quanto all'impianto delle officine suggerì per il momento l'istituzione della sola officina falegname, sia perchè gli alunni iscritti erano quasi tutti falegnami, sia perchè per l'impianto di due officine occorrevano mezzi pecuniarii, di cui la Scuola non disponeva. Il Consiglio direttivo allora approvò l'impianto del solo laboratorio falegnami, a condizione che la spesa rientrasse nella somma di L. 1000 date all'uopo dalla Camera di Commercio, la quale è stata sempre larga di suggerimenti, di aiuto e di sussidio alla Scuola; e il 30 giugno 1892 il Consiglio direttivo provvide alla nomina del capo officina falegnami nella persona di Ricciuti Enrico. Nella stessa seduta fu deliberato d'impartire nel corso serale solo gl'insegnamenti del disegno (ornato, geometrico, meccanico, di costruzione) e quello della plastica, avendo la esperienza dimostrato che erano questi gl'insegnamenti più diligentemente e numerosamente frequentati dagli alunni dei corsi serali e dai quali essi ritraevano il maggior profitto. Nell'anno scolastico 1892-93 fu annesso alla Scuola il laboratorio falegnami che riuscì di grande giovamento alla Scuola la quale nello stesso anno concorse all'Esposizione Internazionale di Palermo riportandone una medaglia di bronzo, (Divisione IX, Classe 59 Scuole). Nel 1893 l'On. Ministero, in seguito a nota della Camera di Commercio, la quale rammentava la istituzione proposta nel 1884, accordava la facoltà di rilasciare agli alunni della Scuola il certificato di conduttori di caldaie a vapore, a condizione che si provvedesse all'acquisto d'una caldaia e il corso accogliesse un discreto numero di allievi, ma il Consiglio direttivo, pur accettando l'autorizzazione, credette opportuno rimandare a miglior tempo questa istituzione e provvide al bisogno più urgente dell'impianto d'un'officina fabbri e non di scalpellini, come era stato proposto dal rappresentante del Comune Ingegnere Francesco Antonucci. Il 21 gennaio 1894 il Consiglio direttivo doveva nominare il capo officina fabbri, ma visti gli scarsi titoli presentati dai quattro concorrenti, bandiva un nuovo concorso e considerando che la Scuola doveva rilasciare, in seguito, certificati per la condotta di caldaie a vapore prescriveva che i concorrenti dovessero presentare la licenza di un Istituto del Regno. Dal 1894 al 1898 la scuola attraversò un periodo di decadenza per lo scarso numero degli alunni i quali andarono diminuendo sempre più a causa della mancanza di vere e proprie officine per le esercitazioni pratiche, e per la non buona condotta del Direttore del tempo, il quale da ultimo fu allontanato, onde il Consiglio direttivo, considerando lo scarso numero degli scolari e la mancanza di adatti locali per l'impianto dei laboratori, propose di fondere in un solo Istituto la Scuola d'Arti e Mestieri con la Scuola Tecnica, anche nell'intento di alleggerire il bilancio degli enti che sussidiavano la Scuola, ma tale proposta non fu presa in considerazione. Nell'anno scolastico 1898-99 le Scuola si riaprì con nuovi auspici sotto la Direzione del Prof. Giuseppe Bonitatibus, il quale insistette per la istituzione delle officine, tanto che il Consiglio direttivo, dette incarico al rappresentante del Governo, sig. Ingegnere Filippo del Giudice per la compilazione del regolamento di esse. Il 13 settembre 1898 infatti il Consiglio nominava capo officina falegnami il sig. Gerardo Salvati e il 19 dicembre dello stesso anno il capo officina fabbri in persona di Napolitano Archimede. Nello stesso anno scolastico si fece voto al Governo per un corso speciale allievi-macchinisti, che doveva essere dato dal Prof. di fisica e meccanica senza emolumento. E poichè i bisogni crescevano di giorno in giorno e i mezzi pecuniari non erano sufficienti, il Consiglio direttivo nel 10 novembre 1898 fece voti alla Provincia, al Comune, al Governo e alla Camera di Commercio per aumento di concorso nel mantenimento della Scuola per poter cosi impiantare un'officina marmisti. Nell'anno scolastico 1898-99 la Scuola ebbe tre officine: l'officina falegnami con 10 alunni, quella fabbri con 12 e quella marmisti con 5, e non mancarono alunni per le sezioni sarti, calzolai, pittori-decoratori, giusto l'art. I del R. Decreto 22 gennaio 1880 dello statuto di fondazione della Scuola. Se non che gli sforzi fatti non valsero a dar vita alla Scuola, per modo che il Consiglio direttivo, nella seduta del 7 maggio 1899, visto che l'indirizzo tanto teorico che pratico non rispondeva allo scopo di fondazione della Scuola, diffidava tutti gl'insegnanti e capi officina e nella seduta seguente del 12 giugno 1899 su proposta del Consigliere del Giudice deliberava di comunicare la deliberazione del 7 maggio al Ministero ed invocava una ispezione. E infatti nel 1900 fu mandato l'illustre Prof. Cavalli, il quale propose al Ministero la spesa, una volta tanto, di almeno L. 6000 per arredamento ed un aumento ordinario di bilancio di L. 2200. Ma la proposta dell'ispettore ministeriale rimase lettera morta e da questo momento per varie ragioni, e propriamente per la ristrettezza dei mezzi finanziari, per l'insufficienza dei locali e per velleità personali cominciarono le ostilità fra corpo insegnante e Consiglio direttivo, fra i componenti di esso e la Camera di Commercio, per cui fu necessario l'intervento del Governo, che sciolse il Consiglio direttivo e nominò R. Commissario il cav. Generoso Janora, il quale il 30 agosto 1900, giusta la deliberazione del 7 maggio 1899, bandì il concorso per gl'insegnanti e i capi officina fabbri e falegnami, avendo soppressa l'officina marmisti. L'esperienza degli anni precedenti aveva dimostrato che gli alunni, forniti del diploma di proscioglimento, non erano capaci di frequentare con profitto i vari insegnamenti della Scuola, per cui il Consiglio direttivo nell'anno 1899 dette incarico al Direttore Bonitatibus di formulare un nuovo Regolamento per introdurre quelle norme che fossero consigliate dalla pratica. In seguito a ciò la Scuola ebbe un corso preparatorio per accedere ai 3 corsi professionali e la Scuola diurna fu divisa in 2 sezioni: falegnami-ebanisti-intagliatori; fabbri-aggiustatori-meccanici. Il 9 dicembre 1900 il Consiglio direttivo considerando che le ore assegnate alle esercitazioni pratiche erano inadeguate ai bisogni degli allievi, mentre erano eccessive o non proporzionate alle ore d'officina quelle dell'insegnamento teorico: considerando che scopo della scuola era quello di creare operai veri e propri più che dottrinari, proponeva la trasformazione della Scuola serale e diurna in serale solamente; lasciando le ore di giorno per uso esclusivo delle officine, le quali dovevano essere aperte per lo spazio di 7 ore, e affinchè i capi officina fossero meglio pagati per questi nuovi oneri il loro stipendio da L. 700 fu elevato a L. 1000 con deliberazione del 18 dicembre 1900. Nell'anno scolastico 1900-901 la Scuola era discretamente numerosa e l'officina falegnami produceva buoni lavori, di cui il Consiglio direttivo, nella tornata del 17 aprile 1901, si dichiarava ammirato, mentre lamentava la mancanza di qualsiasi produzione da parte dell'insegnante d'intaglio e plastica. Eletto il 15 maggio 1901 Presidente del Consiglio direttivo il rappresentante della Provincia, Ing. Decio Severini, in sostituzione dell'Avv. Antonio Tufanisco, la Scuola dette a sperare migliori risultati per l'opera amorosa e intelligente del Severini, il quale accoppiando alla grande competenza tecnica un amore straordinario per le classi operaie nelle sedute del 27 e 29 dicembre 1901 proponeva un nuovo riordinamento della Scuola, la quale doveva avere un corso preparatorio e tre corsi di maestranza. Nel corso preparatorio si doveva studiare quanto era prescritto nei programmi della 4a e 5a elementare, in quanto all'italiano e all'aritmetica, aggiungendovi poche nozioni di disegno geometrico per agevolare l'insegnamento delle regole pratiche di geometria. Il primo anno di maestranza doveva essere, per la parte teorica, comune a tutti gli alunni del 1°, 2° e 3° Corso e comprendere italiano, geografia, storia, fisica, matematica, disegno d'ornato e plastica. Questo insegnamento doveva essere impartito nelle ore serali, dalle 17 alle 19, per renderlo profittevole anche agli alunni che frequentavano la Scuola, non per apprendere un' arte ma per semplice completamento di coltura. Il 2° e 3° Corso di maestranza dovevano avere insegnamenti specifici, teorici e pratici, relativi all'arte o al mestiere di ciascun corso. Affinchè la Scuola uscisse dalle ristrettezze finanziarie in cui si dibatteva, il Consiglio direttivo nella fine dell'anno 1901, volle dare un carattere produttivo alle officine; e il primo gennaio 1902 fu stipulato un contratto tra il capo officina falegnami Gerardo Salvati, Rocco Di Bello e la Scuola, col quale contratto il Salvati assumeva l'impegno di dare carattere produttivo all'officina falegnami con lo stipendio di L. 1500 più il 20% sull'introito; al cooperatore R. Di Bello spettavano L. 2 al giorno più il 10% sull'introito. Affinchè la Scuola fosse utile anche agli operai della Provincia intera e non ai soli Potentini, il Consiglio direttivo, nel febbraio 1902, su proposta del Presidente Severini, deliberò la istituzione di un Convitto annesso alla Scuola, la quale così assumeva un carattere di provincialità che non aveva mai avuto e stabiliva pure che gli alunni licenziati potessero frequentare il corso serale con la qualifica di uditori per il completamento delle proprie cognizioni. Mediante il vivo interessamento dell'Ill.mo sig. Prefetto, il quale diramò una circolare ai Sindaci della Provincia per invitarli a mandare alunni di ciascun Comune, il Convitto fu aperto il 3 novembre 1902 con discreto numero di convittori. Non solo le arti esistenti nella Scuola furono allora coltivate, ma anche altre; infatti 31 alunni frequentarono l'officina fabbri-aggiustatori meccanici, 14 quella falegnami - ebanisti - intagliatori e 4 la bottega del sarto Deciano. A migliorare le condizioni economiche della Scuola intervennero due fatti: l'aumento del contributo da parte della Provincia e le dimissioni del Prof. Martinelli; poichè nell'ottobre del 1902 la Provincia, in seguito alle vive premure e all' interessamento spiegato dal Presidente Severini, elevò il suo contributo da lire 2000 a 2500, per favorire lo sviluppo delle officine, e il Prof. Vincenzo Martinelli il quale gravava nel bilancio della Scuola per lire 1800, accettò l'insegnamento del disegno nella Scuola Normale di Napoli e il Consiglio direttivo, con deliberazione del 22 dicembre 1902, affidava l'insegnamento dell'intaglio a Salvati e quello della plastica al Prof. Aldo Gibertini con grande vantaggio economico della Scuola. Con la istituzione di officine vere e proprie la Scuola assunse la sua vera fisionomia e i giovani operai a schiere la frequentarono. L'officina falegnami produsse per parecchie centinaia di lire, tanto che il Consiglio direttivo deliberò un voto di plauso al capo officina Gerardo Salvati, al personale dipendente e a tutti gli allievi dell'officina per l'accurata, elegante e sollecita esecuzione di una camera da letto commissionata alla Scuola dal Dottor Giuseppe Gilio. L'officina fabbri, che fu l'ultima ad essere impiantata, fu addirittura invasa dagli alunni iscritti, i quali la frequentarono a preferenza dell'officina falegnami per lo sviluppo che l'arte meccanica ha preso in questi anni, e per il non piccolo guadagno che quest'arte lascia sperare ai cultori di essa. Nell'anno scolastico 1902-903 il prof. Giocoli dette un corso gratuito di lingua inglese, corso che fu mantenuto anche nell'anno seguente, ed esteso a tutti i privati che ne avessero fatto domanda, non solo per l'eventualità che qualche alunno della Scuola emigrasse, ma anche per la maggiore cultura che i giovani venivano ad acquistare. Ma avendo il Ministero dichiarato che l'insegnamento dell'inglese non poteva essere compreso tra le materie obbligatorie della Scuola e autorizzava che esso fosse dato soltanto come materia puramente facoltativa e in giorni festivi, l'insegnamento venne a mancare. Il Consiglio direttivo nella tornata del 14 marzo 1903 visto lo sviluppo dell'officina fabbri deliberò l'acquisto di un tornio per la detta officina; tornio che fu acquistato dalla Casa Treichler di Napoli , e l'impianto di un piccolo fornello per la fusione dei metalli. A testimonianza del profitto degli alunni nelle officine e della produzione di esse valga il fatto che la Scuola in questo stesso anno (1903) si preparò per concorrere degnamente all'Esposizione Universale di Saint Louis e ne guadagnò poi nel 1904 una medaglia d'argento. Nello stesso anno avendo più volte la Camera di Commercio insistito per l'istituzione di un corso speciale di conduttori di macchine a vapore, il Consiglio direttivo, il 7 novembre 1903, deliberava il trasporto della vecchia locomobile concessa dalla Provincia nei locali della Scuola. Mentre sembrava che tutto concorresse alla rifioritura della Scuola per l'opera del Consiglio direttivo e per la cooperazione degli insegnanti e dei capi-officina, le condizioni finanziarie di essa non migliorarono, come si era sperato col dare carattere produttivo alle officine, ma peggiorarono fino al punto che il Direttore Bonitatibus nella sua relazione dell'anno 1903-904 dichiarava che o la Scuola era utile agli operai ed era necessario l'aiuto finanziario proporzionato al suo sviluppo, ovvero senz'altro bisognava buttarla giù, perchè oramai quello stato di incertezze, di battaglie quotidiane con la miseria, di preoccupazioni di ogni ora non potevano durare più a lungo. Il Presidente Severini, visto che gli enti interessati al concorso di mantenimento non cooperavano coi suoi nobili intendimenti, rassegnò le dimissioni. Il Comune di Potenza dichiarato insolvente dalla Commissione Reale non dava più il suo contributo; la Camera di Commercio che prima su di un bilancio proprio di L. 10000 ne aveva accordato 4000 alla Scuola, per l'onere del pagamento del palazzo acquistato per la propria sede non era in grado di sussidiare più la Scuola, onde nel 1904 soppresse addirittura il sussidio, che per la legge sulla Basilicata fu poi a carico del Governo. E poichè la Scuola non dava più quei risultati che il Consiglio direttivo si era augurato mercè tutte le modificazioni apportate e tutti gli sforzi escogitati, il 20 aprile 1904 furono invitati tutti gl'insegnanti per escogitare i mezzi migliori e più adatti per un maggior profitto e vantaggio degli alunni, se non che le proposte non valsero per nulla a migliorare le condizioni della Scuola, tanto che il Consiglio direttivo nella tornata del 6 agosto 1904, riconosciuto i risultati poco soddisfacenti dell'officina meccanica, la diserzione degli alunni e le doglianze di molti padri di famiglia, deliberò diffidare il capo officina Bitto Nunzio. Considerato pure che la Provincia e gli altri enti non avevano voluto aumentare il loro sussidio per concorrere alla spesa del mantenimento del Convitto, nella stessa