BONIFICHE E MALARIA
«Per desiderio concorde dell’on.
Fortunato e del prof. Celli, intrapresi nel maggio del 1901 lo studio della malaria in
Atella, località, a giudizio del
Fortunato, tipicamente malarica; e i risultati riassunsi in una prima memoria, apparsa negli Atti della Società per gli studi su la malaria (vol. III, 1902)». Così il dottor Martirano, assistente dell’Università romana, il quale, tornato in
Atella l’anno dopo, ne pubblicava una seconda (vol. IV,
1903), che esauriva l’argomento, dando il felice annunzio della costituzione, in quel piccolo comune, per opera del benemerito sindaco
M. Saraceno, d’un primo apposito gabinetto per l’analisi microscopica del sangue de’ malarici e, conseguentemente, d’un acconcio ufficio profilattico, affidato alle cure del giovane dott.
Nicola Tecce, medico di condotta, di cui sono a stampa una nota, estratta da suddetti Atti (vol. VII,
1906), e la relazione presentata al professor Gosio, direttore nel ‘907 della campagna governativa antimalarica in
Basilicata e
Calabria (Potenza, tip. Ed. Garramone, 1907). Un ufficio presso a poco consimile, il secondo nella regione del
Vulture, venne poco dopo istituito a
Montemilone, un paese anch’esso notoriamente malarico, e dato in consegna a un promettente medico del luogo, il dott.
Luigi Rosselli. Ma è destino che, tra noi, tutto debba essere fuoco di paglia! Come no, se andati altrove
Tecce e il
Luigi Rosselli, e immaturamente mancato a’ vivi il
Saraceno, fu miracolo che, particolarmente in
Atella, a singolare onor suo, si fosse almeno continuato nella doverosa distribuzione del chinino di Stato, pur negli ultimi angustiosi anni della guerra? (Durante i quali, sia detto incidentalmente, bene sparve in sul nascere, non lasciando di sé altro che la tabella a un angolo di via d’uno de’ più popolosi comuni della regione, quel primo ed unico laboratorio oftalmico pe’ tracomatosi, che avutosi, Dio sa dopo quante insistenze presso la direzione generale di Sanità, sarebbe bisognato gelosamente custodire, e bisognerà certo riottenere e moltiplicare, se vorremo, come dovremmo, garantire dalla incombente diffusione della cecità le povere nostre popolazioni di campagna! Il tracoma, come la malaria, è flagello particolare dell’
Italia meridionale).
Del resto, se a mezzo si arrestò in
Atella la profilassi chinina, letteralmente a nulla approdarono le speranze riposte nella bonifica della sua fiumana, da cui universalmente, nel
1898, si faceva tuttavia dipendere la malaria, - allorché, presidente del Consiglio l’on.
Pelloux, il ministro de’ lavori pubblici
Lacava, concorde il ministro dell’agricoltura
Salandra, si onorava presentare alla camera un disegno di legge, col quale, in coro, tutti confidavano toccar la riva, «per modificazioni ed aggiunte alle leggi su le bonificazioni delle paludi e de’ terreni paludosi»: - disegno di legge, da alcuni brani della cui discussione generale, avvenuta nelle tornate del 6 e 7 luglio, ha fatto capo, per l’appunto, lo scritto che precede la presente nota. L’art. 2 diceva:
«il Governo del Re, entro due anni dalla promulgazione della legge, procederà nella classificazione ed agli studi delle opere di bonificazione, contenute nello allegato A – trenta, in tutto – la cui spesa, perché di prima categoria, veniva assegnata per sei decimi allo Stato, per rimanente a metà tra enti locali e proprietari interessati. Or, in questo elenco, cinque di quelle opere figuravano – per la prima volta in una legge dello Stato – appartenenti alla Basilicata, nell’ordine e la numerazione che segue: «n.1, terreni paludosi della zona litoranea da Metaponto a Nova Siri lungo il Jonio; n.9, laghetti di Calciano e Garaguso; n.10, terreni di Grottole e San Mauro; n.11, territorio di Atella; n.12, Lago Pesole»
.
Approvato dalla Camera il 12 luglio, di lì a due giorni in disegno passava al Senato, ma, per l’avvenuta chiusura della sessione, decadde. Ripresentato al Senato il 18 novembre, e ottenutone, l’8 giugno dell’anno dopo, il suffragio, tornava alla Camera con lievi modificazioni (Documento N. 208 A), atte a definir meglio gl’impegni da assumere, e, dietro relazione della Commissione, composta dagli onorevoli
Romanin-Jacur, presidente,
Talamo,
Torraca,
Pullè,
Vischi e
Giusso, relatore Documento N. 208 B), messo a’ voti il 15, diveniva legge il
18 giugno 1899 sotto il n. 236.
