Il professore di matematica
Giovanni Capasso, il maggiore scrittore di favole che abbia avuto l’Italia moderna, e che è tutto ancora da scoprire, è nato a Picerno, in provincia di Potenza, il 21 aprile del 1873, ed è morto a Salerno, per un’infezione alla prostata, il 23 ottobre del 1946. Sembra che abbia portato dalle desolate contrade della Basilicata che lo aveva visto nascere, il suo oscuro destino di umiltà e di saggezza.
Non solo questo, evidentemente; e nemmeno tutto per colpa d’uomini o per effetto di circostanze avverse. In realtà Giovanni Capasso non volle uscire dall’inedito per un suo ideale di modestia e di prudenza, al quale preferì rimanere fedele in tutta la sua vita. c’è una favola, la prima, del suo primo volumetto del 1925, «Paralipomeni di Fedro,», l’unico che pur avendo stampato a sue spese all’insegna dell’Ateneo G. Galilei di Salerno, ammise alla vendita, che è importante per l’indicazione che dà del suo orientamento di vita. Parafrasando la sorte dell’intellettuale nel mondo, fa dire dalla pecora all’agnello come l’unica speranza di salvezza nel bosco sia l’essere ignorati. Proprio quello che Giovanni Capasso ricercò con delicata, ma costante fermezza, nel corso della sua vita.
Illustrarla in qualche suo aspetto è forse necessario per meglio intendere la sua arte sottile che trova nell’ideale di saggezza dell’A. il motivo più forte della sua ispirazione. Egli era un modesto professore di matematica e fisica, cioè della scienza meno comunicativa tra gli uomini, nel Liceo privato Luigi Settembrini di Salerno. Solitario e poco socievole, secondo ci informa gentilmente il prof. Andrea Sinno, direttore della Biblioteca Provinciale di quella città, aveva tuttavia pochi amici affezionati. Non aveva voluto mai sposare. Non ebbe cariche pubbliche. Capitati a Salerno nel 1950, quattro anni dopo la sua morte, trovammo qualcuno che lo ricordava ancora per la fama che aveva acquistato di uomo dotto e riservato. Apprendemmo che viveva solo e che una donnetta del popolo, sua vicina di casa, gli faceva i servizi. Appassionato raccoglitore di libri, fece poi dono di essi alla Biblioteca Provinciale di Salerno. Morì a 73 anni, dopo avere lungamente sofferto.
A 52 anni diede alle stampe la sua prima opera di creazione, quei «Paralipomeni di Fedro», che nell’uso stesso del verso, non più ripetuto nelle opere successive tutte in prosa, rivela ancora l’immaturità della sua esperienza artistica. Il mondo morale è già chiaramente delineato, ma i risultati artistici delle 32 composizioni sono notevolmente disuguali. Contemporaneamente fece stampare la traduzione in versi delle favole di Esopo; quelle di Fedro erano state pure tradotte in versi e stampate due anni prima: e dopo ebbero altre edizioni, probabilmente per il successo incontrato tra gli scolari. Precedentemente Giovanni Capasso si era interessato intorno all’antica Scuola Salernitana con due studi di erudizione, anch’essi dati alle stampe.
Dopo i «Paralipomeni di Fedro», vennero le sue più importanti opere di creazione: gli «Spunti esopiani» del 1931, i «Nuovi spunti esopiani» del 1936, e gli «Ultimi spunti esopiani» del 1939, tutti stampati in pochi esemplari fuori commercio presso le Edizioni dell’Ateneo G. Galilei, di Salerno: complessivamente oltre 305 favole. Ignoriamo se abbia scritto altro negli ultimi sette anni di vita, ma è poco probabile: l’A., nell’ultima sua favola, spiega le ragioni del suo silenzio futuro: la Noia, arbitra suprema di tutto. Era stata lei con la sua molestia a dettargli le sue fantasie, per svago: egli aveva poi continuato per suo intrinseco piacere, ed era di nuovo lei che ora gli spezzava la penna in mano.