seduta del 6 agosto 1904 si deliberò la chiusura di esso (NOTA Il convitto però rimase aperto anche nell'anno 1905 senza l'ingerenza della Scuola per conto del prof. Sabia e del prof. Bonitatibus).Nello stesso anno, per un ricorso proposto sull'andamento della Scuola, fu inviato dal Ministero come Ispettore il prof. Massa della Scuola di Commercio di Bari , il quale presentò i suoi rilievi, di cui il Consiglio prese atto. La nota Ministeriale N. 48 del 7-1-905, nella quale si conteneva una frase equivoca che cioè l'interessamento addimostrato dal Ministero doveva valere di sprone al Consiglio direttivo e a tutto il personale insegnante nell'opera di rinnovamento, provocò le dimissioni del Consiglio direttivo e il Ministero con nota del 10 marzo 1905 N. 272, significando all'Illustrissimo signor Prefetto che la Scuola era fallita interamente al suo scopo, esprimeva il suo intendimento di scioglierla, per riordinarla e ampliarla; infatti con R. Decreto del 27 agosto 1905 N. 495, provvide allo scioglimento e alla nomina del R. Commissario nella persona del Direttore della Scuola Tecnica prof. Giovanni Turbacci, il quale, insediatosi il 1° Settembre, rimase in carica per oltre un anno. Il Turbacci nella sua relazione del 29 settembre 1905, propose una scuola elementare d'Arti e Mestieri, nella quale si dovesse restringere l'insegnamento teorico letterario-scientifico a poche materie e svolgere invece le materie tecnologiche, per renderla popolata e proficua; in altri termini applicare la scuola nell'officina, e per conseguire questo ideale voleva ampiezza di locali, varietà di lavoro, abbondanza di macchine, genio intelligente e benefico del personale insegnante, dei capi officina e degli assistenti. Secondo questo criterio, la Scuola avrebbe avuto un biennio preparatorio, comune a tutti gli allievi, nel quale si sarebbero insegnati gli elementi di cultura generale: aritmetica pratica, algebra elementare, geometria intuitiva, italiano, storia, geografia e disegno. Nel secondo biennio, l'istruzione si sarebbe specificata, dividendo il corso in sezioni, dando tutta l'importanza agli elementi della scienza che a ciascuna sezione importasse applicare. La Scuola avrebbe avuto così, dati i suoi mezzi limitati, due sezioni: una per la lavorazione del legno e un'altra per la lavorazione dei metalli e, in un prossimo avvenire, concorrendo gli enti più generosamente alla sua esistenza, si sarebbe aggiunta una sezione per la lavorazione della pietra. In questo secondo biennio gl'insegnamenti sarebbero stati i seguenti: elementi di meccanica, tecnologia, fisica, chimica, elementi di elettrotecnica, disegno d'ornato, geometrico, di costruzione e di macchine, decorazione applicata alle arti, plastica, geometria descrittiva e computisteria. Prima di chiudere la sua relazione, il Turbacci raccomandava di assicurare la vecchiaia di coloro che avrebbero consacrata con tutta coscienza l'opera loro alla Scuola, di migliorare lo stipendio a tutto il personale, facendolo seguire da successivi aumenti o per mezzo di regolari promozioni o per mezzo di godimenti di sessenni, volendo chiedere e pretendere da esso capacità, attività, attitudini morali, scientifiche e didattiche adeguate all'ufficio. Con R. D. 15 febbraio 1906 N. LXV (parte supplementare) si provvide alla ricostituzione della Scuola, che si riaprì il 1° dicembre dello stesso anno riordinata e sistemata definitivamente con programmi e regolamenti che sono tutt'ora (1911) vigenti nella Scuola la quale ha due sezioni: una per la lavorazione del legno, l'altra per la lavorazione dei metalli. Il corso di ciascuna sezione si compie in quattro anni. Nella Scuola vengono impartiti i seguenti insegnamenti: lingua italiana, storia e geografia, diritti e doveri, igiene dell'operaio, matematica, computisteria, fisica, chimica, meccanica, elettrotecnica, tecnologia, disegno d'ornato, disegno geometrico, disegno di costruzione e di macchine, plastica. Alla Scuola sono annessi laboratorii e officine per le esercitazioni pratiche degli alunni. Per essere ammessi i giovani devono aver compiuti l'eta di 12 anni ed avere superato l'esame di licenza elementare oppure l'esame di maturità. L'anno scolastico comincia il mese di ottobre e termina il mese di luglio. Alla spesa di annuo mantenimento, in seguito alle leggi speciali per la Basilicata, concorrono: 1° Il Governo per L. 12000,00 2° La Provincia per. L.2500,00 3° Il Comune di Potenza per L. 1000,00 TOTALE L. 15500,00 Il servizio di cassa è affidato al Banco di Napoli . Avendo gli enti che sussidiano la Scuola contribuito le loro rate di sussidio, anche per il periodo di tempo che la Scuola restò chiusa (1906), fu possibile disporre di alcune borse di studio ai giovani della Provincia che non risiedevano nel Comune di Potenza e le officine mercè l'operosità del Direttore A. Fattorini, furono arricchite di utensili e delle seguenti macchine: 1. Una sega a nastro, 2. Una sega circolare di precisione; 3. Una piallatrice; 4. Una affilatrice per coltelli da pialla; 5. Una cesoia per grosse lamiere; 6. Una punsonatrice; 7. Un motore a gas povero della forza di 8 cavalli, muove le dette macchine unitamente al tornio per il ferro ed al tornio per il legno. La fucina ed il tornio per il ferro, quando non è in moto il motore a gas, vengono mossi da un motorino elettrico della forza di due cavalli. Il numero degl'iscritti nell'anno 1986-907 fu di 25 alunni. Nell'anno seguente invece i giovani furono 43. Nella seduta del 14 luglio 1908 il Consiglio direttivo approvò la relazione finale del Direttore sull'andamento didattico della Scuola e per continuare nella elargizione di borse di studio fece voto alla Provincia per un sussidio che fu concesso in L. 1000, ma questa somma non fu data, perchè con R. D. questo fondo fu soppresso dal bilancio provinciale e così furono soppresse le borse di studio. Nel novembre 1908 il Consiglio direttivo, su proposta del Presidente A. Pedone per rendere maggiormente popolare e utile la Scuola e migliorare educando parte della classe in base all'articolo 3 del Decreto di fondazione della Scuola, deliberò l'apertura di un corso serale per allievi muratori. Questo corso serale di disegno d'ornato, geometrico e di costruzioni durò dal gennaio a tutto marzo 1909 e fu impartito gratuitamente dal prof. Nicola De Novellis e dagl'ingegneri del Genio Civile Antonio Alicata e Antonio Pennacchio (NOTA Nello stesso anno 1908 dal Ministero di A. I. e C. fu affidato al Direttore della Scuola l'impianto e poi la sorveglianza di un laboratorio di tessitura, nell'Ospizio Acerenza di questa città; il detto laboratorio fu impiantato a spese del Ministero e ad uso di scuola accessibile a tutte le giovanette che volessero apprendere l'arte della tessitura). Con la sistemazione e l'arredamento delle officine l'insegnamento dette buoni frutti e il 12 luglio 1909 il Consiglio direttivo, presieduto dal Cav. Uff. Romaniello, espresse la sua soddisfazione e il proprio compiacimento per i risultati ottenuti mercè l'opera prestata dal Direttore e dagli insegnanti tutti. Oramai la Scuola è sulla via della sua missione, quella cioè di formare coscienti operai per mezzo di una istruzione teorica e pratica. La sua utilità è entrata nella persuasione di tutti gli alunni sempre più numerosi si iscrivono, con amore frequentano gl'insegnamenti e mettono tutta la cura e la diligenza nell'esecuzione dei loro lavori che in quest'anno (1911) figureranno nella Mostra Internazionale di Torino . Potenza, marzo 1911. CONSIGLIO DIRETTIVO. Anno / Delegato dal Governo / Camera di Commercio / Provincia / Comune 1880-81 / Cav. Orazio Petruccelli Presidente / Cav. Ianora Generoso /Avv. Nicola Buano / Avv. Vincenzo Carbone 1881-82 / " / " / " / " 1882-83 / "/ " / Andretta Gioacchino / Ing. Carlo Santanello 1883-84 / " / " / " / " 1884-85 / " / " / "/ " 1885-86 / " / "/ "/ " 1886-87 / "/ "/ "/ " 1887-88 / " / " / "/ " 1888-89 / " / " / Prof. Emilio Fittipaldi / " 1889-90 / " / Giuseppe Rivielli / "/ " 1890-91 / " / " / " / Francesco Ing. Antonucci 1891-92 / " / " / "/ " 1892-93 / " / " / "/ " 1893-94 / " / " / "/ " 1894-95 / " / " / " / Martorano Francesco 1895-96 / " / " / "/ " 1896-97 / " / " / " / Comm. Malfitani Filippo 1897-98 / Filippo del Giudice / Giuseppe Rivielli Vice Pres. / Prof. Emilio Fittipaldi Presidente / Pignatari Ing. Pasquale 1898-99 / " Vice presidente / Giuseppe Rivielli Presidente / Avv. Antonio Tufanisco / " 1899-900 / "Presidente / Marino Michele / "/ " Vice presidente 1900-901 / Filippo del Giudice / " / "/ " 1901-902 / Sergio De Pilato / " / Severini Ing. Decio Presid. / " 1902-903 / "/ Marino Michele / " / " 1903-904 / " / Marino Michele vice presidente /Ianora Giovanni / " Presidente 1904-905 / " / Renza Cav. Eugenio / " / " - - - - 1906-907 / Ing. Michele Maglietta Presidente / Siervo Cav. Raffaele / Cav. Avv. Giovanni Labbate / Ing. Cav. Carlo Tucci 1907-908 / "/ " / " / " / 1908-909 / Cav. Ing. Alb. Pedone Pres. / Paolo Diamante / " / " / 1909-910 / Cav. Ing. M. Romaniello Pr. / " / " / " / 1910-911 / " / " / " / " / Prospetto degl'insegnanti e capi officina Anno / Fisica, meccanica disegno meccanico e tecnologia (1) / Disegno d'ornato e geometrico / Intaglio e plastica / Italiano storia e geografia / Aritmetica, geometria e computisteria / capo-officina falegnami / Capo-officina fabbri 1880-81 - / Enrico Barra / - / Pasquale Crisci Direttore ff. / Alessio Peano / - / - 1881-82 Manfredo Poppo Direttore ff. / " / - / " / Guido Alessandri / - / - / 1882-83 Guido Alessand. incarico./ " / Vincenzo Martinelli / " / Pasquale Capossele / / - / - / 1883-84 " / " /" / " / " / - / - / 1884-85 Giuseppe Selle Direttore. / " /" / Enrico Barra Incarico / Guido Alessandri titolare / - / - / 1885-86 " / " /" / Maurizio Leggieri / Giuseppe Selle incarico / - / - / 1886-87 " / " /" /" / Nicola Ragosa /- / - / 1887-88 Oreste Turilli Direttore / " /" /" / Oreste Turilli incarico / - / - / 1888-89 " / " /" /" / " /- / - / 1889-90 " / " /" /" / Enrico Dal Bo / - / - / 1890-91 " / " /" /" / " /- / - / 1891-92 " / " /" /" /" / Enrico Ricciuti / - / 1892-93 Emilio Fantino Direttore / " /" /" /" / 1893-94 " / " /" /" / Pietro Buffa 1894-95 " / Emilio Rosetti / " /" / " / 1895-96 " / " /" /" / Giuseppe Bonitatibus / 1896-97 Giuseppe Bonitatibus Direttore ff. / Carlo Tortellotti /" /" / " / 1897-98 » Direttore / Leonida Villani" /" / Gaetano Marotta / Gerardo Salvati / Archim. Napolitano 1898-99 " / " /" /" / Giuseppe Bonitatibus / " / Giuseppe Augelli / 1899-900 " / " /" /" /" / " / Donato Mastrodomenico 1900-901 " / Achille Calzi /" /" / " / " / " / 1901-902 " / Aldo Gibertini /" /" / " / " / " / 1902-903 " / " / (2) - / Domenico Sabia /" / " / Giuseppe Pallotta 1903-904 " / Vittorio Menegoni / - / " /" / " / " / 1904-905 " / " / - / " /" / " / Nunzio Bitto / (3) - - - - - 1906-907 Arnaldo Fattorini Direttore / Nicola De Novellis / - / " / Giuseppe Bonitatibus / Alfredo Alessandrini / Carlo Campini 1907-908 " / " / - / " / Arnaldo Fattorini incarico / Ricco Di Bello incarico / " / 1908-909 " / " /- / " / Giuseppe Mancinelli / Gerardo Salvati / " / 1909-910 " / " /- / " / " / " /" / 1910-911 Mancinelli - Campini - de Novellis incarichi. / Nicola De Novellis Direttore ff. / - / " / " / " /" / Osservazioni: (1) L'insegnamento della Tecnologia fu impartito dal 1906 in poi: l'insegnamento della Fisica dal 1906 in poi fu impartito dal professore di matematica. (2) Dal dicembre 1902 fu soppressa la cattedra d'intaglio e plastica, affidando l'incarico dell'insegnamento dell'intaglio al Capo officina falegnami e quello della plastica al professore di disegno. (3) Nell'anno scolastico 1905-906 la Scuola rimase chiusa Nel 1898-899 vi fu per solo anno l'officina marmisti-scalpellini-stuccatori diretta da Michele Giacomino. Prospetto degli alunni. ANNO / CORSO DIURNO / CORSO SERALE / Totale degli iscritti / Alunni presenti agli esami / Alunni promossi / Alunni licenziati 1880-1881 - 11 - 37 - 48 - 19 - 12 -- 1881-1882 - 14 - 18 - 32 - 25 - 20 -- 1882 1883 - 22 - 64 - 86 - 45 - 31 -- 1883-1884 - 30 - 69 - 99 - 40 - 11 - 3 1884-1885 - 23 - 41 - 64 - 43 - 14 - 2 1885 1886 - 15 - 30 - 45 - 27 - 7 - 2 1886 1887 - 16 - 31 - 47 - 35 - 13 - 2 1887 1888 - 28 - 53 - 81 - 31 - 8 - - 1888 1889 - 24 - 46 - 70 - 42 - 9 - 4 1889 1890 - 25 - 32 - 57 - 28 - 16 - 2 1890 1891 - 26 - 50 - 76 - 31 - 14 - 2 1891 1892 - 31 - 40 - 71 - 26 - 10 - 3 1892 1893 - 24 - 37 - 61 - 32 - 17 - 3 1893 1894 - 24 - 30 - 53 - 37 - 20 - 4 1894 1895 - 21 - 32 - 53 - 40 - 27 - 4 1895 1896 - 14 - 34 - 48 - 28 - 12 - 3 1896 - 1897 - 11 - 33 - 44 - 15 - 8 - 2 1897-1898 - 16 - 26 - 42 - 26 - 7 -- 1898 1899 - 17 - 38 - 55 - 25 - 10 - 1 1899 1900 - 30 - 40 - 70 - 29 - 17 - - CORSO DIURNO Anno - Classe preparatoria - Corso di maestranza - Totale degli iscritti - Alunni presenti agli esami - Alunni promossi - Alunni licenziati 1900 1901 - 8 - 13 - 31 - 18 - 13 - 1 1901 1902 - 8 - 22 - 30 - 22 - 11 - 2 1902 1903 - 20 - 37 - 57 - 32 - 20 - 5 1903 1904 - 28 - 43 - 70 - 28 - 13 - 2 1904 1905 - 15 - 33 - 48 - 25 - 12 - - CORSO PROFESSIONALE Anno - CLAS. 1° - CLAS. 2° - CLAS. 3° - CLAS. 4° - Totale degli iscritti - Alunni presenti agli esami - Alunni promossi - Alunni licenziati 1806 1907 - 20 - 5 - - 25 - 22 - 11 - 1907 1908 - 31 - 9 - 3 - 43 -39 - 22 - 1908 1909 - 21 - 18 - 5 - 3 - 47 - 38 - 29 - 3 1909-1910 - 16 - 10 - 13 - 4 - 43 - 35 - 23 - 2 1910-1911 - 18 - 9 - 13 - 5 - 45 - - - Bilanci della Scuola. ANNO / ENTRATA / USCITA / Fondo di cassa Preventivo 1880-1881 / 12.000,00 / 12.000,00 1880-1881 / 12.000,00 / 12.000,00 1880-1881 / 12.000,00 / 12.000,00 1881-1882 / 16.840.97 / 16.840.97 1882-1883 / 18.677,83 / 18.677.83 1883-1884 / 19.827,05 / 19.827,05 1884-1885 / 19.973,41 / 19.973,41 1885-1886 / 19.497,29 / 19.497,29 1886-1887 / 20.041,68/ 20.041,68 1887-1888 / 20.589,84 / 20.589,84 1888-1889 / 21.034,68 /21.034,68 1889-1890/ 21.960,32 / 21.960,32 1890-1891 / 16.732.14/ 16.732,14 1891-1892 16.519,34 16.519,34 1892-1893 16.222,89 16.222,89 1893-1894 14.708,50 14.708,50 1894-1895 13.647,20 13.647,20 1895-1896 12.417,17 12.417,17 1896-1897 11.825,17 11.825,17 1897-1898 11.768,78 11.768,78 1898-1899 13.048,86 13.048,86 1899-1900 10.900,00 10.900,00 1900-1901 11.900,00 11.900,00 1901-1902 13.289,00 13.289,00 1902-1903 16.660,00 16.660,00 1903-1904 14.865,35 14.865,35 1904-1905 15.500,00 1906 - - Consuntivo 1907 33.150,80 (2) 21.238,91 11.911,89 1908 20.628,30 (3) 28.305,67 4.234,52 1909 16.075,26 17.878,40 2.431,78 1910 28.106,75 (4) 16.799,14 13.739,39 1911 previs. entrata 15.500,00 previs. uscita 15.500,00 Osservazioni: (1)Nel 1906 restò chiusa (2) Nel 1907 l'entrata ammontò a lire 33.150,80 avendo gli enti contribuito nel mantenimento della Scuola anche per l'anno 1906. (3) Incluse lire 8000 depositate a questa scuola per l'impianto del laboratorio di tessitura all'ospizio Acerenza. (4) Nell'anno 1910 le entrate ammontarono a lire 28.106,75 poiché si introitarono lire 6000 di residui attivi e lire 6000 versati in anticipo dal Governo per l'anno 1911.