Dell’opera, pel «territorio di
Atella», è presto detto. Nel marzo del
1903, recatisi nella piccola cittadina durazzesca il comm. Fornari, ispettore generale del Ministero de’ lavori pubblici, e l’on. Prof. Celli, tutt’e due della Commissione centrale per le bonifiche, in compagnia degl’ingegneri governativi De Sivo, Iuliucci e Galli, si stabilì d’iniziar subito i lavori di sistemazione della sottostante fiumana, lungo il tratto della foce dell’
Arvivo a quella della
Vonghia; e nel giugno successivo l’impresa Di Masi, cui i lavori restarono appaltati per lire 595.530,26, vi mise, di fatti, mano. Ma proseguiti lentissimamente, non terminarono se non nel
1911, assai prima che di essi rimanesse visibile alcuna traccia, - tanto fu patente l’inutile spreco di denaro. Il quale, poiché all’impresa costruttrice, che, naturalmente, finì per pretendere e ottenere un compenso di lire 31.696,02, ammontò, tutto conchiuso, alla bella cifra di lire 640.067,27. Quanto avrebbe giovato meglio spendere quel danaro in opere di pubblica nettezza urbana, dentro e tutto intorno l’abitato! Ad ogni modo non è dubbio, che anche per le così dette bonifiche, quali che esse fossero, e quel che realmente fruttassero, da parte della deputazione politica non mancò certo il buon volere: pe’ soli lavori lungo la riva ionica, la spesa effettiva, a tutto il
1919, importò lire 2.300.000 per lavori, lire 381.000 per espropriazioni, lire 200.000 circa per vertenze liquidate. Né il buon volere mancò in sussidio di un’opera, senza fallo di più sicura efficacia: quella degli acquedotti, - poi che grande è il bisogno di acqua potabile nel maggior numero de’ comuni meridionali. Oltre le singole disposizioni della legge speciale per la
Basilicata, giova ricordare quel tanto che alla provincia pur venne dalla legge su l’acquedotto pugliese, - una delle maggiori imprese d’ingegneria, ideate ed eseguite nel mondo moderno. Spetta alla cara memoria di
Matteo Renato Imbrianiil merito di avere, per il primo, richiamato l’attenzione del Parlamento sul progetto di massima, fin lì ritenuto meramente fantastico, dell’ingegner veneto Zampari, per la conduttura delle abbondanti sorgive del Sele, oltre l’
Appennino, nell’arso tavoliere di Puglia; ma è pur vero che durevole e provvido segno del passaggio del Governo, o, come fu detto, effettivo trapasso dalla ubbia alla realtà, fu quello di Giuseppe Pavoncelli alla direzione de’ lavori pubblici nel ministero
Di Rudinì, durato dal
14 dicembre 1897 al
Iº giugno ’98: poiché egli per il primo compilò e presentò alla Camera il 14 aprile un disegno di legge, autorizzante la spesa di lire 120,000 «per gli studi e la compilazione d’un progetto tecnico atto a fornir di acqua potabile la Puglia», - il quale, votato dal Parlamento di lì a tre mesi, divenne legge il
14 luglio 1898 n. 304 a firma dell’on.
Lacava, poco prima andato a capo del dicastero nel successivo ministero
Pelloux. Quel disegno fu prodromo delle memorabili due leggi «per la costituzione e l’esercizio dell’acquedotto pugliese»: la prima del
26 giugno 1902 n. 245, ministro de’ lavori pubblici l’on.
Balenzano, nel ministero
Zanardelli; la seconda dell’
8 luglio 1904 n.381, ministro l’on.
Tedesco, nel ministero
Giolitti.
Tra una e l’altra, per buona fortuna della regione del
Vulture, era intanto occorsa una rettifica di molta importanza nell’andamento primieramente progettato lungo il tratto dell’alta valle dell’
Ofanto a
Rocchetta Santa Venere: - non per le più mobili pendici occidentali di
Monticchio, bensì per la china appenninica da
Conza della Campania ad
Atella e, di là, per le estreme diramazioni orientali del
Mefese. – Si offriva così, a un tratto, la buona insperata occasione di profittare della gigantesca opera in vantaggio di alcuni comuni basilicatesi, prossimi all’Acquedotto;
e la occasione non fu lasciata sfuggire: l’art. 5 della seconda legge stabilì, che il comune di Calitri in provincia di Avellino, e «quelli di
Ripacandida,
Venosa,
Lavello,
Montemilone,
Palazzo e
Matera in provincia di
Potenza», pareggiati a’ comuni pugliesi ne’ diritti e negli obblighi provenienti dalla prima legge, potessero, volendo, chiedere e ottenere speciali diramazioni ad esclusivo lor uso.
