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Comisso, Giovanni

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Attraverso la Lucania: G. Comisso

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    Viaggio in Magna Grecia

    Attraverso la Lucania

    Metaponto, maggio

    Persistere a lungo, a Capo di Sorrento tra gli olivi, gli aranceti e gli alberi in fiore dava l’impazienza. Un’impazienza generata da troppa energia ridiffusa nel corpo e dalla convinzione che se non si riesciva a staccarsi quanto prima da quel mirabile luogo, si sarebbe finiti col rimanervi attaccati per sempre. Convenne quindi ritrovare la volontà di partire.

    Mi balenava un desiderio vago dell’estremo sud dell’Italia. Secondo la solita storia appresa nelle scuole nulla era prima di Roma in Italia; per un programma partigiano prestabilito fin dagli storici latini, degli Etruschi e delle colonie greche italiote quasi tutto doveva essere passato sotto silenzio per non rivelare che sulla nostra terra erano esistite prima di quella di Roma certe civiltà che in molti punti non furono superate dalla latina. Roma ebbe idee semplici e diritte, pratiche e violentemente feconde, necessarie ad un predominio vasto su popoli molteplici, l’Etruria invece e la Magna Grecia ferme solo a se stesse non pensavano che in profondità e in altezza. Per Roma il suo scopo erano gli uomini, per l’Etruria e la Magna Grecia, l’uomo. Il desiderio di vedere la spiaggia da Taranto a Crotone mi si formava sempre più concreto, quando mi si offerse l’occasione di conoscere un artista (un artista di caffè concerto) di qualità generico che aveva avuto la malaugurata idea di andare a Napoli cercando di poter cantare nei teatri. Era come un portare vasi a Samo. Aveva passato le sue giornate cercando ora di un impresario, ora d’un altro, tutti larghi di promesse, ma al momento di concludere non si facevano trovare. Tanto per farsi sentire aveva accettato di prodursi gratuitamente e come conforto gli avevano dato un cartoccio di cioccolatini. Aveva uno sguardo audacissimo da dominatore di folle e dimostrava che non si sarebbe mai perduto di coraggio. Il suo nome d’arte era Smeraldo, e aveva deciso di partire per Taranto, dove sperava poter dar prova di quelle sue qualità artistiche che Napoli sdegnava di ricostruirgli. Un tale compagno di viaggio mi lusingava potesse togliermi la noia dei lunghi percorsi ferroviari. E partimmo. In treno mi prese un grande sonno. Al risveglio intravvidi pendii coperti d’olivi e di frutteti in fiore e su, sulle cime degli alti colli, bianchi paesi e più su ancora le vette delle montagne coperte di neve: eravamo nel centro della Lucania.

    Smeraldo stava in amabile conversazione con due donne, una anziana e l’altra giovanissima, e stetti in ascolto: «Come dite, voi, vino?», chiedeva Smeraldo, e la donna giovanissima pronunciava una parola incomprensibile sibilante ed aspirata. Continuarono per un pezzo intorno a varie parole senza che il mio compagno ne ritraesse grande profitto. Non sapevo spiegarmi quale lingua quelle donne parlassero e mi alzai per chiederlo. Erano albanesi di San Cosimo di Calabria, un paese interamente abitato da albanesi. Ritornavano da Napoli dove erano state ospiti di parenti, entrambe avevano grandi occhi chiari e sereni, e nel parlare in italiano usavano una calma grandissima sul tono d’una cantilena lenta e dolce. Smeraldo chiese loro se a San Cosimo v’era teatro o cinematografo. Non v’era né l’uno, né l’altro: «Noi non siamo abituati, i nostri parenti di Napoli ci vollero portare una sera al cinematografo, ma ci siamo addormentate: noi non siamo abituati». «Ma che vita fate a San Cosimo?» insistette. «A San Cosimo si lavora tanto, si mangia poco, si dorme poco e si fanno tanti figlioli» disse l’anziana, e noi ci si diede a ridere tanto da stupirle nella loro serenità.

    Smeraldo fremeva di sbalordire quelle povere donne: «Ma voi non sapete cosa sia la vita moderna? Non sapete come vivono le donne nelle grandi città? Ora vi dirò io cosa bisogna fare: la donna per essere veramente moderna deve tingersi le labbra, le guance, tagliarsi le sopracciglia e poi dipingersele sottili e ad arco col lapis. Sapete almeno cosa è la cipria? Non avete mai visto le donne con le unghie smaltate di rosso?». «Noi non siamo abituate e non sappiamo niente di questo» ripeteva la anziana, mentre la giovane, rossa nelle sue labbra e nelle sue guance per opera della natura, ascoltava tenendo fissi gli occhi come all’apparizione di cosa incredibile. Smeraldo ritornava ad insistere, da ultimo l’anziana troncò le sue parole additando la valigia di lui: «Ma tutte queste cose le tenete nella vostra valigia? Se voi avete l’intenzione di vendercele è inutile, perché noi non siamo abituate, e perdete il vostro tempo». Ancora ritornammo a ridere: la donna lo aveva scambiato per un venditore di cipria e di belletto. Ci chiesero il permesso di mangiare un boccone e tratto fuori da una sacca un grosso pane e formaggio profumatissimo, dop o avercene fatto l’offerta d’uso, si misero a mangiare e le lasciammo in pace.

    Il treno intanto attraversava un vasto altipiano con montagne lontane bianche di neve e pastori che indossavano una casacca di pelle di pecora. Di tanto in tanto ci si fermava a piccole stazioni di paesi situati sull’alto dei colli, come Picerno, stupendo, tutto occupante verso una valle, poi Potenza, poi Trivigno con le sue nere case sulla cima d’un pendio tutto cosparso di rosee frondi di pesco. Questa era la forte Lucania, che in lotta fin dall’approdo dei greci finì col sopraffarli. Qui nasce la tenace gente lucana che dalla sua stessa terra avara trae la sua virtù di lotta e di resistenza. Di qui vengono quei soldati piccoli e bruni, dalle gambe arcuate che si vedono la domenica nelle nostre città settentrionali orgogliosi dei loro guanti bianchi fare tutta la loro festa guardando le vetrine dei negozi, e il rancio della caserma è un pasto lussuoso e amano il comandante del reggimento come fosse il loro vescovo e il loro capitano come il loro padre. La loro virtù è la stessa come duemila anni fa. E per i loro avi precipitarsi nelle primavere sacre alle conquiste guerriere verso il mare Ionio e distruggere le opulente e fortunate città della Magna Grecia era come un vendicarsi d’un’ingiustizia. Da questa terra dove ogni passo è da sempre o in salita o in discesa vengono quei soldati per i quali camminare sulle nostre strade piane è come un andare in automobile e nei tempi di guerra sulle Alpi, la trincea era come un ritornare accanto alle loro pecore sulle cime dei loro monti, coperti dalla casacca di pelle, immutabile riparo tanto al vento del giorno, come a quello della notte. Nulla domandano; pura, vergine, fortissima razza, nata da queste montagne, ferma per l’eternità, che crede nella durezza della sua vita, implacabilmente, come in una religione da crociate.

    Già eravamo nella valle del Basento, verde di grano. Proposi a Smeraldo di scendere a Metaponto, gli spiegai che era stata una grande e famosa città, là si sarebbe pernottato. Avevamo qualche ora per visitare la città antica e al mattino si sarebbe proseguito per Taranto. Alle mie parole: - grande e famosa – egli fu attratto sicuro di poter combinare qualcosa come canzonettista generico e accettò con entusiasmo.

    Giovanni Comisso

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