Michele Rosco

DISCORSO PRONUNZIATO AGLI ALUNNI DELLE SCUOLE ELEMENTARI DI Potenza NEL PRIMO ANNIVERSARIO DELLA DICHIARAZIONE DI GUERRA DELL' Italia all' Austria , Potenza , TIPOGRAFIA COOP. "LA PERSEVERANZA" 1919

L'occasione che vi ha riuniti qui, o bambini, e ha fatto intervenire i vostri babbi e le vostre mamme, voi già lo sapete, non è nè la cerimonia d'una premiazione, nè di una piccola festicciola scolastica. - Festa é sì, mafesta dell'anima, e dell'anima italiana. - Voi sapete, dicevo, e alcuni di voi ricorderanno le giornate del maggio passato, quando il governo italiano mandò finalmente all' Austria la sfida nel nome dell' Italia tutta, ricorderete che proprio oggi, 24 di maggio, dall'uno all'altro capo della penisola eruppe un sol grido, "fuori i barbari". Ricorderete questo grido, è grido storico, è del 500 italico, è del secolo di Macchiavelli , ma allora i barbari erano in casa, erano vicini alle mura di Roma ; anzi alcuni barbari avevano devastato Roma e quel grido non fu, non poteva essere ascoltato perchè la nostra patria era avvilita e smembrata tanto da non potersi rilevare che un momento solo, quel grido si ripetette ancora nella seconda metà del secolo passato, e Mazzini , Garibaldi Giuseppe , Cavour , Vittorio Emanuele II , i quattro grandi di cui conoscerete dai libri la figura morale e il volto, e il gesto, e che avete imparato ad amare fin dal primo anno di scuola, riuscirono a ributtare gli estranei dal suolo sacro d' Italia e a congiungere tutte le regioni con Roma capitale. Ma, sapete ancora, che l' Austria pur ricacciata dal lombardo-veneto aveva innanzi a sè un passo sgombro, una porta da cui spiare e minacciare i propositi e la vita della terza Italia : il passo del Trentino, le Alpi Giulie. Aveva ancora sotto il suo dominio: Trieste , gemma dell'Adriatico, Trento dove invano il poeta della patria, Dante Alighieri , pareva poeta pareva aspettare che tutti i cittadini della nuova Italia andassero intorno a lui e gli dicessero: Abbiamo liberato anche queste terre, e d'ora in poi, intorno a te si parlerà l'idioma gentile e si formeranno altre opere degne di te, o gran padre Dante Alighieri ! Non ricordate il verso di Carducci Giosuè , un altro grande poeta della patria, che conoscerete ed amerete meglio in seguito, e che è stato da 50 anni a questa parte il più libero e fiero educatore delle generazioni, non ricordate quel verso che, parlando di Dante appunto dice: "ed or s'è fermo e par che aspetti a Trento?" Bambini, ho detto poc'anzi che l' Austria aveva il passo sgombro, aveva una porta aperta, ed ora, ora da un anno, dal 24 di maggio, di contro all'invidiosa e sospettosa forza barbarica, di fronte alle fortificazioni ed ai reticolati, e alle minacce sue, s'è elevata una barriera formata dal petto e dalle baionette e dal valore dei nostri soldati che durano ogni fatica e fanno prodigi straordinari di ogni valore per scacciare di là, e domare l'orgoglio di quella gente che vorrebbe usurpare l'altrui, e per piantare sulle nostre terre e sulle nostre Alpi il confine della patria, il simbolo dell'italianità, il vessillo tricolore. Il nostro esercito è preparato a tutte le sorprese, è rotto a tutte le fatiche e vuol ottenere la vittoria, e si avanza attraverso i perigliosi valichi!!! Fra questi soldati, o bambini, c'è gente di ogni condizione e di ogni età, c'è tutto il popolo d' Italia , ci sono anche giovanetti, gli esploratori, che prestano un servizio efficacissimo, e primo fra tutti è il principino ereditario, Umberto di Savoia , il figlio del nostro Re Vittorio Emanuele III , che vigila anch'egli di persona sulle Alpi, il movimento del suo esercito, ed è al fianco di tutti i combattenti, pronto come ogni umile fantaccino, anche al sacrifizio della vita. Questa è l'occasione o fanciulli, o madri, o parenti, che vi ha raccolto qui oggi, e vi ha fatto qui accorrere all'invito che per mezzo nostro, il supremo reggitore degli studi, il Ministro della P. I., onore e vanto della vostra Potenza , vi ha rivolto con nobili parole. Ma, raccolta e invito non debbono essere invano, agli effetti della pratica. Voi m'intenderete: se i fratelli, se tutti i soldati d' Italia danno la vita e muoiono così nobilmente per far libera, completamente libera questa bella contrada che Iddio ci ha dato; non lotteremo anche noi qui in patria, nella misura del nostro potere, e anche un pò più in là, nella misura di un qualche sacrifizio; e non offriremo anche noi il segno della nostra concordia, del nostro consentimento; non favoriremo, cioè, tutte le istituzioni di soccorso sorte qua e là in tutte le città d' Italia , in tutti i paesi per curare i feriti e per sollevare un tantino la miseria, specialmente dei bambini che questa nostra guerra ha privato del padre loro? Perciò oggi, o bambini delle scuole, io rivolgo a voi l'invito di offrire sempre ed instancabilmente l'obolo della vostra carità italica ai comitati d'assistenza civile ed a quella della Croce Rossa. Ed ora auguriamoci che una pace feconda venga prestissimo ad arridere e ad acquietare gli animi purtroppo accasciati dal dolore, e che dopo questa pace il tricolor, segnacolo di libertà ove finora ha segnato l'oscurantismo e la tirannia, sventoli oltre le dentate e scintillanti vette. Rinvigorita e risollevata all'interno, fatta più forte e temuta al di fuori, l' Italia seguiterà felice il suo fatale andare verso il progresso. Il vessillo tricolore rievocherà, via per i mari ed oltre i monti le meraviglie di un paese incantato, ove mille giardini profumano al sole; esso rappresenterà la potenza di un popolo evoluto, cosciente dei suoi destini e della sua civile missione.

Alfonso Colucci Insegnante nel Corso popolare

Discorso pronunziato per la posa della prima pietra dell'edificio scolastico in Melfi Melfi , Premiata Tip. LICCIONE 1922

ALL'ILL.MO DOTT. COLUCCI GIOVANNI Carissimo Giovanni , Consenti che, contro il vieto pregiudizio di non portare in pubblico gli affetti familiari, io dedichi a te questo modesTissimo lavoro, che rivela quali siano i propositi della nostra Scuola, a cui con assiduo ed ammirevole pensiero vai consacrando le migliori tue forze spirituali, acciocchè essa raggiunga nella Casa, degna del suo nome, il proprio Ideale Educativo. E consenti del pari che con affetto più paterno, che di fratello, io rilevi che è supremamente bella la tua elevazione d'animo verso gl'Ideali di Moralità e di Giustizia nel sereno adempimento del tuo dovere di primo cittadino, il che può valere a redimere le lotte sociali dal vivace contrasto delle passioni umane. Con questi sentimenti ho la soddisfazione di stringerti affettuosamente la mano. Melfi , 15 luglio 1922. TUO FRATELLO, ALFONSO La festa per il battesimo dell'erigendo Edifizio Scolastico in Melfi Si svolse il 15 giugno 1922 sotto i felici auspici dell'Amministrazione Comunale capitanata dal Sindaco signor Giovanni Dottor Colucci e della Madrina Sinorina Elena Savino sull'ingresso della erigente Casa della Scuola, nello storico Rione Chiuchiari, dinanzi ad un folto popolo d'ogni gradazione sociale; ad una moltitudine di gentili Signore e graziose Signorine; al cospetto di tutte le Autorità locali, civili e militari. Notavansi: Il Sottoprefetto, Cav. Mandarini, rappresentante il Prefetto, Grande Uff. Bonomo, impossibilitato ad intervenire da ragioni d'ufficio; il Preside del R. Istituto Tecnico, Cav. Ing. Savino Paolo , rappresentante il R. Provveditore agli studi, assente da Potenza ; gli Amministratori comunali; il Presidente la Deputazione Prov. di Basilicata , Comm. Alfredo Rossi; il Regio Ispettore Scol. Prof. Viola Domiziano ; il Comm. Liguori, Procuratore Generale della Corte d'appello di Potenza ; l'Ing. Quaroni, progettista dell'Edifizio; l'Ing. Giuseppe Tucci, direttore dei lavori; il Tenente Generale Tucci; gl'Istituti educativi con le rispettive bandiere; il Corpo dei Professori del Regio Istituto Tecnico, della Regia Scuola Tecnica, della Regia Scuola d'arte e mestieri, delle Scuole elementari, dell'Asilo infantile; la redazione del giornale locale Lo Schiccheri; la Cooperativa Agricola, la Società Operaia, le Associazioni Combattenti, Mutilati e Invalidi di guerra. Subito dopo la lettura dei discorsi del Sindaco, del Regio Ispettore Scolastico, del sottoscritto per il Corpo Magistrale, e del Comm. Antonino Avv. Lancieri, quale membro del Consiglio Prov. Scol., seguì la posa della prima pietra, benedetta dal molto Rever. Can. Bevere in sostituzione di S. E. Monsignor A. Costa, trattenuto dalla festa del Corpus Domini. In un foro incavato nella pietra fu deposta una pergamena riportante la seguente scritta con le firme delle persone più vicine al posto della funzione: "L'anno 1922, il giorno 15 giugno in Melfi , sotto gli auspici dell'Amministrazione Comunale capitanata dal sig. Dottor Cav. COLUCCI GIOVANNI , è stato affissa questa prima pietra dell'Edifizio Scolastico. " Profonde sien le basi perchè più s'innalzi l'Edifizio come ogni opera umana che benefica il mondo. " Alfredo Mandarini - COLUCCI GIOVANNI - Alfredo Rossi- Elena Savino - Paolo Savino - Viola Domiziano - Giuseppe Quaroni - Girio Consigli - Giuseppe Tucci - Gaetano Iannuzzi - Antonino Lancieri - Arcangelo De Robertis - Capitano Miele - Comm. Liguori - Antonio Cautela - Ines Tucci - Carlotta Angrisani-Canzio - Ida Tucci - Augusta Consigli - Nicola Grezzi - Capitano De Iasi - Nicola Todisco - Colucci Alfonso - Ugatti Matteo - Lucietta Mandarini - Federico Bevere - Tenente Generale Tucci - Rubino Luigi - Vittorio Cutinelli - Luigi Legali - Tartaglia Filomena. Chiusero la cerimonia un vermouth d'onore offerto dall'Impresa Consigli e servito inappuntabilmente dal signor Alfredo Pilato, e successivamente un banchetto di circa cento coperti, squisitamente servito dal sig. Giuseppe Savino, in cui la festa della Scuola fu ancora idealmente solennizzata da alati e succinti discorsi di S. E. Monsignor Alberto Costa, del Presidente della Deputazione Provinciale, del Preside dell'Istituto Tecnico, del Procuratore Generale Comm. Liguori e dell'avv. Lancieri, inneggianti all'opera di civile progresso cittadino. A tutti cortesemente rispose il Sindaco, volgendo un reverente saluto al Capo della Provincia ed al Provveditore agli Studi, che con commoventi telegrammi si manifestarono spiacentissimi di non potere presenziare alla festa civile, e rievocando l'opera intelligente ed affettuosa del Comm. Federigo Severini, del primo Preside del nostro Istituto Tecnico Cav. Rubino Luigi , e dei vari ispiratori e propulsori dell'incremento dei nostri maggiori Istituti educativi. PER LA POSA DELLA PRIMA PIETRA DELL' EDIFICIO SCOLASTICO DI Melfi Profonde sien le basi perchè più s'innalzi l'Edificio come ogni opera umana che benefica il mondo (Dall'aureo discorso letto dal Prof. D. Viola nella presente cerimonia). SIGNORI, Al sol che folgora in questo radiante cielo, così splendidamente meraviglioso, fra il verdeggiante Vulture e la superba corona di colline che inghirlandano l'altera nostra città, mi è caro, in nome di questo Corpo Magistrale, a cui la festa d'oggi apporta non poca esaltazione, di porgere il mio saluto a voi, vigili Amministratori del Comune; a voi, gentil Madrina; a voi, cortesi astanti, qui convenuti a render solenne uno dei più fausti avvenimenti locali che accrescerà non poco lustro alla nostra Melfi , un dì onor delle Puglie. E la solennità che voi, o Signori, conferite con la maestà della vostra presenza a questa imponente cerimonia, è circonfusa di un'aureola di gloria che s'irradia dal ricordo storico della località, su cui, come per incanto, vedremo sorgere in un prossimo dì, e per più solenne e cordial simposio, il sontuoso Edificio di cui ci occupiamo. Qui i rottami di altre case non meno sontuose, che furono un tempo, e le ossa dei nostri avi ad essi frammiste, fremono tuttora di santo amor di patria. Narrano infatti le storie che in questi ameni paraggi per fiorenti giardini e pampinosi bastioni, prosperò un dì il rione più ricco e più bello della nostra città, che "Illustre per armi, industria e frequenza di popolo" (Dall'epigrafe dell'erigenda lapide a Federico II , dettata dagli avvocati Severini e Picece.), ebbe il vanto d'essere la Capitale del nostro ducato delle Puglie, donde i nostri antenati, guidati dagli audaci Normanni, mossero, nove secoli or sono, i primi passi per la costituzione del più grande e saldo Stato d' Italia . E narrano altresì le storie che l'ira delle armi galliche, contendentisi con le spagnuole il dominio della nostra patria, nell'infausto 23 marzo 1528, dopo aspro assedio, superato più per inganno che per valore, fieramente s'abbattè sulla nostra città, e segnatamente su questo rione, che fu messo a ferro e fuoco per aver offerto maggior resistenza; che i Francesi, cooperati dalle famose Banda Nere dei Medici, furibondi per le patite perdite, ed ansiosi che le vicine città, alleate di Melfi , deponessero subito le armi, passarono a fil di spada 6 mila cittadini; e che di 30 mila anime, quante ne contava allora la Città, ne rimanessero sole 5 mila, essendo i più morti nell'assedio o emigrati. E per quella vandalica distruzione tacquero qui le sonanti officine e i rumorosi traffici che alimentavano un nostro esteso commercio con le provincie limitrofe. Nè più tardi i Coronei, Albanesi fuggenti dinanzi alle persecuzioni dei Turchi, e dai nostri avi qui ospitati per solidarietà cristiana, seppero ridonar la vita a questo rione, che altro di essi non conserva e non ricorda che il proprio nome «Chiuchiari», derivatogli da quello del loro generale Zoan Zuzura (Zuzzari) essendosene di poi emigrati nel 1597 nella vicina Barile fra altri loro connazionali. Ma la "fedelissima", come onorevolmente Carlo V intitolò Melfi , al par della rosa di Dante che piega sotto la procella, e poi si rialza più sfolgorante ed aulente, "Per l'intima virtù che la sublima" sgravata con imperial Diploma del 1529 d'ogni imposizione fiscale, e foggiatosi il proprio destino sulla gloria del lavoro, risorse a nuova vita, disserrandosi, fra le insidie feudali, il varco ad un avvenire sempre più decoroso. Del che ne affida oggi il tenace proposito della civica Amministrazione, che fra le prime opere pubbliche a compiersi, volle questo erigendo edificio, simbolo vivente "di un Ideal fulgente di Giustizia e di Pietà" diretto a ristorare gli oltraggiati diritti sanitari dei figli del popolo. Ben merita essa in apprestarci la nuova Gioiosa del grande educatore da Feltre Vittorino , dalle ampie aule soleggiate, con tutti i conforti igienici e didattici per una vita scolastica più umana; e noi perchè muta e inefficace essa non sia, ci adopreremo ad ispirare nell'opera nostra quella fiamma d'amore che suscita nella gioventù la fervida genialità, pel compimento delle cose grandi e nobili. E lieti saremo se, fecondando i vostri intendimenti, o civici amministratori, e i vostri suggerimenti, o sapiente ispiratore e propulsore della nostra migliore opera scolastica (Si allude al R. Ispettore Scolastico Prof. Viola); vorrete incoraggiarla e benedirla per un più equo trattamento economico che sollevi il proletariato magistrale dalle angosciose strettezze finanziarie in cui lo viene a prostrare il fatto medesimo che per la sua spirituale e sociale condizione, è indotto a devolvere gran parte dei suoi magri guadagni all'educazione intellettuale della sua prole, senza di che la società civile verrebbe di più ad imbarbarirsi per la stessa scarsa valutazione che le classi lavoratrici dànno all'educazione dei loro figliuoli. E gioverà riconoscere una buona volta, o Signori, quanto sia misteriosamente sublime la nostra opera educativa, quant'essa sia artisticamente atta a plasmare la più delicata delle materie prime, la psiche infantile, onde è sol possibile dalle scuole pensose del Giovanni Pascoli , trar su i provvidi agricoltori, gli artistici operai, i virtuosi cittadini, i savi statisti, per cui fu pregiata tanto l'opera di quel grande che temprando lo scettro ai regnatori gli allor ne sfronda, ed alle genti svela di che lagrime grondi e di che sangue. E dirò io per voi, o colleghi, cosa fallace, affermando che i monelli insudicianti i pavimenti d'ogni sozzura, i devastatori dei fiori e delle piante ornamentali, i rabescatori di sgorbi e di incivili espressioni delle gradinate dei corridoi dei pubblici uffici e delle cantonate della città, gli scrostatori d'intonachi degli edifici, talvolta costretti ad esser custoditi in cancellate di ferro, i piccoli vandali degli agi della vita civile, sapremo noi trasformare nei gentili artistici cultori di fiori, nei vigili custodi delle cose pubbliche e delle opere geniali, rappresentanti ormai l'unico patrimonio artistico della nostra patria, che per la devastazione delle sue bellezze naturali, non ha più il vanto d'essere il Giardin d'Europa? Che attraverso la scuola sapremo ravvivare ed ingentilire il senso della nettezza e dell'ordine nella persona nella casa nella strada negli uffici pubblici, destando nei loro animi il gusto all'eleganza ed all'arte, così vivo nei contadini e negli operai nostri? Mentirò io se affermerò che susciteremo in essi la santità dell'amore familiare, che dalla gentilezza e dalla reverenza delle espressioni sa elevarsi al tragico sacrifizio per i propri congiunti ? Che riusciremo ad affratellarli con i vincoli della simpatia e della solidarietà umana, onde sarà dolce ad essi tergere la lagrima al misero ed allo sventurato? Che sapremo renderli affabili e modesti con gli umili, altro valore non avendo la vanità e la superbia che quello di ritorcersi in propria disistima? Che per l'esercizio dei piccoli e generosi sacrifici, non sarà arduo soffocare in essi il vile egoismo, ed accenderne l'animo al sentimento dell'onore e della virtù per l'amore alla gloria? Che per la pratica della vita scolastica, valorizzando le piccole cose, i risparmi, il tempo, sopra tutto, rinsalderemo in essi i tenaci propositi del lavoro che portano al fastigio delle grandi fortune, per altre vie utopistiche o tenebrose, irraggiungibili? Che per quanto umile la nostra voce, saprà rievocare alla lor mente gli oscuri e gl'illustri olocausti dei martiri del lavoro e della tirannide, il cui sangue generoso valse a darci la libertà, della quale oggi, uomini d'ogni fede e d'ogni partito godono ed abusano? Che la lunga tradizione di martirio che trasse l' Italia dal servaggio alla gloria, insegnerà loro ad amarla, acciocchè scompaiano da essa il Delitto e l'Ingiustizia, la Miseria e l'Ignoranza, e, matura per i suoi destini, sia l'assertrice del nuovo dritto delle Genti? Ecco, o Signori, quante speranze possono fecondarsi in questo Edificio che siete per darci, e verso cui io vedo già affollarsi le schiere dei nostri scolari, dagli ampi viali prospettanti i graziosi villini abitati da una popolazione gentile ed operosa; ma, ahime, mi par di scorgere sull'orizzonte una grigia e fosca nube che s'avanzi su di esso: la procellosa nube delle civili discordie, diretta a frustrare i nostri sacrifici, le nostre sante aspirazioni! Invochi Ella, o angelica Patrona, dal Ciel propizia la sorte a quest'alma Città, e dica col Poeta al popol nostro: Noi troppo odiammo e sofferimmo. Amate. Il mondo è bello e santo è l'avvenir. Deh, o concittadini, non attraversiamo con i nostri dissidi il Fato che benigni ci apprestano i nuovi eventi storici: affisiamo i nostri occhi ed i nostri cuori in quest'erigendo Edificio, come ad un gran faro che ci rischiari la mente, e ci rammemori, che se le discordie nazionali e le invidie cittadine potettero fare avverare l'eccidio dei nostri antenati, la devastazione della nostra città, la distruzione di questo bel rione, in cui, fra l'altro, erano ammirati i suoi lunghi e rettilinei corsi rifulgenti di magnifici negozi, quando maggiore era lo splendore della Signoria Normanna e della Sveva, la concordia degli animi per un crescente benessere sociale, farà risorgere a nuova e più prospera vita questo rione, questa diletta e nostra cara Città. E questa concordia, o Signori, deve, per i suoi grandi successi, culminare nel rispetto di tutti verso la sacra infanzia, la quale, come ebbe a rivelare un insigne filosofo, non ha a suoi maestri sol noi, ma tutti coloro che le stanno a contatto, e di cui cerca scrutarne il pensiero. "Per molti filoni, egli dice, la coscienza pubblica penetra con le sue leggi nell'anima infantile, e una certa norma e regola di vita, il fanciullo arriva pur sempre a trovarla, riflettendo nell'atteggiamento dei molti, dei tanti maestri che ha nella vita. Tutta l'opera di coloro che gli stanno da vicino egli la vede in un balenio di coscienza morale, accesasi nel suo animo per il consenso che il valore umano di altri esseri da lui conosciuti vi ha suscitato". Ed è di ieri appena l'ammonimento lanciato dall'Ateneo della Capitale dall'On. Luzzatti Luigi sul grande pericolo delle invidie e delle discordie cittadine, come quello che attenta a tutte le nobili finalità civili e l'esistenza nazionale stessa minaccia. Queste funeste invidie e discordie civili che da troppe impure fonti accennano a ridestarsi, con intendimenti faziosi in ogni Comune d' Italia , sono la maledizione della storia ! E più recentemente ancora S. E. il Ministro della P. I., fra il plauso della Camera, ebbe a dire che "la Scuola, come attività di cultura, come propulsione di moti di pensiero e di sentimento deve unirci e non separarci per la protezione morale e fisica dei nostri figli". Ora, in nome di queste grandi voci della Patria, noi osiamo domandarvi, se nell'interesse appunto della infanzia, non sia doveroso disarmare i nostri spiriti di ogni tristizia nei dibattiti della cosa pubblica, per ricondurre le lotte della vita alla serenità delle gare civili, che mentre conferiscono alle masse la coscienza dei propri diritti, dànno loro la persuasione a conquistarli dignitosamente per le vie della legalità e della giustizia, legalità e giustizia che raccolgono presto o tardi l'adesione e il consenso degli onesti e degl'illuminati. E in questo fervido augurio, noi vi preghiamo, o Signori, di inneggiare alla nuova Casa della Scuola, ed a far voti, con alfieriana volontà, ch'essa entri presto con la sua forza viva ed operosa a collaborare alla grandezza della nostra Italia ! Melfi , 15 giugno 1922. Colucci Alfonso INSEGNANTE NEL CORSO POPOLARE