Eppure, anche in così propizia congiuntura, quale noncuranza da parte degl’interessati! Interrogata
Ripacandida, nell’agosto
1913, se intendesse valersi della facoltà ottenuta, rispose, che quantunque provvista di acqua potabile – derivante da
Barile – in esecuzione della legge speciale della
Basilicata, dubitando non esserne abbastanza dotato, non volervi già rinunziare, ma vedere se non le convenisse servirsene per aggiunta: proposito andato a monte, appena sparve quel singolare uomo, che fu il sindaco
F. Virgilio, di onorata e rimpianta memoria. -->
Accadde peggio degli altri. Nessuna premura è stata ancor fatta, così da
Montemilone come da
Palazzo, per la sollecita compilazione de’ relativi progetti, a norma dell’articolo 14 del regolamento; e, in quanto a
Lavello, ubicata poco lungi dalla grande derivazione per la Capitanata mediante il ponte-viadotto su l’
Ofanto presso l’Alvano, non ancora ha pensato compilare fin la domanda al ministero per la redazione del progetto occorrente alla pratica. Presentemente, soltanto
Venosa gode, almeno in parte, del beneficio dell’acquedotto pugliese, avendo già tre fontanine allo ingresso del paese, e in via di costruzione la rete di distribuzione interna.
Ma se
Atella» e
Rionero, pur vicinissime alle maggiori opere di dislocazione della grande conduttura nel suo passaggio dal monte alla pianura, non potettero, a causa della topografia, giovarsene, bene provvide loro l’on.
Nitti, nominato ministro dell’agricoltura l’anno
1911 nel ministero
Giolitti, ordinando gli studi per la sistemazione e lo allacciamento delle sorgive appenniniche di
Pierno, le sole in grado di dissetare i due sottostanti comuni: antico suggerimento, creduto poco meno che un sogno, dello scrittore di queste pagine.
E gli studi, insieme con i primi lavori che durarono due anni, erano già presso che terminati, e pronta la ordinazione de’ tubi di ghisa, quando, scoppiata la guerra, fu forza soprassedere e lungamente, pazientemente aspettare sin dopo la sospensione delle ostilità
. Il progetto esecutivo, comprendente gli appositi serbatoi per gli abitanti di
Atella» e
Rionero, trasmesso il
28 luglio 1919 al Ministero de’ lavori pubblici, e presto rimandato a
Potenza debitamente approvato, rimase aggiudicato alla ditta Di Lonardo col ribasso del 6.65 per cento su l’importo di lire 208 mila.
Così
Rionero può finalmente e credere e sperare di avere ben risoluto il problema stesso della sua esistenza: rinato dalle ceneri medievali nella prima metà del
secolo XVII per virtù delle proprie copiose sue acque, ormai correva il rischio di dovere nuovamente finire, e questa volta per la loro inquinazione a causa del soprastante esteso suo caseggiato. Tanti anni fa parve a chi scrive di avere giustamente consigliato i conterranei di appigliarsi a un facile e, a un tempo, sicuro provvedimento, il quale essi, invece, scambiarono per un parto di accesa fantasia: quello, cioè, di portare in paese le sorgenti di San Pietro presso
Barile, - le medesime, di cui non molto dopo, e con tanto più coraggio e spesa, seppe approfittare
Ripacandida; essi, i conterranei, che poco innanzi pur non avevano esitato a imbarcarsi nella più costosa e incerta delle liti contro il pubblico Demanio, per una infondata pretesa di lor quota-parte di
Monticchio, - bene privato della Corona e, quindi, insuscettivo di diritto agli usi civici, secondo la sentenza della Cassazione di Napoli del
Iº giugno 1881!
E qui, prima di concludere, sia lecito avvertire che, ben più dell’acquedotto di
Pierno, che importerà una spesa – preventivata – di 850.000 lire, il ministro
Nitti, iniziando col disegno di legge, presentato alla Camera il
5 marzo 1912, «per la costruzione di serbatoi e laghi artificiali», quella politica delle acque, cui tutti aspiriamo, si rese benemerito, nonché della provincia, del
Mezzogiorno, per l’ardimentoso tentativo di quel primo de’ laghi appenninici, i quali, se tutti non riusciranno, contrariamente a ciò che spera il senatore
De Lorenzo, «di linfa vitale a’ campi assetati», saranno tutti certamente «largitori di elettrica forza» a’ poveri comuni circostanti.