Opera dunque verosimilmente composta, in base alla data di stampa dei volumetti, negli anni della tarda maturità e della vecchiezza dell’A. per questo non si può parlare di evoluzione nel suo stile, costante nelle sue caratteristiche di intellettuale freddezza. Solo verso la fine sembra che una leggera sfumatura di maggiore malinconia gli prenda la mano.
Imperversava allora la dittatura fascista. Quale mezzo migliore della favola per esprimere liberamente il proprio pensiero? Più il mondo impazziva, più G. Capasso diventava saggio: fino a quel grado supremo, di saggezza che consiste nella rinunzia stessa dell’opera di fantasia, e non per impotenza. A che pro, se la vita aveva raggiunto un perfetto equilibrio, nel dominio di se stesso e del mondo?
Certamente a lui non avrà fatto molta impressione l’inaspettata lode del Pancrazi sul «Corriere della Sera». Il successivo Italo Svevo, giunto tardivamente alla fama in quegli anni, non lo avrà tentato, se di pochi anni posteriore è quella rinunzia suprema all’arte di creazione, di cui è parola nell’ultima favola che abbiamo ricordata.
Ma diversamente da quello che è accaduto allo Svevo, l’arte sottile e complessa di G. Capasso, quale venne riconosciuta dal Pancrazi, non destò alcun interesse palese. Nessun altro parlò più di lui: ed omaggi privati debbono considerarsi tanto i due volumetti di poesie in dialetto milanese di Giorgio Bolza, con illustrazioni di Gino Finetti in uno di essi, del 1940 e 1942, quanto il volumetto in versi italiani di Fernanda Mandina Lanzalone, del 1941, tutti ispirati dalle favole di Capasso.
Né per il fatto che egli era poco abituato all’interessamento degli altri, c’è da credere che una dimostrazione qualunque di simpatia potesse farlo uscire dal suo consueto tratto di superiore distacco. Quando gli scrissi per ringraziarlo dei volumetti che mi aveva inviato in dono dietro mia richiesta, e spontaneamente gli promisi una recensione per il tempo in cui fossero stati pubblicati da un grande editore, la sua garbata risposta non tradì né l’ironia che pur sarebbe stata lecita per quella mia uscita maldestra, né l’orgoglio di chi doveva pur conoscere il suo valore.
In seguito, espresso incautamente il mio parere di leggera delusione per l’ultima sua opera, restai turbato delle franche parole di ringraziamento che ricevetti. La sua umiltà andava al di là delle mie intenzioni: e io poi negli anni successivi riconoscevo che quel libretto non era forse inferiore ai precedenti che maggiormente avevo lodato.
Seppi pure di lui che un distacco incipiente di retina gli minacciava la vista. Egli, in una sua cartolina (scriveva sempre su cartoline postali) si scusava di non potermi guidare coi suoi consigli nei lavori che allora stavo componendo, per via di quel male: e ciò era detto con quella sua serena freddezza depurata dalle passioni, che io ben gli conoscevo dalle favole.
Così come poco io sapevo della sua vita, altrettanto poco ne sapeva il Pancrazi. Probabilmente il Capasso lo avrà ringraziato del suo interessamento con quella garbato noncuranza che aveva adoperato con me, allontanandomi dal proposito di rendermi sollecitamente utili in qualche modo. Quando lo feci, nel 1951 mi pare, con due articoli usciti uno sul «Mondo», e l’altro su «L’Aironi», rivista della provincia calabrese, nei quali parlavo solo per inciso del Capasso, egli era morto da alcuni anni. La malinconia del suo destino mi ispirò allora quelle parole; ed è essa che mi fa ancora parlare.