Regolamento interno del Convitto annesso alla Regia Scuola Normale Raffaella Settembrini in Lagonegro Lagonegro , Tipografia del Sirino 1894

REGOLAMENTO INTERNO Disposizioni generali. ART. 1 - Il Convitto Raffaella Settembrini, annesso alla R. Scuola Normale Femminile Inferiore, istituito dal Municipio di Lagonegro , per quanto concerne l'ordinamento amministrativo interno e la Direzione disciplinare e morale, dipende da un Consiglio Direttivo, a senso dell' art. 124 del Regolamento delle Scuole Normali, approvato con R. Decreto in data 14 settembre 1889. ART. 2 - La vigilanza disciplinare del Convitto viene esercitata dal Consiglio Direttivo per mezzo del Presidente del Consiglio stesso, che è pure Direttrice della Scuola Normale. ART. 3 - L'invito alle adunanze ordinarie del Consiglio Direttivo, coll'ordine del giorno relativo, sarà comunicato a ciascun membro qualche giorno avanti, e quello per le adunanze straordinarie, almeno ventiquattro ore prima. ART. 4 - Tutte le deliberazioni del Consiglio Direttivo verranno redatte dal Segretario in apposito verbale firmato dal medesimo e dal Presidente, e ne sarà data lettura per l'approvazione, nella successiva adunanza. ART. 5 - Le alunne del Convitto sono poste sotto la immediata dipendenza della Direttrice e sorvegliate a norma del presente Regolamento. Direttrice. ART. 6 - La Direttrice ha l'obbligo d'invigilare con ogni diligenza per la parte disciplinare ed amministrativa: a) All'esatta osservanza del Regolamento concernente il Convitto; b) Al perfezionamento morale delle alunne, mantenendo e facendo mantenere vivo in esse l'affetto verso la famiglia e verso la patria, ed il rispetto per le istituzioni nazionali; c) All'applicazione allo studio; d) A far loro acquistare l'abito di persone gentili e ad ammaestrarle in tutto ciò che è richiesto dal vantaggio del vivere domestico, nei modi e nelle forme stabilite dal presente Regolamento. ART. 7 - Ad essa compete di corrispondere coi parenti delle convittrici, della cui condotta, profitto nello studio, stato di salute ed altro che occorre, li tiene ordinariamente informati ogni bimestre; e straordinariamente ogni qual volta se ne presenti occasione. Delle malattie gravi, secondo il parere del medico, darà loro notizia nel più breve tempo possibile. ART. 8 - Veglia sulla condotta del personale di servizio, e non permetterà mai che esso prenda colle alunne domestichezza di sorta, nè che da loro riceva a sua insaputa ordini e comunicazioni di qualsiasi natura. Vigilerà poi che persone estranee al Convitto non vi sieno ammesse in ore di notte. ART. 9 - Le trasgressioni degl'inservienti verranno dalla Direttrice, denunziate al Consiglio Direttivo o al Municipio, per gli opportuni provvedimenti. Convittrici. ART. 10 - Nel Convitto, a norma dell'art. 129 del sovraccennato Regolamento per le Scuole Normali, saranno ammesse soltanto le alunne delle classi normali e preparatorie, e della quarta e quinta elementare, non quelle delle classi inferiori. ART. 11 - Nell'atto di consegnare le giovanette alla Direttrice, ciascun parente scriverà in apposito registro, il nome del o dei raccomandatarii a cui desidera che la Direttrice si rivolga per ogni eventualità. ART. 12 - La retta annuale da pagarsi da ciascuna convittrice è di L. 300, a bimestre anticipato. (Ogni alunna nell'entrare in Convitto deve depositare nelle mani della Direttrice lire 30, le quali debbono servire per acquisto di libri e di oggetti di cancelleria, e per gli altri bisogni che possono occorrere nella scuola e nel convitto. Della somma se ne renderà conto alla famiglia dell'interessata bimestralmente). Per l'ammissione in Convitto si chiede un'età non inferiore ai 9 anni e non superiore ai 20; però l'ammissione è sempre subordinata all'ammissione nelle suddette classi. ART. 13 - Le convittrici, conosciuto il nobile scopo per cui sono ammaestrate e vivono in quest'istituto d'istruzione e di educazione, devono, oltre ai doveri generali: a) Osservare esattamente l'orario del Convitto, e tutte le prescrizioni del presente regolamento ed ubbidire puntualmente agli ordini della Direttrice. b) Presentarsi alle lezioni col massimo rispetto e colla massima decenza nella persona. c) Evitare qualunque pettegolezzo o atto che offenda la civiltà o il buon costume. ART. 14 - L'alunna, in Convitto, deve fare due note identiche degli oggetti componenti il suo corredo, e rimetterle alla Direttrice. Questa, dopo aver verificato l'esistenza degli oggetti indicati, restituirà una delle note ponendovi la firma e il numero d'ordine che sarà dato all'alunna in Convitto. Ad ogni richiesta della Direttrice, l'alunna dovrà consegnarle le chiavi del proprio baule. Ciascuna convittrice dovrà essere fornita di un sufficiente corredo di biancheria. Dovrà pure avere i seguenti capi di corredo: 6 lenzuola, 6 federette, 6 tovaglioli, 6 asciugamani, 1 coperta di lana, 1 imbottita, 2 coperte bianche di cotone, 2 copriguanciali. Tutto l'occorrente per l'acconciatura e pulizia del corpo. ART. 15 - Tutta la biancheria dovrà essere marcata colle iniziali della convittrice e col predetto numero d'ordine. ART. 16 - Le convittrici devono mantenere perfetto silenzio nel tempo dello studio ed anche nel refettorio, se non ne siano dispensate dalla Direttrice; senza il permesso di questa non debbono allontanarsi dal proprio posto, nè uscire dalla sala di studio. ART. 17 - È vietato portare alle convittrici oggetti di ornamento molto appariscenti. ART. 18 - Le acconciature del capo saranno semplici e modeste. ART. 19 - Le convittrici vestiranno, per uscire, l'abito d'uniforme, e per l'interno indosseranno un abito qualunque, ma decente. ART. 20 - Le convittrici si guarderanno dallo sporcare i muri con iscrizioni, figure, ecc. ART. 21 - Chi sciupa o rompe per disattenzione, dovrà risarcire il danno; e non sapendosi da quale delle alunne fu cagionato, verrà risarcito da tutte in parti uguali. La stessa attenzione dovranno osservare per gli oggetti appartenenti a ciascuna di loro. ART. 22 - Ogni mattina, ciascuna convittrice dovrà rifare il letto proprio, avendo cura di tenere sempre netto il proprio posto. Dovrà pure attendere alla pulizia che le abbisogna per servizio personale, senza mai ricorrere alla servitù e alle stesse sue compagne, nè per favore, nè con pagamento. ART. 23 - Ad ogni dormitorio sarà preposta, in principio d'anno, quella fra le convittrici che più si distinguerà per la buona condotta e serietà di carattere, la quale dovrà sorvegliare sulla condotta della camerata, coadiuvando in tal modo l'opera della Direttrice. Essa durerà in tale incarico finchè non si renderà immeritevole di questa prova di stima e di fiducia. ART. 24 - Ogni settimana saranno preposte ai dormitorii una o più allieve, secondo che disponga la Direttrice, per turno. Esse dovranno spazzare, alla domenica, e aver cura che restino netti, e che non vi rimanga roba sudicia, aprire le finestre per rinnovare l'aria, e richiuderle la sera o quando è cattivo tempo. ART. 25 - Un'altra alunna, pure per turno, in ogni settimana farà il servizio del lavatoio, ed altre tre attenderanno alla pulizia delle sale da studio, avendo cura che niuna delle loro compagne lasci intorno sudiciume di qualsiasi natura. ART. 26 - Le casse o i bauli che contengono la biancheria o i libri dovranno essere sempre in ordine. Non si terrà presso il letto altra roba all'infuori di ciò che serve per uso giornaliero, e non si dovrà tenere biancheria od abiti sparsi qua e là nel dormitorio. Ciascuna allieva avrà nel guardaroba un numero sufficiente di attaccapanni; la biancheria sudicia si terrà in apposito luogo, in un sacchetto di tela, e ciascuna allieva terrà il suo col proprio nome e numero. ART. 27 - Le allieve di servizio dovranno ricevere, insieme colla Direttrice, il bucato e farne la divisione, riscontrando la nota che ciascuna allieva avrà consegnato alla stessa Direttrice la domenica mattina. ART. 28 - Tanto nella sala di studio, che a tavola, il posto sarà assegnato dalla Direttrice ART. 29 - Non è permesso di chiedere in prestito alle compagne quanto è necessario per lo studio e per lavoro, salvo casi eccezionali, dovendo ciascuna allieva esserne provveduta. ART. 30 - Le allieve esterne della Scuola Normale non potranno mai sotto nessun pretesto studiare in Convitto, e non potranno, senza il consenso della Direttrice, chiedere libri o quaderni in prestito alle convittrici. E queste si asterranno dal chiedere alcuna cosa ad imprestito alle esterne, senza il permesso della Direttrice. ART. 31 — Al suono della campana le allieve dovranno subito riunirsi e scendere o salire ordinatamente, secondo i casi. ART. 32 - Le convittrici non dovranno mai dare ordini direttamente alle persone di servizio, ma scrivere ciò di cui abbisognano nel libro, che la Direttrice terrà appositamente sul tavolo della Direzione, e nelle ore che saranno dalla medesima destinate. ART. 33 - Così pure saranno da essi destinate apposite ore per dare e ricevere lavori di sarto, di calzolaio, ecc. Le persone però a ciò incaricate non potranno parlare alle alunne se non col permesso della Direttrice. ART. 34 - Le convittrici assisteranno e prenderanno parte ai lavori della cucina, per turno, nei giorni e nelle ore che verranno destinate dalla Direttrice; senza pregiudizio per lo studio e per l'orario. È peró interdetto, l'ingresso in cucina senza il permesso della Direttrice. ART. 35 - Il Convitto somministrerà alle allieve: latte e caffè alla mattina, o latte solo o frutta, secondo la stagione. Frutta, formaggio od altro, alla colazione del mezzo giorno. Minestra, una pietanza o frutta, al desinare; pane e vino a sufficienza, e quest'ultimo al solo desinare. ART. 36 - È proibito alle convittrici, senza il consenso espresso della Direttrice: 1° Di esportare dalla tavola cibi o bevande di qualsiasi qualità; 2° di cedere alle compagne tutto o parte del proprio pasto. ART. 37 - Le alunne adempiono ai doveri religiosi nella chiesa destinata dalla Direttrice, assistite da lei o da chi ne fa le veci. ART. 38 - La preghiera verrà fatta dalle allieve sotto la vigilanza della Direttrice o di chi la rappresenta. Divertimenti, Passeggiate e Permessi diversi. ART. 39 - Sono permessi, in tempo di ricreazione, i divertimenti approvati dal Consiglio Direttivo, sulla proposta della Direttrice. ART. 40 - E cosi pure dallo stesso Consiglio saranno deliberati i divertimenti carnevaleschi. ART. 41 - Vi sarà, tempo permettendolo, passeggiata fuori dell'istituto, accompagnate dalla Direttrice, nei giorni e nelle ore che saranno stabiliti dal rispettivo orario. ART. 42 - Sarà concesso alle alunne di recarsi in famiglia nelle vacanze di Natale o Carnevale o Pasqua, secondo che delibera il Consiglio Direttivo. La richiesta o l'accompagnamento dovrà esser fatto dai genitori, o da chi ne fa le veci, e durante l'anno scolastico nel caso di urgenti e gravi bisogni da giustificarsi. Visite alle Convittrici. ART. 43 - Le visite dalle alunne si ricevono nei giorni di festa, dal tocco alle due e mezzo. Si fa eccezione per quelli che vengono appositamente da altri paesi a vedere le loro figlie of parenti, i quali saranno ricevuti in qualunque giorno ed ora, tolto, s'intende, l'ora delle lezioni o del pasto, e non più tardi delle ore 7 della sera, e non prima delle 7 di mattina. ART. 44 - Nelle visite di parenti o di persone conosciute, ad eccezione dei genitori, o di chi ne fa le veci, le alunne saranno sempre assistite dalla Direttrice. ART. 45 - A nessuna persona che non sia addetta all'Istituto è lecito d'introdurvisi, senza licenza della Direttrice. Corrispondenza delle Convittrici. ART. 46 - Il segreto epistolare colle famiglie è inviolabile; però la Direttrice, per ragione educativa, può mandare ai genitori le lettere d'incerta provenienza dirette alle alunne. ART. 47 - È severamente proibito ogni carteggio clandestino. Premi e Castighi. ART. 48 - Le convittrici che si segnaleranno per diligenza nell'adempimento dei loro doveri e per singolare bontà di costumi, potranno, in seguito a favorevole rapporto della Direttrice, godere dei premi assegnati nell'Art. 138 del vigente Regolamento per le Scuole Normali. ART. 49 - Le pene da infliggersi alle convittrici, secondo le mancanze, sono quelle contemplate dall'Art. 139 del predetto Regolamento. Disposizioni diverse. ART. 50 - Tutto ciò che non è contemplato nel presente Regolamento sarà deliberato dal Consiglio Direttivo, ART. 51 - Non è permessa alcuna innovazione contraria all'orario e al regolamento stabilito dal Consiglio Direttivo. ART. 52 - Sono annullati tutti i regolamenti anteriori alla pubblicazione del presente. Il Presidente Della Lena Margherita Il Segretario Marimò Carolina I Membri del Consiglio Direttivo Pesce Carlo Aldinio Giovanni Marimò Carolina Visto: Approvato dal Consiglio Provinciale Scolastico di Potenza nell'adunanza del 28 maggio 1892. Potenza , 28 maggio 1892. Il Prefetto Presidente VITALE ERCOLE