Ché se immani sono state – e perdurano – le difficoltà tecniche da superare, e grave il dispendio sostenuto fin qui per il lago ormai noto col nome di
Muro Lucano, tanto maggiore dev’essere la riconoscenza, nonché della
Basilicata, di tutte le province meridionali: niente di più doloroso sarebbe dovere un giorno convenire, che il calcare dell’
Appennino di più che mezza la penisola sia del tutto disadatto a trattenere, in serbatoi o bacini artificiali, le acque correnti e montane (D. DE MASCELLIS,
Il lago artificiale di Muro Lucano
, in «Rivista d’ingegneria sanitaria e di edilizia moderna», an. XI, nn. 6 e 7, Torino,
1915;
L’impianto idro-elettrico di Muro Lucano
, in «Rivista tecnica del collegio degl’ingegneri», an. V, nn. 5 e 6, Milano,
1916. – Cfr.
G DE LORENZO e H. SIMOTOMAI TANAKADATE,
Studio del lago di Muro Lucano
, Napoli, R. Ist. D’incoraggiamento,
1916).
Prima di lasciare, nel
giugno 1920, la direzione del Governo, l’on.
Nitti accoglieva la dimanda de’ comuni del basso
Mefese, interessati nell’azienda dell’Acquedotto pugliese, per il condono delle proprie quote di contributo alla costruzione delle speciali loro diramazioni, e consentiva nella provvida idea, - messa in atto di lì a un anno, - della istituzione d’un gran vivaio di viti americane su l’alto del versante orientale del
Vulture. Intorno al quale, nel Giornale di
Basilicata, di
Potenza, del
18 giugno 1921 si leggeva la seguente corrispondenza, data da Napoli il 13:
«Ieri l’altro è stato qui stipulato dal prof. Briganti, della R. Scuola Superiore di Agricoltura in Portici, - dopo il compromesso da lui firmato nello scorso febbraio con i signori Viggiani e Bellotti per conto della signora vedova Conforti, - l’atto di acquisto della villa Granata presso Rionero, dove sarà sollecitamente impiantato un vivaio di viti americane per tutta la regione volturina, minacciata, nella ricca ed unica sua produzione vinaria, dalla fillossera.
Il vivaio sarà in grado di ricostruire, ogni anno, non meno di duecento ettari di vigna. L’inizio della pratica d’una così utile istituzione, - la cui notizia tornerà tanto più gradita quanto meno attesa, - risale al gennaio dello scorso anno; e spetta allo illustre prof. Sansone, nostro comprovinciale, direttore dell’Opera de’ Combattenti in Roma, sia la idea sia il compimento della buona opera»
.
Dell’Istituto «
Giustino Fortunato», - come piacque chiamarlo, - al termine del quarto suo anno di vita, è parola dello stesso prof. Briganti nel primo fascicolo della rivista
La Basilicata nel mondo, di Napoli,
1925.
Lettera dell’on. Nitti al sen. Giustino Fortunato; Napoli, 15 aprile 1919; «Caro amico, non vi ho risposto per la questione dell’acquedotto Atella-Rionero, perché volevo qualche rassicurazione concreta da parte del Ministero de’ Lavori pubblici. Oggi il Sottosegretario di Stato de Vito, con una lettera assai precisa, mi assicura che si è sollecitato l’ufficio idraulico del Genio civile di Potenza ad affrettare l’aggiornamento del relativo progetto, per poterne disporre il più preso possibile l’appalto. Io seguirò la cosa con ogni premura, e sarò lietissimo se riusciremo a risolvere l’annosa questione. Nitti»
. [15 luglio 1925. – Occorsero, al contrario, altri sei anni, perché se ne venisse a capo. Di fatti, non prima di quattro mesi or sono, l’11 febbraio, il «Bollettino del Ministero de’ lavori pubblici» annunziava che la impresa Ciranna, di Potenza, aveva assunto a licitazione privata, e col ribasso del 22,31%, la esecuzione de’ lavori pel trasporto e il collocamento in opera di tutte le tubazioni in ghisa della conduttura maestra (km. 11105), dal pozzetto di riunione delle sorgenti a’ serbatoi di Atella e Rionero: totale della spesa, L. 2,300.000; portata totale, litri 9,525 al minuto. Il Ministero, con telegramma del 25 maggio, autorizzava l’ufficio del Genio Civile di Potenza a procedere alla consegna de’ lavori al Ciranna. E non più che cinque giorni addietro, il 10 luglio, giungeva all’on. Giustino Fortunato il seguente telegramma del sindaco di Rionero: «Mi è grato comunicarvi che stamane l’ufficio del Genio Civile di Potenza ha consegnato all’impresario i lavori di completamento del nostro acquedotto.
FILIPPO ANASTASIA
].