In realtà Giovanni Capasso fu un uomo avveduto, un osservatore profondo delle leggi naturali, un cuore sensibile. Lo ricaviamo, a parte le illazioni biografiche, dalla conoscenza delle sue opere modeste. Il suo acume non viene mai meno, sia che si tratti di giudizi ispirati dalle vicende politiche (si noti «Il Ragno e le Farfalle») o di questioni letterarie («Senso riposto») o di educazione dei bambini («La scuola della lumaca») ecc. Si delinea piano piano la figura di un saggio antico, coraggioso nella valutazione e nella condotta della vita, ma senza pose gladiatorie, indulgente con tutti, pur senza debolezze né per sé né per gli altri. La sua prudenza è pari alla sua bontà, la coscienza del proprio valore è uguale alla modestia più schietta. Vede le cose del mondo da uomo che si aspetta il peggio, ma senza amarezza, con cuore spartano. Certo la sua figura cresce nella nostra considerazione man mano che si procede nella lettura ed è come il segreto commento che valorizza le singole favole. Immagine di saggio, quella del Capasso, non ricercata dall’arte letteraria che tende obiettivamente ad altro, nella sua ricerca di rappresentazione del mondo, ma ottenuta senza proposito dalla suggestione della realtà umana sottintesa nelle sue composizioni.
Il Capasso viveva prima le sue favole, e non solo con la fantasia, e poi le scriveva con ingenuo trasporto. Quella era la sua vita, della quale era pago; e se anche a noi essa ci è sembrata, nella sua oscurità costante, degna di compianto, ciò non sarà dipeso che dal comune errore di prospettiva dei moderni che non possono concepire la vita diversamente di una corsa al successo.
Giovanni Capasso vinceva, non se i fogli del tempo lo avessero portato alle stelle, ma se la sua condotta fosse stata coerente ai lumi dati dalla mente. Non esagerazione, ma discrezione: piccolo ideale, forse, ma quanto difficile!
Ed entro tale raggio modesto, egli vide i cieli vuoti, da quando la critica della mente li aveva penetrati. Disperarsi per questo? Oh no, ma fare fronte coraggiosamente al destino! Da una parte stanno i malvagi, isolato nella sua difesa sta l’uomo buono! Una battaglia è ingaggiata che durerà in eterno. La realtà non può mutare. Forme diverse potrà avere il malvagio, ma non sarà per questo meno malvagio. E che cosa ci aspetta in fondo alla vita? La morte, di cui non ci accorgiamo lavorando, la morte di cui ottima mezzana è la disperazione perché sia accettata; ma che forse è meno temibile di quello che appaia, una volta che le si sia caduti dentro la fossa che ci ha preparato, se è vero che ci libera dal tormento della difesa. Tutto nel mondo è illusione, l’amore soprattutto, e il saggio, per contrasto delle vane apparenze, ha ben motivo di ridere. Illusione è perfino la cultura, quando si è arrivati all’estremo grado di essa. Non resta che la Noia suprema reggitrice della vita superiore, quel sentimento che anticipa il sapore della morte del nostro cuore, quel sentimento che ci rende maturi per il più perfetto distacco. Si può allora morire.
Tale il mondo morale dell’A. ricostruito per sommi capi e che indubbiamente ha innumerevoli altri aspetti per la frammentarietà in cui esso si presenta nella costruzione perfetta delle favole, come accade, di solito, ai moralisti. I risultati poetici sono notevoli. Non si può parlare più ormai di invenzioni assolute, tutto essendo stato detto fin dal tempo di Esopo. Quella meravigliosa evidenza, trovata dal vecchio scrittore che si perde quasi nel mito della esperienza popolare, non è più consentita ai moderni. Le osservazioni fondamentali sono state fatte, non restano che le variazioni su di esse. E Giovanni Capasso è straordinariamente ricco di trovate e di spunti. Fa parlare non solo gli animali e l’uomo, ma le piante, gli oggetti inanimati perfino, con effetti di singolare rilievo. Tutto in uno stile pacato, soffuso di ironici sottintesi, divertente, sonante spesso di arguzie, fermo nel rifiuto dei sentimenti e delle immaginose divagazioni. Capasso parla poco, e bene. Non ci sono vezzi dialettali in lui o parole meno che compite, senza pedanterie professionali. Tanto meno compiacenze barocche di dubbio gusto o faticose ricerche di poetiche atmosfere.