Regolamento della biblioteca circolante del Pio Istituto delle Gerolomine in Potenza Potenza , Stabilimento tipografico di G. Favatà 1880

Titolo primo della Biblioteca Circolante CAPO PRIMO Istituzione della Biblioteca. Art. 1° - É istituita presso il Convitto delle Gerolomine una Biblioteca Circolante, della quale si potranno giovare le giovinette di esso Convitto, le alunne interne ed esterne della Scuola Magistrale Femminile, gl'insegnanti, e le persone preposte all'istruzione ed all'educazione di ambidue gl'Istituti. Essa perciò raccoglie libri di sana morale, che non contengano massime contrarie allo Statuto fondamentale del nostro Regno, e che precipuamente trattino di discipline riflettenti l'istruzione primaria e quella normale. Art. 2° - La Biblioteca è mantenuta con fondi stanziati annualmente nel Bilancio delle Gerolomine, e con offerte in danari e in libri, fatte da privati o Corpi Morali. Art. 3° - I libri saranno tutti serbati e custoditi in appositi scaffali con graticci di ferro chiusi a chiave. Saranno legati e disposti secondo il loro sesto, e possibilmente ordinati secondo le seguenti categorie: 1. Libri di lettura per le Classi Elementari. 2. Trattati di Grammatica, di bello scrivere, di Critica, Storia della patria letteratura e di quella comparata, filologia. 3. Classici, e in genere buoni scrittori. 4. Storia. 5. Geografia. 6. Scienze Speculative. 7. Pedagogia. 8. Ginnastica. 9. Etica. 10. Trattati di Religione e di Storia Sacra. 11. Matematiche. 12. Scienze fisiche. 13. Disegno. 14. Vocabolari e Dizionari. Art. 4° - Ogni volume porterà un cartello al di dentro della coperta, il quale indicherà il costo dell'opera intera, compresa la legatura, e se sia stata acquistata o ricevuta in dono. Art. 5° - Il catalogo sarà formato dal Presidente delle Gerolomine coll'assistenza della Direttrice del Convitto e dal Segretario della Commissione Amministrativa, i quali lo sottoscriveranno. Come si abbiano nuove opere, verranno registrate col metodo indicato di sopra. Il catalogo delle opere sarà in doppio originale, dei quali uno verrà depositato nell'Archivio della Commissione Amministrativa, l'altro nelle mani della Direttrice. CAPO SECONDO Dell'ufficio del Bibliotecario. Art. 6° - L'uffizio di Bibliotecario verrà esercitato dalla Direttrice del Convitto delle Gerolomine, e in sua assenza verrà sostituita dalla Vice-Direttrice. La Direttrice ha la sorveglianza su tutto il locale della Biblioteca, ed ha in custodia tutti gli oggetti che appartengono al medesimo. Di accordo col Presidente è incaricata, nel limite delle somme iscritte in Bilancio, di fare acquisto di libri e di altri oggetti utili alla Biblioteca, come pure di fare eseguire gli accomodi necessarii al locale ed al materiale del medesimo. Art. 7° - Sotto la sua responsabilità, riceverà tutte le opere e gli oggetti che si acquisteranno e si otterranno in dono per la Biblioteca. Giusta l'art. 5°, li registrerà nel catalogo, e ai sensi dell'art. 3° li riporrà negli scaffali ed eseguirà la distribuzione delle opere. Art. 8° - Vigilerà perchè niun libro od oggetto venga trafugato, alterato o guasto. Userà quindi molta circospezione nel riceversi i libri che abbia dati in lettura, affinchè se fossero alterati o guasti in qualche parte, chiami la persona manchevole al rifacimento dei danni. Ogni anno compilerà una statistica sul movimento di lettura effettuatosi nella Biblioteca. TITOLO SECONDO Distribuzione dei libri CAPO PRIMO Dei giorni e delle ore, in cui debbonsi distribuire i libri. Art. 9° — Ogni Professore, insegnante o alunna, che desideri un'opera in lettura, ne farà richiesta alla Direttrice, la quale la concederà, ove non sia data ad altri. Le opere però non verranno consegnate alle alunne se non dietro proposta o approvazione dei loro insegnanti, e del Direttore degli studi. Art. 10° - Chi riceve un libro in lettura deve apporre la propria firma in doppio su un registro Madre-figlia: la bolletta figlia, che figura come ricevuta, verrà rilasciata alla parte prendente nell'atto della restituzione dell'opera. Art. 11° - Si concederà la lettura dei libri per ordine di domanda. Nessuno può tenere in lettura nello stesso tempo più opere. Art. 12° - La distribuzione dei libri verrà fatta al Direttore degli studi ad ogni sua richiesta, ai Professori e alle Insegnanti tutte ogni giorno alle 12 meridiane, alle alunne nei giorni di mercoledì e sabato, terminata la Scuola. Art. 13. - Chiunque sciupi i volumi o li smarrisca, sarà obbligato a ricomprare l'opera intera e farla legare. CAPO SECONDO Disposizioni finali. Art. 14° - Il Direttore della Scuola Magistrale, i Professori e le insegnanti tutte hanno facoltà di proporre l'acquisto delle opere, che essi stimano utili e necessarie all'Istituto. L'acquisto si eseguirà secondo il permetteranno i mezzi finanziarii. Art. 15° - In Direzione e in ogni Scuola vi sarà copia del Catalogo, perchè il Direttore degli studi ed ogni Insegnante possano avere notizie dei libri esistenti in Biblioteca. Potenza 31 Dicembre 1879.

La Commissione amministrativa del Pio Istituto delle Gerolomine Comm. LOMONACO FRANCESCO Presidente SPOLIDORO SAVERIO Direttore AVV. CARBONE VINCENZO DOTTORE PIETRAGALLA Rocco FUCITO GIUSEPPE Segretario.

S. Pappadà, E. Franco, F. Severini Promemoria sul funzionamento della Scuola tecnica di Melfi dal 1882 ad oggi (A corredo della pratica per la governatività della Scuola medesima) Melfi , Tip. Editrice G. Grieco 1903

Nel 1882 trasformatasi la vecchia scuola di agronomia e di agrimensura di Melfi , che funzionava con questo titolo fin dal 1866, in Istituto tecnico governativo con le sole sezioni di agrimensura e di agronomia, la locale Cassa di risparmio, che fino a quell'anno aveva sopportato le spese per il mantenimento della scuola di agronomia e di agrimensura e per una scuola preparatoria, volle trasformare questa in scuola tecnica, ordinandola secondo i programmi e gli organici governativi, rendendosi così sempre più benemerita dell'istruzione secondaria tecnica di questa regione ed affrontando spese non lievi per il funzionamento della scuola. Ma le condizioni economiche della Cassa di risparmio dal 1885 in poi andarono di anno in anno ammiserendosi e nel luglio del 1891, non potendo la Cassa ulteriormente sostenere la ingente spesa per il funzionamento della scuola, ed essendo riuscite altresì vane le pratiche per la governatività della scuola medesima, era per decretarne la soppressione. In quel tempo il Preside dell'Istituto tecnico, vedendo nella soppressione della scuola tecnica un enorme ostacolo per la prosperità dell'Istituto, si adoperò in modo da rendere più agevole e più economico il funzionamento della scuola e di accordo con la Giunta di vigilanza e segnatamente con l' illustrissimo signor Presidente, sempre sollecito per il miglioramento delle istituzioni di questa patriottica, per quanta trascurata regione, riordinarono la scuola tecnica, dichiarandola annessa al R. Istituto tecnico ai sensi dell'art. 4 del Regolamento generale degli istituti tecnici, 21 giugno 1885. La Direzione fu affidata al Preside, che prestò l'opera sua senza compenso, e i diversi insegnamenti furono affidati ai professori dell' Istituto, i quali si accontentarono di una modesta retribuzione annua. In tal modo con l'ottobre del 1891 la scuola potè aprirsi con altro indirizzo, con altri professori: unità di direzione con l'Istituto, unità d' indirizzo dovevano assolutamente sortire quei risultati dei quali abbiamo avuto sempre a compiacerci e dei quali hanno avuto a compiacersi altresì gli Ispettori che frequentemente hanno visitato la scuola. Indipendentemente dai risultati didattici e dalle facilitazioni fatte all' amministrazione della Cassa di risparmio per la parte economica, si raggiunse un altro scopo, quello di migliorare le condizioni economiche degli insegnanti dell' Istituto, i quali trovarono a Melfi , e nello stesso edifizio scolastico, un altro emolumento che compensava in parte il disagio della residenza. E di ciò ebbe a compiacersi anche il Superiore Ministero della Pubblica Istruzione. Ma se la Cassa di risparmio fu alleviata di parecchio nelle spese per il mantenimento della scuola (lire 13.000 circa), non migliorarono per questo le condizioni economiche generali dell'amministrazione ed alla fine dell'anno scolastico 1892 la Cassa di risparmio dovè dichiarare alla Giunta di vigilanza e alla Presidenza dell' Istituto che era costretta a sopprimere la scuola essendo l'amministrazione entrata in un periodo di liquidazione. Allora fu il caso di interessare il Comune perchè avesse avocata a sè la scuola tecnica; ed anche in questa ricorrenza la Cassa di risparmio, pur versando in condizioni economiche non floride, diede prova encomiabile di amore alla Istituzione, cedendo al Comune locali e materiale scolastico, ed il Comune potè così avocare a sè la scuola tecnica, sempre annessa all'Istituto, ed alle stesse condizioni del precedente anno. E ciò fu eseguito anche in omaggio alle disposizioni ministeriali che imponevano come condizione sine qua non per la governatività della scuola, l'avocazione al Comune non potendo assumere impegni con la Cassa di risparmio, che non offriva solida garanzia allo Stato. Avocata la scuola al Comune, tutto è stato tentato da parte della Giunta di vigilanza, della Presidenza dell'Istituto e delle Amministrazioni comunali, succedutesi sino ad oggi, per ottenere la governatività della scuola; ma ora per una ragione, ora per un'altra, ora uno studio per il riordinamento delle scuole tecniche, ora una riforma generale dell'istruzione secondaria del Regno, la scuola tecnica di Melfi , pur trovandosi in ottime condizioni sotto tutti gli aspetti, per numero di allievi, per materiale didattico a tante altre scuole superiore, non fu mai dichiarata governativa. Ciò non ostante la scuola tecnica di Melfi ha continuato a meritare la fiducia del Real Governo, essendo stata sempre dichiarata sede di esame con tutti i vantaggi delle scuole governative. Da tre anni il Superiore Ministero ha offerto spontaneamente il pareggiamento alla nostra scuola tecnica, sempre in attesa della dichiarazione ufficiale di scuola governativa. Nel giugno dello scorso anno l'Ill.mo Provveditore agli studi della Provincia ebbe incarico dal Ministero di ispezionare la scuola tecnica di Melfi per dichiararne la governatività. L'esito della ispezione fu sotto ogni rapporto favorevole e ciò è da desumersi non solo dal compiacimento espresso dal prefato funzionario, ma sebbene dalla nota che qui letteralmente si trascrive: PREFETTURA DELLA PROVINCIA DI Potenza Ufficio scolastico Prot. N. 1225 Potenza , 18 luglio 1902 Ill.mo Signor Preside del R. Istituto Tecnico di Melfi Il mio interessamento per cotesta scuola destinata a lusinghiero avvenire e la mia deferenza particolare alla S. V. Chiar.ma della quale ho avuta la somma soddisfazione di riferire, con autorità di superiore mandato, le grandi benemerenze, hanno avuto argomento e base nelle informazioni ufficiali prima e nella cognizione personale di poi, che per una parte dagli atti di codesto ufficio e per l'altra dai rapporti con la S. V. distintissima e cogli egregi signori Professori ho cercato e trovato modo di procurarmi e di garentirmi da oltre due anni. Noverando la S. V. gentilissima fra i funzionarii più competenti e zelanti che io abbia mai conosciuti ed avendo cara al pari di ogni altro Istituto della nostra Provincia la scuola da V. S. con sapiente energia diretta, mi permetto di trarre dalla mia recente ispezione e dalla rispettiva relazione auspicio della prossima soddisfazione dei nostri voti comuni. Deferentissimo! Il R. Provveditore PIROTTA. 'Or bene se il Ministero ha sempre veduto di buon occhio questa scuola, prodigandole tutte le cure sino a dichiararla spontaneamente pareggiata; se il Ministero in seguito alle insistenze delle autorità interessate ha ordinato una ispezione speciale per dichiararla governativa; se la ispezione è riuscita non solo favorevole ma lusinghiera, che cosa si aspetta ancora per emanare il decreto di governatività? E non è tutto: Nel provvidenziale viaggio di S. E. Zanardelli in questa plaga abbandonata la sola promessa formale fatta alla città di Melfi , fu quella della governatività della scuola tecnica ed oramai son decorsi parecchi mesi, siamo alla fine dell'anno scolastico e la regificazione della scuola tecnica è ancora una buona promessa, che mentre un giorno fa aprire il cuore alla speranza, un altro giorno fa cadere nello scoramento trovando ostacoli, ora in un ministero ora in un altro, la governatività. E le difficoltà si riducono, a quanto si assicura, alla parte economica! Ma quali? Difficoltà da parte del Comune non ve ne sono, perchè l'Amministrazione comunale con successive deliberazioni ha già notificato al Governo che assume tutti gli impegni per la governatività della scuola a norma di legge, e propriamente a norma della legge Casati , consistenti nel contributo della metà degli stipendi e delle retribuzioni dovute agli insegnanti ed a tutte le altre spese per il funzionamento ordinario della scuola. Le difficoltà economiche adunque dovrebbero risiedere nel contributo governativo, cioè nell'altra metà degli stipendi e retribuzioni dovuti agli insegnanti. Ora una scuola tecnica come quella che potrebbe sorgere a Melfi , con insegnanti propri, non volendo servirsi di quelli dell' Istituto, potrebbe avere il seguente organico: Un direttore incaricato L. 600 Due professori titolari a 2200 --4400 Tre id. reggenti a 1800 --5400 Tre id. incaricati a 1200 --3600 Un maestro di ginnastica a 500 Totale L. 14500 Di questa somma, la parte spettante allo Stato, giusta la Legge Casati , è di sole lire 7250. Lo Stato intanto per la governatività della scuola fa sue le tasse scolastiche, le quali attualmente sommano a lire 3300 così distinte : Per iscrizione di N. 100 allievi a L. 24 L. 2400 Per ammissione di n. 30 allievi a L. 10 - 300 A riportarsi L. 2700 Riporto L. 2700 Per licenza di N. 25 allievi a L. 20 --500 Per diplomi di n. 20 allievi a L. 5 --100 Totale L. 3300 Per effetto della governatività della scuola è da presumersi, per lo meno, un aumento nel numero degli scolari di un terzo dell'attuale, per conseguenza un terzo di più delle tasse, cioè lire 1100, che aggiunte alla somma di lire 3300 che si riscuotono attualmente formano in totale lire 4400, da cui tolte lire 400 per propine di esame e per esenzione, il Governo potrà fare assegnamento su di un introito netto per tasse di lire 4000. Ed ammontando a lire 7250 il contributo dello Stato per la governatività della scuola, la somma effettiva che lo Stato dovrebbe erogare per la nostra scuola tecnica si riduce a sole lire 3250. Ma la nostra scuola tecnica è già pareggiata, ed il Governo, data la somma degli stipendi secondo l'organico proposto, in lire 14.500, dovrebbe contribuire pel mantenimento della scuola, giusta l'articolo 142 del Regolamento generale per le scuole tecniche, nella misura dei due quinti della spesa effettiva, cioè in lire 5800. Evidentemente con la regificazione della scuola lo Stato verrebbe a spendere meno di quello che dovrebbe spendere col pareggiamento. Ma molto di meno ancora lo Stato spenderà servendosi di alcuni dei professori dell'Istituto, come ha sempre fatto il Comune e come si pratica ancora, ed in tal caso l' organico potrebbe essere il seguente: 1. Direttore incaricato L. 600 2. Per l'insegnamento della lingua italiana ore settimanali n. 17 in ragione di lire 100 per ogni ora 1700 3. Per l'insegnamento della storia, geografia e diritti e doveri ore 13 a lire 100. 1300 4. Per l'insegnamento della matematica L. 1800 5. Per l'insegnamento della lingua francese L. 1800 6. Per l'insegnamento di disegno e calligrafia L. 1 800 L. 5.400 7. Per l'insegnamento di computisteria e scienze naturali L. 1500 8. Per l'insegnamento di ginnastica (comune con l'Istituto) L. 400 Totale L. 10 900 Lo Stato adunque dovendo contribuire per la metà della somma di lire 10.900, spenderebbe lire 5450. Introiterebbe lire 4000 per tasse; spenderebbe effettivamente lire 1450; nè più e nè meno di ciò che lo Stato suole concedere a titolo di sussidio a molte delle scuole tecniche che non sono nè governative nè pareggiate, ma solamente tollerate. Con quest'ultimo organico e con la spesa impostata nel bilancio del Comune che offre margine sufficiente per le successive modificazioni ai ruoli, non sarebbe fuori proposito aggiungere alla scuola tecnica a tipo comune una sezione a tipo agrario, avuto riguardo alle due importantissime sezioni di agrimensura e di agronomia dell'Istituto, quest'ultima in ispecie, oramai al completo, avrebbe un rigoglioso vivaio in una scuola tecnica a tipo agrario. Ed ora domandiamo, quali sono le difficoltà per la governatività della nostra scuola tecnica? Nessuna difficoltà pei locali, nessuna difficoltà per il materiale scolastico e didattico, nessuna difficoltà per il personale dirigente ed insegnante, tutto essendo stato trovato in perfetto ordinamento dall'ispezione dell'illustrissimo R. Provveditore agli Studi; le difficoltà finanziarie dovrebbero ormai sparire dopo le deliberazioni dell'amministrazione comunale e dopo la dimostrazione aritmetica fatta; che cosa ancora si desidera? All' ultima ora giunge notizia che le nostre provincie meridionali non vanno governate dalla legge Casati , ma sibbene da un decreto speciale Imbriani del 1861. A questa ultima obbiezione si risponde molto facilmente con la lettura stessa del decreto Imbriani, decreto che riguarda gli istituti di istruzione secondaria classica, e non quelli di istruzione secondaria tecnica. O perchè ricorrere al decreto Imbriani e non alla legge Casati , in base alla quale si è sempre trattato per la governatività della scuola e che resta e resterà, chi sa fino a quando, il fondamento di tutto il governo della scuola in Italia? La legge Casati , come è detto nelle disposizioni generali relative a tutti i titoli della legge stessa, andò in pieno vigore coll'aprirsi dell'anno scolastico 1860-1861. In quel tempo l'anno scolastico si apriva il 4 novembre, ed il 4 novembre 1860 le provincie meridionali erano già annesse per solenne plebiscito al regno d'Italia. Perchè ora dopo 43 anni dalla incondizionata nostra adesione non deve aver effetto per noi questa legge? Nè vale il ripetere che per effetto della stessa Legge Casati (articoli 279 e 282) una sola scuola tecnica deve sorgere per ogni Provincia, e nel Capoluogo, e che solo quando il Capoluogo della Provincia si rifiuta di contribuire al mantenimento della scuola, può concedersi una scuola governativa in uno dei Comuni più importanti della Provincia medesima, giacchè fino ad oggi le scuole tecniche governative del Regno sono in numero di 188, quasi in ragione di 3 per ognuna delle Provincie del Regno; ciò che dimostra come non solo nei Comuni Capoluogo di Provincia ma anche in moltissimi altri Comuni vi sono scuole tecniche governative. Basterà rivolgere un'occhiata al seguente prospetto per averne una dimostrazione completa. Regione - Provincia - Comune ove ha sede la scuola - Numero delle scuole - Totale per Provincia Piemonte - Alessandria - Alessandria 1, Aqui 1, Tortona 1 - 3 Cuneo Bra Fossano Mondovì Racconigi Saluzzo Savigliano - 7 Savona - Varallo, Vercelli - 2 Torino - Aosta Chieri Chivasso Ivrea Susa , Torino 6 - 11 Liguria Genova - 5 ,

