date

1883

author

Lenormant, François

title

Metaponto: F. Lenormant

summary

bibliography

  • F. Lenormant, À travers l'Apulie et la Lucanie. Notes de voyages, Burdin et C., Paris, 1883.

teibody

METAPONTO

Da Potenza alle rovine di Metaponto vi sono 107 chilometri; è un tragitto che si compie in tre ore col treno espresso, giacché le ferrovie italiane si accontentano di una mediocre velocità. Nello scendere si segue ininterrottamente la valle del Basento, l’antico Casuentus, la cui inclinazione media è di 12 millimetri per metro. Grazie alla differenza di altitudine fra i due poli del percorso, il mutamento climatico, dalla partenza all’arrivo, è fra i più sensibili che io abbia avvertito nello stesso spazio di tempo. Era partito da Potenza alle sei, in una mattina di fine settembre, dove la temperatura, in una ragione così elevata, era già delle più pungenti; due giorni prima c’era stata una leggera spruzzata di neve sui Monti della Maddalena, e al sorgere del sole una tramontana gelida annunciava l’arrivo dell’autunno avanzato. Via via che, allontanandosi dal punto di partenza si scendeva più in basso nella valle, si sentiva l’aria riscaldarsi; a partire da un certo punto sembrava che ogni chilometro percorso ci facesse penetrare gradualmente in un’altra atmosfera. Giungendo a Metaponto alle nove del mattino trovai un calore soffocante che la brezza marina non mitigava, e tale che abitualmente si avverte soltanto nelle giornate di canicola. Impossibile provare transizione più brusca. In tre ore ero passato dall’autunno dei paesi del nord all’estate di quelli del sud.

Il fiume, di cui non si abbandona neanche per un istante le rive durante questo percorso, è nelle stesse condizioni di tutti quelli che dalle montagne della Basilicata si riversano nel golfo di Taranto. Possiede una notevole portata d’acqua, che ricorda quella degli affluenti del nostro paese; e se le piogge invernali lo gonfiano oltre misura, le calure estive non lo prosciugano mai come i corsi d’acqua della Puglia e della Calabria. In tempo normale il suo corso è calmo e profondamente incassato nell’alveo che s’è scavato un po’ alla volta, in mezzo a terreni soprattutto friabili. In tali condizioni niente sarebbe più facile, se non vi fosse gran penuria di braccia, se la ragione fosse sufficientemente popolata per fornire i lavoratori necessari al compito, che arginarlo e regolarizzarne il regime in maniera da resistere alla coltivazione tutto il fondo della valle, che sarebbe meravigliosamente fertile.

Ma allo stato attuale è consentito a malapena immaginare simili lavori per un futuro ancora molto lontano. In che modo accingersi a una tale spesa senza collegarla a tutta un’opera di bonifica, che sola la renderebbe remunerativa? Quando arriva l’inverno il Basento, abbandonato a se stesso, esce all’alveo e dilaga liberamente nella valle, dove le sue devastazioni impediscono qualsiasi serio sfruttamento agricolo. A seconda d’una inondazione più o meno forte, esso erode il suolo, vi sparge sabbie e ciottoli, si scava, al posto del vecchio letto abbandonato, uno nuovo. Lo stesso avviene nella maggior parte delle valli delle province meridionali. Dopo i lunghi secoli di barbarie, che queste province hanno attraversato, secoli di cui gli ultimi tre sono stati i più duri, e ciascuno ha aggravato la situazione, l’Italia risorta ha lì, come in Maremma, una parte considerevole del suo territorio da riconquistare alla natura e da restituire all’incivilimento. A ragione è stato affermato che è questa la vera Italia irredenta, quella che tutti i patrioti sensibili devono aver presente nel loro pensiero. Prima di cercare di estendere di nuovo le sue frontiere, la nazione italiana ha da fare altre conquiste non meno gloriose e non meno proficue, conquiste che non costeranno né lagrime né sangue. È dal deserto e dalla malaria che deve liberare il suolo, rimasto schiavo, su una troppo grande superficie, dei flagelli che lo rendono inabitabile. Se comprende bene il suo ruolo e il suo interesse, essa ha ancora da ingaggiare patrie battaglie, ma su di un altro terreno e stavolta contro le forze ostili della natura. E poiché le piacciono le reminiscenze classiche, non dimentichi che l’opera rimasta da compiere, sotto la guida dei suoi ingegneri, sembrava alla poesia antica così grande e bella, da ritenerla degna d’un semidio e da farne una delle Fatiche d’Ercole.

È difficile, allo stato attuale immaginare aspetto più desolato della valle del Basento. È un deserto. Tranne Campomaggiore, villaggio da 5 a 600 anime costruito nell’ultimo secolo a circa un terzo del percorso, non s’incontra un solo centro abitato. Solo alcuni borghi, tutti molto squallidi, si offrono allo sguardo, e a grande distanza gli uni dagli altri, sulle prime creste delle montagne, dove pare abbiano scelto per sito le posizioni più inaccessibili. Parecchi chilometri li separano dalle stazioni da cui sono serviti e che sono come perdute nella solitudine. Ci si può recare solo a cavallo; le strade carrozzabili, che li porranno in comunicazione con la ferrovia, sono in costruzione, ma non terminate. Altre località, servite da scali ferroviari dalle quali sono stati denominati, non si vedono nemmeno, oppure appaiono solo all’estremo orizzonte. Per raggiungerle è necessario un vero viaggio. È il caso di Tricarico e di Pisticci. Tricarico è una cittadina di poco più di 5000 abitanti, che ha conservato i suoi bastioni medioevali e si trova situata a metà strada fra il Basento e il Bradano, al punto in cui i loro corsi prendono la direzione parallela che manterranno fino al mare.

[…]

Fino ai dintorni di Ferrandina e soprattutto fino a Campomaggiore, tutta la parte superiore della vallata è di un pittoresco unico, d’un tono selvaggio e grandioso. Non è che appena una gola stretta fiancheggiata da alte montagne, da pareti scoscese e tormentate, da pendii ripidi coperti di boschi, dove grandi querce spuntano in mezzo a caotici blocchi di rocce. Vi è là tutta una successione di paesaggi, simili a quelli prediletti da Salvator Rosa. La situazione di Brindisi di Montagna e quella di Trivigno sono in particolare perfettamente adatte a un pittore. Sotto Ferdinando la desolazione è sempre la stessa, ma l’aspetto di gran lunga meno pittoresco. La valle si slarga senza offrire ombra allo sguardo né vegetazione; le cime di ogni lato, mentre si allontanano l’una dall’altra, si abbassano gradatamente a mano a mano che ci si appressa al mare.

Non sono che colline arrotondate, dai pendii biancastri e calcinati, non allietate da alcun albero e che, il più delle volte, mostrano solo ghiaioni di terra nuda, capricciosamente erosi dalle piogge invernali.

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