Loano La Spezia Savona, - 8 Porto Maurizio Ventimiglia - 2 Lombardia Bergamo - Bergamo Lovere Treviglio - 3 Brescia - Brescia Chiari - 2 Como - Como Lecco - 2 Cremona - Casalmaggiore Crema Cremona Soresina - 4 Mantova - Mantova - 1 Milano - Lodi Milano 7 Monza - 9 Pavia - Mortara Pavia Stradella Voghera - 4 Sondrio -1 Veneto Belluno -1 Padova - 1 Rovigo - Badia Polesine Lendinara Rovigo - 3 Treviso - Castelfranco Veneto Conegliano Oderzo Treviso - 4 Udine - Cividale Pordenone Udine - 3 Venezia - Chioggia Venezia2 - 3 Verona -Legnago Verona 2 - 3 Vicenza - Lonigo Vicenza - 2 Emilia Bologna - Bologna Imola- 2 Forlì - Forlì Cesena -2 Modena - Modena Finale Emilia Mirandola - 3 Parma - Parma Colorno- 2 Piacenza - Fiorenzuola d’Arda - 1 Ravenna - Bagnacavallo Faenza Lugo Ravenna- 4 Reggio - Reggio 1 Toscana Livorno - Livorno Portoferraio - 2 Lucca - Pescia - 1 Massa e Carrara - Carrara Massa - 2 Pisa - Pisa - 1 Siena - Montepulciano Siena - 2 Marche Ancona - Arcevia Ancona - 2 Ascoli Piceno - Ascoli Piceno - 1 Macerata - Camerino Macerata - 2 Pesaro e Urbino - Pergola Pesaro - 2 Umbria Perugia - Assisi Perugia Rieti Terni- 4 Lazio Roma - Roma 8 Civitavecchia Frosinone Tivoli Velletri Viterbo - 13 Abruzzi e Molise Aquila - L’Aquila Sulmona - 2 Campobasso - Campobasso Agnone - 2 Chieti - Lanciano Vasto - 2 Teramo - Città Sant’Angelo , Penne - 2 Campania Avellino - 0 Benevento - Benevento - 1 Caserta - Caserta, - 1 Napoli - Napoli - 1 Salerno - Nocera Inferiore Sarno - 2 Puglia Bari - Altamura Bari Barletta Ruvo di Puglia Trani - Foggia - Foggia Lucera - 2 Lecce - 1 Basilicata Potenza- 1 Calabria Catanzaro - 0 Cosenza - 1 Reggio Calabria - 0 Sicilia Caltanissetta - Caltanissetta Piazza Armerina Terranova - 3 Catania-Acireale Caltagirone Catania 2 Nicosia - 5 Girgenti- Canicattì Agrigento Licata Sciacca -4 Messina- Castroreale Messina 2 Mistretta Patti -5 Palermo- Cefalù Corleone Palermo Termini Imerese-8 Siracusa-Augusta Modica Noto Ragusa Siracusa -5 Trapani- Alcamo Marsala Trapani -3 Sardegna Cagliari-Cagliari Iglesias -2 Sassari.-1 Da questo prospetto si vede di leggieri che Provincie di estensione molto limitate come quelle di Arezzo, Siena, Massa e Carrara, Porto Maurizio, ecc. hanno più scuole tecniche governative, mentre la Basilicata, una delle più vaste Provincie del Regno, una intera regione, non ha che una sola scuola tec-nica governativa, nel Capoluogo della Provincia! Il Governo, adunque, dovrebbe affrettarsi a proclamare governativa la nostra scuola, essendo la governatività un bisogno assoluto e grandemente sentito dalla istruzione tecnica di questa regione, che, tanto estesa, gioverà ripeterlo, non ha che una sola scuola tecnica governativa, quella di Potenza. Non vogliamo fare paragoni: i paragoni riescono sempre odiosi, ma non possiamo por termine a questa modesta esposizione di dati di fatto senza far presente ancora una volta i diritti che ha la nostra scuola per aspirare alla governatività, diritti pel numero di allievi, per serietà ed importanza di studi, per ordinamento e disciplina, per la presenza di un fiorente Istituto tecnico che senza la scuola tecnica governativa, numerosa come la nostra, mancherebbe del sostrato indispensabile alla sua esistenza ed al suo benessere. Con il lavorío annoso ed incessante fatto in ogni tempo dalle persone e dalle amministrazioni interessate, con i risultati lusinghieri riportati sempre in tutte le ispezioni compiute sulla nostra scuola, con le promesse esplicite e solenni fatte da S. E. il Presidente del Consiglio dei ministri, forti del nostro diritto, invochiamo, a titolo di giustizia, dal Real Governo il sollecito provvedimento della governatività deila nostra scuola, a coronare l'interessamento delle persone preposte al progresso delle istituzioni, a soddisfare i desideri delle numerose famiglie, a far diritto ai giusti reclami di queste popolazioni, non seconde ad altre per devozione, per patriottismo e per sacrifizio alle Istituzioni dello Stato. Melfi , maggio 1903. Avv. S. Pappadà - Sindaco Cav. E. Franco - Preside-Direttore Estensore Avv. Cav. F. Severini - Presidente Giunta di Vigilanza

Relazione riassuntiva dei lavori compiuti dalla Commissione giudicatrice dei concorsi per i posti di maestro elementare vacanti nella provincia di Potenza Potenza, Tipi Garramone e Marchesiello 1914

Agli Illustrissimi sigg. R. Provveditore agli studi, Presidente, ed Onorevoli Componenti il Consiglio scolastico provinciale di Basilicata La sottoscritta commissione giudicatrice del concorso ai posti di maestro elementare vacanti nei comuni della provincia, costituita a norma del Regolamento 6 aprile 1913, ha compiuti i suoi lavori ed adempie al dovere di riferirne. Con manifesto del 26 giugno 1914 veniva bandito un concorso: 1° a 40 posti nelle scuole elementari maschili, dei quali 16 attualmente vacanti, e 24 che presumibilmente si renderanno vacanti durante l'anno scolastico; 2° ad 80 posti nelle scuole miste, di cui 60 già vacanti; 3° a 46 posti nelle scuole femminili, dei quali 26 vacanti all'atto del bando di concorso. I concorrenti sono stati abbastanza numerosi: 1° hanno partecipato al concorso per le scuole maschili 395 maestri (dei quali 12 vennero esclusi per irregolarità dei documenti) e 42 maestre: Totale 437 insegnanti; 2° hanno chiesto di essere ammesse ai concorsi per le scuole femminili 66 maestre: delle quali 7 vennero anche escluse per la ragione anzi detta; 3° hanno concorso per i posti vacanti nelle scuole miste: le stesse 66 maestre di cui al n. 2. Non ci sono state domande di concorrenti che abbiano specificamente chiesto di partecipare al concorso per i posti delle scuole di categ. D, bandito con manifesto che porta anche la data del 26 giugno 1914. Essendo però le domande dei maestri concorrenti concepite in maniera da rendere evidente l'intenzione di partecipare al concorso per tutti i posti nelle scuole di qualsiasi ordine, grado e categoria, e, non potendo, per altro, partecipare le maestre a concorsi per scuole maschili di grado superiore, non si è potuto, per ciò, tener conto delle domande di esse, anche se concepite in forma generica ed estensiva in rapporto al concorso per le scuole superiori. Si è ritenuto quindi doversi considerare ammessi al concorso per le scuole superiori di categoria D soltanto i 383 maestri che hanno partecipato a quello per i 40 posti vacanti nelle scuole maschili di sesta classe, e di ritenere ammesse al concorso per le due scuole facoltative di grado inferiore anche le 42 maestre che hanno dichiarato di partecipare al concorso per tutti i posti. La Commissione iniziò i suoi lavori la mattina dell'8 settembre nominando segretaria la sig.na Sarli Ione e coadiutrice la sig.ra Tordela Dina ; diede poi al componente Disanza Francesco incarico di esaminare tutte le pubblicazioni che eventualmente potessero trovarsi fra i titoli dei concorrenti, e riferirne. Non avendo facoltà di seguire criteri diversi da quelli stabiliti dal Regolamento 6 aprile 1913 nella valutazione dei titoli, la Commissione si è dispensata dal fissarne altri. Il numero davvero insolito di concorrenti avrebbe imposto un lavoro non facile nè spedito per accertare preliminarmente la regolarità degli atti: ma esso è stato ridotto a proporzioni minime dalla vigile, scrupolosa cura avuta dall'Ufficio nell'esaminare la documentazione delle domande, a misura che son pervenute, e nel provvedere alla regolarizzazione nei termini fissati. Con tutto ciò, la Commissione ha dovuto deliberare l'esclusione di 19 concorrenti i quali non hanno curato la documentazione delle loro domande, o la regolarizzazione di documenti esibiti, ma non redatti in conformità delle disposizioni vigenti, nel termine prefisso. Alcuni concorrenti hanno presentato dei certificati dai quali non risultava della loro buona condotta durante un periodo di tempo superiore all'ultimo biennio; c'erano, nella documentazione della moralità, come dagli intervalli, che la Commissione ha ritenuto di non poter trascurare, non essendo escluso che, proprio in questi intermedii spazi di tempo, il concorrente abbia tenuta una condotta che nessuna autorità abbia creduto di certificare buona. Si è proposto al riguardo il quesito riguardante la possibilità di invitare i concorrenti a completare la documentazione manchevole; ma si è dovuto risolverlo negativamente, considerando che l'art. 13, 2° comma, del Regolamento 6 aprile 1913 n. 549 limita tale facoltà, al solo caso che i documenti, comunque irregolari, siano però esibiti nel termine prefisso, e non può estendersi ai casi in cui il documento manchi addirittura, sia pure limitatamente ad una parte del periodo di tempo cui la documentazione deve riferirsi. Una più benevola interpretrazione porterebbe alla conseguenza che il termine prefisso dalla disposizione citata possa essere prorogato a libito di ogni concorrente il quale si limiti a presentare, entro il 31 luglio, la sola domanda senza la prescritta documentazione; e questo è contrario allo spirito ed al dettato della legge. Altro caso degno di rilievo è stato quello della concorrente Corti Maria, la quale ha comunicato di non aver potuto documentare la sua buona condotta per il biennio precedente, perchè, avendo avuta la sua dimora all'estero per 8 anni, non le sarebbe stato possibile, anche per le contingenze dell'attuale momento politico, di procurarsi dalle autorità di New-Jork il certificato necessario. La Commissione ha ritenuto di non poter dispensare la concorrente dall'obbligo di documentare la domanda, tanto più che non può aver peso la giustificazione addotta da lei, per il fatto che, mentre le comunicazioni con New-Jork sono state e sono normali, quel qualsiasi turbamento che abbiano esse potuto eventualmente subire, per effetto delle contingenze politiche, si è determinato posteriormente alla scadenza del termine, non oltre il quale la concorrente avrebbe dovuto documentare la sua buona condotta. Sconfortante per tutte le considerazioni che la Commissione ha fatte, e che l'economia della relazione dispensa dal riprodurre è stata la constatazione di deplorevoli deficienze dimostrate dai candidati fin nella compilazione delle domande, spesso spropositate, quasi mai concepite senza corretta forma di istanza. Non di rado i concorrenti hanno presentato un appello a sentimenti di pietà, invece che una domanda di partecipazione al concorso: quasi che la Commissione ed il Consiglio, cui si ha l'onore di riferire, potessero essere ispirati da considerazioni indipendenti dal merito dei candidati, e lasciarsi sviare ad una malintesa benevolenza, che è poi fonte di arbitrio e fondamento di inique condiscendenze. Questa mancante coscienza del proprio diritto, e del rispetto dovuto al diritto altrui non raccomanda bene chi si prepara ad un'opera che intende proprio alla formazione di un criterio direttivo della condotta morale, che è bensì dignitosa e fiera tutela delle proprie facoltà, ma è sopratutto costante riconoscimento del rapporto di relazione fra il diritto proprio e quello degli altri. Nell'esame dei documenti si è dovuto constatare che le più frequenti irregolarità e manchevolezze ricorrevano nei certificati di moralità. Molti di essi non indicavano il fine per cui si erano richiesti; da altri non risultava il precedente parere della Giunta comunale; ce n'è stato per fino uno (quello del concorrente Abbruscato Gaetano, che ha dato poi luogo alla esclusione di lui), con cui il Sindaco non certificava per scienza propria, o per informazioni assunte; ma sulla attestazione e sotto la responsabilità di due testimoni. La Commissione, naturalmente, ha rilevato che non ad ogni cittadino sia dato di far attestazioni di buona condotta cui possa attribuirsi pubblica fede, ma solo alle Autorità che, nell'atto di certificare, assumano altresì la responsabilità delle proprie dichiarazioni. Nella valutazione del servizio si è stabilito di tenere conto anche di quello prestato da concorrenti, i quali abbiano avuta la direzione autonoma di una scuola, nel periodo di tempo intercedente fra il conseguimento della licenza dalla Scuola Normale, e la definitiva abilitazione all'insegnamento risultante dal rilascio del diploma, ed abbiano esibito un certificato del R. Provveditore, attestante il servizio prestato. La norma è stata adottata dopo lunga discussione essendosi esaminato se possa contestarsi, in virtù del Regolamento 13 ottobre 1904, e del successivo 22 giugno 1913, il diritto ai licenziati, provvenienti da scuola privata, di essere preposti come titolari alla direzione di una scuola, e se perciò, agli effetti del concorso, debba essere soggetto a valutazione il servizio prestato anche durante il periodo di tempo in cui, dirigendo una scuola, siasi compiuto altresì il tirocinio. La legge 12 luglio 1896, con il combinato disposto degli art. 9 ed 11 tolse ogni valore alla disposizione dell'art. 128 del Regolamento 9 ottobre 1895, che esigeva, per l'ammissione ai concorsi, il compimento del tirocinio e l'aver superato l'esame pratico. Solo fissò una diversa norma per i licenziati provenienti da scuola pubblica e per quelli provenienti da scuola privata, statuendo che dovessero rispettivamente, conseguita la licenza, fare uno o due anni di tirocinio in una pubblica scuola. Disposizioni che furono completate dal successivo regolamento 3 dicembre 1896, (Art. 85, 86, 95 e 96) il quale non consente più oltre dubbi di interpretrazione. Successivamente tutta la materia dei concorsi ai posti di maestro elementare fu disciplinata dalla legge 21 ottobre 1903, la quale non chiese ai candidati, per documentare la loro capacità, se non il titolo legale di abilitazione (art. 1), titolo che, non potendo ritenersi riferimento se non alla legge già condita, era evidentemente, nel pensiero del legislatore, quello previsto dalla legge e dal regolamento del 1896, ossia la licenza dalla scuola Normale, salvo la conversione di essa in diploma definitivo dopo il prescritto periodo di tirocinio. E la mens legis fu fatta manifesta dalla interpretazione data dal Regolamento 12 giugno 1904 (art. 126 bis), il quale previde che avessero diritto di prendere parte ai concorsi tutti i licenziati dalla Scuola Normale, senza distinzione, e senza restrizioni non contemplate dalla legge. Dunque il diritto dei concorrenti, che era stato già oggetto di disposizioni legislative, (illustrate con regolamenti), che riguardavano la condizione giuridica delle scuole e degli insegnanti, non era passibile di modificazioni se non a traverso altri provvedimenti legislativi. Viceversa il Regolamento 13 ottobre 1904, che fu emanato in base alla legge del 28 luglio di quel medesimo anno, mentre era stato autorizzato solo per quanto riguardava la materia degli esami, con ampie facoltà di modificare anche disposizioni di origine legislativa, esorbitando, disciplinò materie che già erano state oggetto di disposizioni, le quali non avevano nulla a vedere con gli esami, ma avevano più specifici riferimenti allo stato giuridico delle scuole e degli insegnanti. Ciò premesso si è ritenuto che, non potendo il Regolamento 13 ottobre 1904, perchè evidentemente incostituzionale, privare i licenziati provenienti da scuola privata del diritto di prendere parte ai concorsi, e di essere perciò assunti come titolari, il servizio da costoro prestato, nel periodo comunemente detto di tirocinio, debba essere soggetto a valutazione. Confortano questa tesi due massime (N. 320 e 321) della Commissione consultiva ricavate da decisioni sui discorsi Bencivenni - Comune di Termini del 14 maggio 1910 e Menciacchi - Comune di Zegarolo del 10 maggio 1910. D'altra parte, poi, la Commissione non ha, (meno pochissimi casi), trovati in atti elementi da stabilire che il servizio fosse stato prestato come tirocinio, giacchè dagli esibiti certificati, rilasciati da RR. Provveditori agli Studi, risultava essersi insegnato in scuole pubbliche, senz'altre indicazioni, e solo confrontando le date delle licenze dalla Scuola normale con quelle dei diplomi, si è potuto argomentare che il servizio stesso fosse servito anche di tirocinio. Ha considerato che, ad ogni modo, nella accezione comune, il concetto di tirocinio si identifica con quello di esperimento per addestrarsi nell'arte didattica, sotto la guida, la vigilanza e la direzione di più esperto maestro, e che, quando, sia pure per la necessità pratica di superare deficienze di personale, il tirone sia preposto alla direzione autonoma di una scuola, e, mentre questo noviziato professionale compie, dia prove di aver già così sicuro possesso dell'arte propria, da meritare confortanti qualifiche, sarebbe grave ingiustizia non tenerne conto in un esame comparativo del merito dei concorrenti. Agli stessi criteri, del resto, pare si siano ispirate anche altre Commissioni. I titoli del concorrente Vincenzo Russo di Alfonso, così dalla Commissione che ha l'onore di riferire, come da quella di Aquila (vedasi elenco di quell'Amministrazione scolastica, pagina 8. n. d'ordine 28), sono stati classificati con punti 54,72; mentre se si fosse ritenuto non valutabile il servizio prestato fra il 1911 (data del conseguimento della licenza), e il 1913, (anno in cui fu rilasciato 11 diploma), al concorrente si sarebbero dovuti assegnare soli soli punti 48,22. Non si crede opportuno insistere oltre in siffatta esemplificazione, ritenendosi di dover trovare i motivi delle proprie conclusioni non nella identità di criteri da altri applicati, ma solo nella ragionevolezza delle considerazioni innanzi riassunte, che, è sperabile, vogliano trovare il consenso dell'on. Consiglio. La Commissione ha dovuto poi fare un altro ben più importante rilievo in ordine alle pubblicazioni che alcuni concorrenti hanno presentate a corredo delle loro domande. Meno rare e davvero commendevoli eccezioni, i lavori presentati, lungi dal conferire maggior considerazione, hanno, in taluni casi, data la prova della sproporzione tra il valore che si desumeva dagli altri titoli presentati e quello effettivo dei concorrenti. In genere i lavori stessi non hanno rivelato attitudini ad indagine, sufficiente conoscenza delle discipline speculative, e tollerabile padronanza della forma. La maggior parte rappresentano un deplorevole conato per strappare alla Commissione qualche voto che, nel computo comparativo, avrebbe dovuto dare una immeritata precedenza a chi ha avuto l'audacia di tentarlo, in confronto di chi, non capace, o non disposto a questa nuova, e, pur troppo invadente, forma di frode, ha preferito la corretta determinazione di far valutare i soli titoli che rappresentano il risultato genuino di una preparazione coscienziosa. Si è avuto per fino il caso di un concorrente, - tale Campo Emanuele - , il quale nell'elenco dei suoi titoli aveva fatto cenno di una pubblicazione intitolata: «Come e perchè bisogna imparare a conoscere il fanciullo », la quale non si rinveniva nel relativo fascicolo. Esaminando i titoli degli altri concorrenti, se ne trovava una tra quelli del concorrente Carmelo Moltisanti, che aveva il medesimo titolo di quella che mancava nei fascicolo del Campo. Invitato costui ad esibire la pubblicazione mancante, ed avvertito della presenza in atti di quella del Moltisanti, si è ben guardato dal rispondere, ed il suo silenzio la Commissione ha interpretato come rivelazione del tentativo di frode che, per fortunata contingenza, non aveva avuto compimento. La Commissione, nel giudicare i lavori si è trovata sempre d'accordo col relatore che è stato giustamente severo nel giudizio e nelle proposte. (nota: V. in verbale relazioni scritte su ciascuna pubblicazione). Quasi tutti si affannavano a fissare la differenziazione tra il concetto di istruzione e quello di educazione con mezzi che dimostravano come mancasse negli autori il concetto di educazione, e sopratutto la conoscenza della vita dello spirito, che, nelle pubblicazioni esaminate, non appare concepita in forma diversa da quella che procedeva dalla nozione di ipostasi risultante di facoltà autonome di scolastica memoria. Nessuno ha avuto, sia pure un accenno, alla continuità dello svolgimento psichico, al suo sviluppo, dalla sensazione all'atto volitivo, come espressione del carattere morale, struttura ultima e derivata dagli elementi della vita dello spirito. Tutti hanno riassunte norme metodologiche per fissare spedienti atti a confinare in un canto l'istruzione ed in un altro l'educazione, quasi fossero due cose distinte ed indipendenti, senza mostrare d'aver capito che, con tutti i difetti di metodo, con ogni manchevolezza di indirizzo, istruendo si perviene sempre, anche se non lo si voglia, ad una formazione psichica influente sulla condotta. Qualcuno ha fatto dello snobismo speculativo: ha ghignato infastidito innanzi al carattere scientifico che oggi hanno assunto gli studi pedagogici, senza rilevare che il risultato dell'opera educativa è in ragione diretta della perfezione dei mezzi, e che l'azione educativa, come opera riflessa d'azione e di reazione, può anche talvolta essere effetto di intuito, ma non può mai dirsi illuminata, se non abbia il necessario riferimento a generalizzazioni scientifiche, che superano le contingenze peculiari della pratica individuale, e sono invece il risultato ultimo del rapporto che si stabilisce tra elementi vari, frutto di varie, numerose, diverse esperienze. Qualche concorrente ha tentato lavori di genere letterario; altri ha fatto della critica. Esasperanti questi tentativi che, in una superficiale discorsa riassuntiva, hanno dimostrato, salvo pochissime eccezioni, come i libri che si presentano per questi concorsi, non siano un contributo alle indagini storiche, letterarie, scientifiche, ma solo uno sforzo per una migliore valutazione del proprio merito di concorrente. Perfino dei versi! La mania di farne ha consigliato a qualcuno di raccontare in endecasillabi la storia del Risorgimento Italiano; e il racconto ha ricordato un po' i capitoli dei cantastorie che vanno in giro narrando il miracolo dell'Incoronata o le gesta di Musolino. Bene spesso la forma si è riscontrata tutt'altro che corretta; talora anzi era così spropositata da far pensare che meglio assai si sarebbe fatto non scrivendo; per lo meno non si sarebbe apprestata la prova della propria incapacità non pure ad insegnare, ad essere decentemente inscritto in una buona scuola elementare. Uno dei Commissari, e precisamente quello incaricato di riferire sulle pubblicazioni, ha fatto una proposta tendente a far assegnare ad alcune pubblicazioni, che, più delle altre, erano documenti inconfutabili della incapacità dei concorrenti, un voto negativo che avrebbe dovuto essere tenuto in conto per diminuire la valutazione complessiva degli altri titoli. Egli sosteneva che compito della Commissione non fosse soltanto quello di calcolare, applicando i criteri di valutazione stabiliti dal più volte citato Regolamento del 1913, il valore dei titoli, perchè, in questo caso, essa non avrebbe che la funzione di un qualsiasi congegno calcolatore. Gli pareva viceversa che alla Commissione fosse affidato l'incarico di stabilire, a traverso un esame comparativo, quali, a suo avviso, fossero i concorrenti più degni di essere assunti alla direzione di una scuola. E conchiudeva sostenendo che, quando dall'esame di una pubblicazione possa attingersi il convincimento che sproporzionato sia al valore del concorrente, quello che si desume dal complesso degli altri titoli presentati, la Commissione non faccia opera di giustizia omettendo di tenerne conto nella valutazione complessiva. Quale valore, egli diceva, hanno le attestazioni che qualificano lodevolissimo, magari, il servizio di un insegnante, quando costui abbia apprestata la prova, che, lungi dall'essere ottimo maestro, ignora per fino quegli stessi precetti linguistici che dovrebbe insegnare ai suoi alunni? Che valore può avere l'attestazione di ottima attitudine didattica quando, con pubblicazioni, il concorrente abbia eventualmente non pure dimostrato di non essere ottimo didatta, ma di non avere neanche quella elementare cultura pedagogica che è la sola base di ogni buon indirizzo didattico? La Commissione non ha potuto disconoscere la ragionevolezza dei rilievi innanzi riassunti, e volentieri avrebbe adottate le proposte del Commissario preopinante, se non avesse ritenuto di non avere facoltà di sminuire il valore presuntivo degli altri titoli, che il concorrente abbia presentati con le pubblicazioni, perchè non le è parso di potere implicitamente sindacare le attestazioni di funzionari alle quali, per legge, deve attribuirsi fede e valore. Sarebbe in vero desiderabile che provvedimenti di rigore fossero efficace monito e remora per questa non disinteressata grafomania che, purtroppo, infesta la produzione libraria, ed ha nei concorsi non trascurabile ripercussione; ma il voto potrebbe essere tradotto in atto, solo quando una legge condenda attribuisse facoltà che, presentemente le Commissioni non hanno. Altri rilievi si son fatti e si riassumono per quella che può essere constatazione di inconvenienti cui danno luogo le disposizioni legislative e regolamentari, le quali risentono del contrasto di tendenze che ebbe tanta ripercossione di norme contraddittorie, e bene spesso ordinate tutt'altro che a consentire il raggiungimento di quegli scopi, che pure furono informatori della legge destinata ad una sistematrice riforma dell'istruzione elementare. L'art. 45 della legge 4 giugno 1911 stabiliva che la graduatoria non potesse comprendere un numero di concorrenti che superasse quello dei posti messi a concorso, statuendo altresì che i non compresi nella graduatoria non dovessero essere addirittura classificati. La norma legislativa fu evidentemente determinata dalla considerazione che si era precedentemente disposto dovere il bando di concorso non essere limitato ai posti effettivamente vacanti alla data di esso, ma estedersi a quelli, che, a giudizio del Consiglio Scolastico, potessero presumibilmente renedersi vacanti nell'anno, per il quale la graduatoria conserva la sua efficacia. Ad evitare eventuali dispute che sarebbero potute sorgere nello stabilire gli effetti delle dichiarazioni di idoneità e di eleggibilità in rapporto al diritto dei concorrenti che tale dichiarazione avessero ottenuta, la disposizione fu rigorosamente restrittiva nel senso su esposto. Ben presto però si vide la difficoltà che tale disposizione avrebbe prodotta, ove ci fossero state rinunzie di eleggibili prima della nomina, o prima che essa fosse perfetta con la effettiva assunzione del servizio, e si prospettò la necessità di un elenco suppletivo di idonei. Contemporaneamente si veniva riagitando la vecchia questione dello insegnamento affidato alle maestre, e ragionevole preoccupazione sorse per disciplinare la partecipazione di esse ai concorsi per le scuole maschili, consentita senza limitazione dall'art. 27 del T. U. 21 ottobre 1903 n. 431. Il Regolamento 6 aprile 1913 n. 549 ha tentato di risolvere la controversia e lo ha fatto con una disposizione che può apparire viziata di incostituzionalità. Con gli art. 19 e 31 esso ha disposto che le maestre, le quali prendono parte al concorso per le scuole maschili debbano essere comprese in una speciale graduatoria di cui può tenersi conto solo quando "esaurita la graduatoria dei maestri, altri posti di scuola maschile o rimangono vacanti, o si rendano tali durante il periodo di validità della graduatoria stessa" e limitatamente ai posti in scuole di grado inferiore. Le disposizioni del Regolamento hanno in sostanza distrutto quello che pure era un diritto derivante dalla legge del 1903, perchè ove la previsione delle possibili vacanze fosse esattamente fatta, e tutti i maestri graduati credessero di esercitare i diritti derivanti dalla dichiarazione di eleggibilità, le maestre non avrebbero mai la possibilità di essere elette, ed il concorso per esse si risolverebbe in una poco confortante delusione. Ogni concorso ha per fondamento il principio di eguaglianza per tutti quelli che vi partecipano, senza differenziazione di sesso, sia di fronte ai loro doveri, come in ordine alle facoltà che ne derivano; e proprio non si spiegherebbe questa diminuzione del diritto delle maestre, se non pensando alle necessità di ordine pratico che il Regolamento ha pur dovuto prevedere e superare, anche a costo di ricorrere a disposizioni illegali. È molto facile di regola che maestri vadano anche in Provincie lontane ad esercitare il loro ufficio; mentre viceversa le maestre, specie se nubili, raramente si allontanano dal loro paese, o da quelli che, avendo propinquità con esso, presentano la possibilità di continui contatti con le proprie famiglie; difficilmente, in ogni caso, si allontanano dalla provincia. E, mentre, quando i concorsi si facevano per posti vacanti in ciascun comune, le maestre che trovavano conveniente la sede erano sempre in prevalenza numerica sui maestri, col mutato regime, e con la facoltà di nomina attribuita a consessi che non risentono delle influenze locali, il numero delle concorrenti risulta così inferiore a quelli dei posti messi a concorso da far trovare in parte giustificata la preoccupazione che ha determinati i provvedimenti regolamentari. Viceversa, purtroppo, i concorsi per le scuole maschili hanno dato, in questo primo anno di esperimento, il poco confortante spettacolo di uno straordinariamente pletorico numero di concorrenti in confronto dei posti vacanti. Del diritto di partecipare ove piaccia, anche a tutti i 69 concorsi banditi per tutte le Provincie d'Italia, (il cui esercizio è facilitato dalla tenue spesa dell'elenco e della domanda), si è fin troppo largamente fruito, con grave sacrificio, anche finanziario, da parte delle Amministrazioni Provinciali Scolastiche, e con risultato che non sodisfa nè il legittimo desiderio di tutti quelli che si contendono un pane, ne le esigenze del servizio che ne risulterà notevolmente inceppato. È ovvio rilevare come la contemporanea partecipazione degli stessi concorrenti a tutti i concorsi, determini la selezione sempre fra gli stessi contendenti. Meno poche variazioni, la graduatoria degli eleggibili è costituita quasi sempre dai medesimi vincitori in tutte le Provincie, tal che, non dovendo gli altri essere neppure classificati, mentre ai vincitori è data una troppo larga facoltà di scelta, alle Amministrazioni scolastiche è, se non tolta, di molto ridotta la possibilità di provvedere con nomine definitive. La Commissione ha dovuto constatare che su 384 concorrenti ai posti di scuola maschile, 327 sono nati e residenti in altre provincie, e ne ha letti i nomi, oltre che in quella da essa formata, in quasi tutte le graduatorie di cui altri uffici hanno data comunicazione. Essendo logico presumere che, in caso di nomina, essi preferiranno quelle con cui vengano destinati a scuole della provincia propria o di provincie viciniori, la conseguenza che determinerà la così larga loro partecipazione ai concorsi, sarà quella innanzi accennata: che i pochi vincitori avranno cioè facoltà di scegliere fra i posti di 69 provincie, ed alle amministrazioni scolastiche sarà riservato il compito poco gradito di prendere atto delle loro rinunzie, senza avere, pur con tanti concorrenti, modo di integrare le graduatorie, perchè il divieto di classificazione di un numero di eleggibili, superiore a quello dei posti messi a concorso, non dà neanche la possibilità di una designazione. Per questi motivi la Commissione si è lungamente intrattenuta sulla interpretrazione dell'ultimo comma dell'art. 19 del Regolamento 6 aprile 1913 n. 549, con cui, a suo avviso, si è previsto e provveduto, compatibilmente col divieto di classificazione stabilito dal citato art. 45 della legge 4 giugno 1911, al difetto di idonei. Il detto art. 19 ha disposta la formazione di un elenco supplementare di eleggibili, pari, per numero, a quello dei concorrenti che figurano classificati in altre graduatorie. È sorta disputa se anche per il concorso alle scuole maschili, (essendovi già una graduatoria di maestre, eleggibili subordinatamente), dovesse formarsi altresì l'elenco supplementare di cui innanzi. La Commissione si è convinta che nessuna ragione vi sia per derogare alla norma generica stabilita dall'ultimo comma dell'art. 19, ispirato al concetto di evitare, nei limiti del possibile, deficienze di personale, che non sarebbero deprecate con l'elenco delle maestre eleggibili ai posti di scuola maschile, quando le maestre stesse, comprese in altre graduatorie, e, per avventura nominate, in scuole femminili o miste, accettassero la nomina. Ha ritenuto altresì che questo elenco supplementare debba essere formato con nomi di maestri, applicando analogicamente il criterio regolamentare onde è disciplinata la formazione della graduatoria principale, e che si fonda sul concetto dell'assoluta precedenza dei maestri sulle maestre nei concorsi per le scuole maschili. La pletorica ressa di concorrenti che, lo abbiamo rilevato dinanzi, ha imposto anche sacrifici finanziari all'Amministrazione scolastica, ha altresì reso necessario un lavoro straordinariamente ponderoso da parte del Provveditorato cui non saranno mai tributate lodi sufficienti. La Commissione ha ben visto con quanta vigile, premurosa, illuminata diligenza si sia intensamente curato che le pratiche fossero complete; senza questa preparazione, neppure in un tempo doppio di quello occorso, la Commissione avrebbe potuto compiere il lavoro, i cui risultati si onora di proporre all'approvazione dell'on. Consiglio. Potenza, 10 ottobre 1914. LA COMMISSIONE Argentieri Gaetano - Presidente Moscardelli Francesco Sarli Ione Tordela Dina Disanza Francesco = estensore

Pietro Rosa

Nel primo centenario della nascita di Vittorio Emanuele II Discorso pronunziato agli alunni del R. Liceo Ginnasio "Salvator Rosa" il 14 marzo del 1920 Potenza, Soc. Tip. La Perseveranza 1920

La commemorazione del primo Re d'Italia, l'ha ordinata il Ministero della P. I. e in tutte le scuole del regno, oggi, ai giovani si parla di quel Grande, che diede l'indipendenza e la libertà e l'unità all' Italia, traendola finalmente al suo destino. Festa nazionale dunque, da ora in poi, sarà questo giorno, che oggi è giorno centenario, oggi che l' Italia si dibatte ancora fra mille difficoltà ed è tristamente agitata dalle ripercussioni dell'ultima guerra e che non invano, per il suo bene prossimo e futuro, può volgere uno sguardo al passato e, nella considerazione delle prove sostenute e dei dolori sofferti dagli uomini che per essa lottarono e vinsero, può e deve ancora superare qualche ostacolo, vincere l'ultima ambascia e guardare in alto verso la luce della civiltà e della giustizia. Di questi uomini Vittorio Emanuele II è uno dei primi, ed è uno di quelli che va segnalato alla memoria ed all'affetto degli italiani. Quando nel marzo del '49 fra le difficili condizioni in cui, dopo l'abdicazione di Carlo Alberto, versava il Piemonte, egli assumeva il regno, tenendo fede alla libertà costituzionale e discioglieva la Camera perchè contraria all'armistizio; e quando nel proclama di Moncalieri del 20 novembre, ammoniva i cittadini di eleggere a loro rappresentanti "uomini non interessati che del bene della Patria", egli già si affermava italiano e un italiano degno delle Speranze di Balbo Cesare, di quel libro, giovani, che stampato nel '47, un anno dopo il Primato di Gioberti Vincenzo, già mette alla luce della storia il problema della questione italiana, di cui appena si poteva avere un sentore vago attraverso la tradizione letteraria e il sogno dei poeti e degli scrittori odiatori di tirannide. Riuscì egli a portare l' Italia al suo destino attraverso prove difficilissime, che ad accennare solamente ci vorrebbe un lungo discorso, che non sarebbe qui il caso di tentare, tanti furono i dubbi, tante le incertezze, le speranze che dall' Italia tutta salivano verso il Piemonte e dal Piemonte si spandevano per tutta la penisola, ad ogni gesto, a ogni parola a ogni silenzio dei ministri e del Re del Piemonte all'alba ed al tramonto di ogni giorno. Ma ognuno di voi ricorderà che la via faticosamente s'incominciava ad aprire verso l'alto, verso la meta, con la prima spedizione di Crimea che permise al primo ministro del Piemonte, il Conte Camillo Benso di Cavour , nonostante l'opposizione dell' Austria, di sedere tra i rappresentanti delle potenze d'Europa al congresso di Parigi del 28 febbraio 1856 e ricorderà il convegno di Plombiers del luglio '58, che stabiliva la lega difensiva ed offensiva tra il piccolo stato e la Francia. Dell'entusiasmo e della commozione che, sicura ormai la guerra all' Austria e sicuro l'intervento francese, destò nell'animo di tutti il ritorno di Cavour da Parigi, può essere testimonianza e prova insieme della bontà e semplicità di quello che sarà il futuro Re d' Italia, questo fatto, che tra la folla plaudente e acclamante la sera sotto il palazzo del conte, confuse nella folla, batteva le mani anche Vittorio Emanuele II, e gridava: "Viva Cavour!". A questi due uomini ormai è legata buona parte del titanico lavoro sostenuto per far giungere a riva la sacra prora che era davvero carica di fati fin dal tempo lontanissimo in cui vi era approdata quella leggendaria d'Enea; a questi due uomini ormai vollero i fati d' Italia nostra affidare l'onore, invano auspicato e sognato forse da tanti, di poter trarre l'uno la spada per ricacciare da le belle contrade il barbaro aduggiatore e taglieggiatore, e l'altro di tener l'occhio di bince aperto sui tentativi e sulle mal celate arti delle diplomazie internazionali per frenare, consigliare, dirigere la mano del guerriero generoso, e parlare alto al popolo d' Italia o sottovoce ai duci delle accese democrazie e delle sette per non fare interrompere la marcia trionfale e precipitarla d'un salto nel buio. E venne il '59, e venne il discorso del gennaio con l'accenno al grido di dolore che fe' scattare tutta la camera entusiasticamente plaudente e fe' impallidire il rappresentante del governo di Napoli; e venne il proclama del 29 aprile (l'allocuzione del papa era stata pure del 29 aprile, ma ben dieci anni prima e come trista!) ai popoli del regno e al popolo d' Italia in cui fra l'altro il Re diceva: "Impugnando le armi per difendere il mio trono, la libertà dei miei popoli, l'onore del nome italiano, io combatto pel dritto di tutta la nazione e non ho altra ambizione che quella di essere il primo soldato dell'indipendenza italiana". E il giovane Anteo, come l'aveva chiamato Prati Giovanni in fondo a quella trenodia per la morte di Carlo Alberto, che sembra un embaterio, era veramente volato alla strage "sovra elmi e loriche" e aveva vinto a Palestro il 30 maggio e il giorno dopo a Confienza; e mentre si instaura il governo provvisorio in Toscana, e il moto si diffonde dalle Marche all' Umbria il giovane Anteo il 24 giugno vince a San Martino, e a Solferino gli zuavi francesi lo battezzano loro caporale e gli austriaci son costretti a rinchiudersi nel famoso Quadrilatero. Queste vittorie assicurano all' Italia la Lombardia, e pur dopo la triste convenzione di Villafranca e Zurigo, aprono la via alle annessioni perchè le popolazioni rifiutano ogni idea di federazione dell' Italia centrale, tranne le Marche che erano ancora tenute dai mercenari pontefici. Carducci Giosuè ventiquattrenne, bollente e fremente di spiriti repubblicani, in un carme che riecheggia i versi della tradizione letteraria dantesca, aveva detto fra l'altro, "... in forza altrui condotta questa dolente il suo Cesare chiama" e, rivolgendosi a Vittorio, "A te commette le paterne glebe A te le invendicate ossa di morti, A te i voti, la speme e la fortuna, Ei talami e la cuna Del pargoletto e il maternal desio. Deh, non cresca, per Dio, Sotto i regni di barbaro soldato Chi d' Italica donna Italo è nato. ...la spada prendi di Carlo Alberto e i tuoi padri evocando Batti lo scudo degli Emmanuelli". Ed Emmanuello aveva preso la spada di Carlo Alberto ed aveva lottato da eroe, ma era ancor il soldato dell'indipendenza e non dell'unità. E, "Osate", dirà poco di poi nello stesso anno Mazzini Giuseppe in una lettera eloquente e fremente di aura biblicamente patriottica. Ed egli osò e riuscì a non tradire la causa nè dei repubblicani nè dei liberali, perchè sotto la corazza del soldato c'era veramente l'ardore italico che temperava, raccogliendo le aspirazioni, le tendenze degli uomini che amavano e volevano e sentivano sopratutto l'unità della Patria. Infatti quando anche i Mazziniani accettarono il motto: "Italia e Vittorio Emanuele" e Francesco II respinse, per fortuna, l'alleanza col Piemonte e il popolo di Palermo dal 3 al 4 aprile del '60, gridò: Mora! Mora!, e Garibaldi Giuseppe vinse al Volturno l'esercito borbonico e le truppe piemontesi del Cialdini Enrico vinsero a Castelfidardo l' 8 settembre del '60 il generale papale de Lamoricière Christophe Léon Louis Juchault, Vittorio Emanuele II, caduta anche Ancona, si dirige a Napoli e il 26 ottobre s'incontra con Garibaldi Giuseppe, che con la semplicità d'un gesto che sa di romana grandezza dona "il regno al sopraggiunto re" e ritorna a Caprera. Finalmente con la legge del 18 aprile del '61 Vittorio Emanuele II assume il titolo di Re d' Italia per sè e per i suoi discendenti. E nel discorso tenuto nel primo Parlamento italiano, un mese prima, aveva potuto solennemente affermare che ormai l' Italia "non è più l' Italia dei Romani nè quella del Medio Evo: non deve essere più il campo aperto alle ambizioni straniere, ma deve essere l' Italia degli italiani". E fino al '70 si dà tutto come nel discorso testè ricordato aveva ammonito che si facesse da tutti, si dà tutto al riordinamento amministrativo e giudiziario del regno, e a rinsaldare un po' le finanze e a provvedere alla prosperità del Paese con linee ferroviarie e con opere di pubblica utilità, ma soprattutto s'adopera e tenta di frenare l'impazienza di chi voleva andare subito a Venezia ed a Roma. E per Venezia, che la Prussia avrebbe data all' Italia in compenso dell'aiuto bellico contro l' Austria, ci volevano altri errori di cui la colpa non risale certo al giovane monarca e ci volevan altri, altri dolori. Ahimè, il conte, l' altro uomo del destino, era sceso da un pezzo nel mondo delle ombre, e Venezia, prima di unirsi all' Italia con la consueta forma plebiscitaria, Venezia, la regina dell'Adriatico, doveva essere l'oggetto in mano degli altri, l'oggetto vile del mercato, e doveva costare la disfatta di Custoza e la vergogna di Lissa. Ma il cuore del magnanimo Re non vacillò come il timoniere, in mezzo ad una burrasca pur lasciato quasi solo nel buio della notte, non vacilla avendo la convinzione che la vita di quella nave importa più della propria. Sarebbe la nave approdata alle rive sacre del Tebro? Egli doveva ancora per questo lottare e forse tremare nel cuore suo di cristiano. Ma a Roma si doveva andare. Che sarebbe stata l' Italia senza Roma? Ma a Roma si andrà e all'orgoglioso politico: jamais, d'un ministro francese (impolitico perchè gli eventi non si possono nè prevedere nè scongiurare) Vittorio Emanuele II rispondeva: "Je mustreruma'l so jamais". La questione italiana, o giovani, di cui vi accennai al principio a proposito delle "Speranze" di Balbo Cesare, costituito il regno d' Italia, diventa ormai questione romana. Che cosa era l' Italia senza Roma? Roma, per cui tanti eroi, belli di puerizia, eran caduti, da Pallante, - ricordate? - il primissimo, a cui "Fu tessuto il letto di quei rami Dei tre colori, e furono compagni Mille al fanciullo nel ritorno a casa" a Mameli Goffredo che cade tra un inno e una battaglia "con la pupilla cerula, fisa agli aperti celi", Roma, per cui tanto reo tempo si volse, e le tortuose arti diplomatiche fermentavano un lievito tremendo; Roma per cui Garibaldi Giuseppe vien ferito ad Aspromonte da piombo italiano e viene arrestato a Sinalunga e i fratelli Cairoli rinnovano con i settanta il miracolo dei Fabi e piangono ancora le squille di Mentana e Mazzini Giuseppe, dico, viene arrestato per l'astuzia di Bismark Otto nel porto di Palermo ed è rinchiuso nel forte di Gaeta, Roma, no, non era ancora la capitale dell' Italia degli italiani. Tristi tempi davvero, o giovani, che si illuminano per converso di altrettanta umanità di quanta fu la miseria delle cose. Eppure questi tristi tempi, o giovani, furono superati, o meglio, questi tristi anni; ma se furon superati perchè "l'Itala gente dalle molte vite" aveva serbato nel fondo de la sua multiforme coscienza un'eco della voce di Dante e racchiudeva ancor nell'anima e nella discorde concordia della sua compagine una qualche molecola di romanità che tendeva, come il magnete al polo, alla rocca capitolina; se furon superati, dico, fu per questo è vero e perchè la Germania aveva schiacciata la Francia, ch'era stata fin a quel tempo vano puntello del Vaticano, ma fu anche perchè, bisogna gridarlo altamente, Vittorio Emanuele II fu Galantuomo - secondo il battesimo di un suo ministro, e fu l'italiano più vero, e più completo che, nato a Torino la Julia, l'Augusta, tendeva a la madre de l'Augusta, a Roma, l'eterna. Non fu il veltro che addentò la lupa, come e nel senso che a scopi faziosi si suole ancora ripetere, ma fu l'eroe gentile, l'eroe italico che già avendo scritta di propria mano, ma inutilmente, al Papa una lettera cristiana, dopo la Breccia di Porta Pia, entra finalmente in Roma e può dire come l'antico: "Qui vi resteremo ottimamente!". Un ministro italiano veramente aveva detto: "Se non ci andremo noi ci andranno i repubblicani". E la "Repubblica - aveva ammonito un altro grande, ho detto Crispi Francesco, - la repubblica ci divide e la monarchia ci unisce". Ci entrò dunque l'eroe d' Italia, gentile ed italico proprio come l'Emmanuello di cui le madri piemontesi, nei loro canti avevano predetta la venuta per la liberazione e per l'unità della Patria. Così si legge nell'Inno a Torino di Giovanni Pascoli: "Un re verrà (fermo è nel fato e fisso) dalla sventura. Caccerà camosci per l'Alpi sue. Sempre nel cuore il fischio avrà dei venti, sempre avrà gli scrosci delle valanghe e l'anelante abisso. Il re vedrà, tra nubi grige e meste, un segno bianco e snuderà la spada. Il re porrà tutto se stesso al rischio, per liberare tutta la contrada, alzando al cielo il suo sogno celeste. Il re trarrà dalle grandi Alpi al piano di nuovo il Toro; dal suo doppio fiume, lungo la terra della stella, al mare; a riveder la prima Italia al lume del pino acceso dal suo gran vulcano. Questi, quel Donno, il Regolo fatale: Gl'Itali udrà gridare di dolore. Gl'Itali lo vedranno cavalcare con l'asta lunga. O Roma, egli, vittore, dell'elmeo ferreo t'armerà, che ha l'ala. Così le madri predicean nel santo orror dei boschi, ed ora al sacro fonte sotterrati dell'Eridano. E pur bassa fosse la voce, trascorrea dal monte Vesulo sino al mare Adriano il canto". A preferenza di tanti ritratti fisici e morali de Re, consacrati nelle biografie e negli scritti dei contemporanei, mi giova più riferire quello di Manzoni Alessandro : "Io vedo nel carattere del Re l'intervento della provvidenza: egli è proprio il sovrano che le circostanze richiedevano e che era necessario per compiere la risurrezione d' Italia. Ha la rettitudine, il coraggio, l'onestà incorruttibile; disinteressato per sè di gloria e di fortuna, non le desidera che per la grandezza della patria; è costante con semplicità, senza curarsi di parer grande; non dà pascolo all'ammirazione di coloro che cercano nei principi e negli eroi azioni teatrali e parole pompose; e naturale perchè vero, il che fa dire ai suoi nemici che manchi di maestà reale. Per fondare l'unità d' Italia egli ha messo a repentaglio il suo nome e la sua vita". Tale il Re, tale il Padre della Patria fino al 9 gennaio del '78, che fu giorno di lutto per l' Italia, ma di gloria per Lui, che da allora in poi riposa nel Pantheon, il tempio degli dei protettori della Patria: ma l'effigie, quella del fulgore bellico che ha l'elmo di Scipio luccicante nel sole di Roma ed il cavallo delle grandi giornate per la conquista dell'unità, è scolpito nel bronzo, sul monumento che la terza Italia gli ha consacrato, in alto, in alto, presso il Campidoglio nel cinquantenario della sua unità nazionale. Or se l' Italia recente, o giovani, fu capace di elevare il più gran monumento che la storia ricordi al primo suo re e volle sotto la vigilia de le grandi statue simboliche che guardano Roma da tutte le parti, come le cime dei suoi sette colli e sotto la protezione dell'immagine del Padre della Patria, volle custodito il museo del Risorgimento italiano, se fu capace di levare il vessillo tricolore su Trento e su Trieste sino ai limiti del dantesco Quarnaro, sarà ben capace, quest'è l'augurio che mi giova ripetere oggi, nel vostro cospetto, o giovani, ricorrendo il primo centenario del nostro gran re, sarà capace, dico, di vincere con la concordia interna di tutti i partiti e di tutte le volontà, questa bufera, effimera sì, ma perturbatrice di quella pace che è necessaria per l'avvento dei novelli destini e della novella storia.

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