Un decreto dittatoriale del 12 settembre 1860
, che sopprimendo il Reale Ordine Costantiniano, ne aggiudicava i beni allo Stato, venne a rimettere il pubblico Demanio in possesso di due vaste tenute, già infeudate all’antica badia di Sant’Angelo in Vulture: Monticchiodi Atella, in Basilicata, Acquatetta di Spinazzola, in Terra di Bari; l’uno di cinquemila cinquecento ettari, quasi affatto boschivi, l’altra di duemila ottocento, a campi seminabili ed a pascoli.
Monticchio, un gran bosco – fino a pochi anni addietro – tra’ primi delle nostre province, cresciuto di cento in cento anni a selvatica foresta, comprendeva tutto l’angolo di coincidenza dell’Ofanto col Triepi, o, come dice nella classica sua opera il
De Lorenzo
, «tutto il quadrante del cono del Vulture volto a sud-ovest, là dove il monte si allarga e scoscende in un’ampia caldaia o circo, in cui giacciono i laghi, a’ quali fanno seguito estesi tratti di terre pianeggianti, chiusi in fondo, lungo il corso de’ fiumi, da una linea di colline ombrose e isolate ». A mezzogiorno il vallone dell’Ufita, che sbocca nel Triepi tra le foci del Vonghia e del Bradano della riva opposta; a occidente quello de’ Grigi, che si apre nell’Ofanto poco prima del ponte di Pietra dell’Olio, a rincontro della rupe in cima a cui una volta sorgeva il casale di Pietra Palomba, e donde, ma assai più in su, risalgono fino alle vette del monte, questo il circuito che il vallone del Fico, il quale confluisce dove appunto i fiumi si congiungono, divide in due parti presso a poco uguali, di cui l’una spetta alla giurisdizione del comune di Atella, l’altra a quella di Rionero. Sopra ognuno di que’ due versanti ebbe vita, nel medio evo, un paese: Sant’Andrea di Statigliano
, sul primo, Monticchio de’ Normanni, sul secondo: soggetti, e l’uno e l’altro, alla badia di sant’Ippolito, che levavasi maestosa tra’ laghi gemelli, addormentati nella doppia coppa del cratere. Ruderi, che bastino a disegnarne la topografia, non mancano.
Sant’Andrea, spartito in frazioni, poggiava alto a mano manca del Vallone degli Ederosi, stendendosi su di una linea dirimpetto alle nude coste di Ruvo: una chiesa di Santa Maria alla estremità sinistra, l’ala di una torre a destra, la peschiera – o fonte che sia – nel mezzo; e d’ogni intorno, tra sorbi e noci e meli selvatici, molte grotte, molte cantine, poi che i campi di San Martino, a occidente, e del Cupero, a oriente, abbondavano di viti: un oratorio solitario, detto oggi la «cappella del Priore», segnava di là dall’Ufita, verso Valle di Vitalba, il cammino della valle; oltre le «boccaglie di sopra», la viottola di Rionero.
Un casale, insomma, non un castrum come Monticchio
, assai più grande, assai più ricco di fabbricati, esposti pur essi a mezzodì, ma racchiusi in anfiteatro a’ piedi di una bicocca, che dirizza ancora verso il cielo parte delle mura, serbando intatta la cisterna: castrum, ossia terra munita, che i piani de’ Quercioni alimentavano di rigogliose messi, e il «Varco della Creta», traverso l’emissario de’ laghi, riuniva con gli orti irrigui di San Lorenzo de’ Paduli e, oltre i Grigi, con le colonie di Foggiano, - mentre, giù al guado dell’Ofanto, un primo e un secondo ponte medievali, de’ quali avanzano i pilastri, servivano a collegarlo, per la china boscosa di Sassano, col borgo di Carbonara. Comune a’ vassalli de’ due feudi, il mulino dell’Iscone (quello di Pietra dell’Olio apparteneva al signore di Lacedonia); comune, unico passaggio da luogo a luogo, il sentiero della cella badiale di Santa Maria di Luco, tramezzo a una breve conca di alberi fruttiferi, rasente la splendida «costa degli elci». In tal guisa, ognuna e tutte insieme le morte ruine riattirano il pensiero alla grande badia, anch’essa morta, abbattuta come di un colpo, gettata a terra quasi da forza improvvisa e violenta: sembra, a vederla, che il destino abbia un giorno pronunciato il suo male, il male che era in lei, il male che altri le volle; e la sentenza, pur troppo, non andò perduta. La mole de’ rottami, che fitte macchie di spini ricoprono, si allunga assai triste, assai monotona su per l’angusta lingua di terra, che i due laghi separa, al disotto della cupola luminosa del cielo, che solo il volo degli uccelli di preda, lento e maestoso, traversa a intervalli: a destra la informe massa, già presso che rasa al suolo, del cenobio; a sinistra la mozza torre quadra del campanile e, aperta al sereno, la chiesa ad una sola navata, poi che il tempio a tre spartimenti e a doppia abside (come dalla pianta della cerchia esteriore) non fu mai compiuto. Triste, non muta, - se nella pace, se nella contemplazione dello specchio delle acque sempre immobili, colorate o del verde de’ faggi o dell’azzurro del firmamento, una voce pare sussurri al viandante: «soffermati; queste mura che nessuno più abita, hanno pure tante cose da dire»
. Tante cose!... Quali, fuor che dolori e vergogne d’una misera età oscura, più degradata che barbara? Niente di più falso d’ogni romantica sentimentalità intorno al monachismo medievale di queste nostre province; niente di più funesto, a noi e alla patria, de’ feudi ecclesiastici, specialmente se di monaci eremitani: ove essi crebbero, ove allignarono, regnò in ultimo la solitudine. Così a Monticchio, così dappertutto e presso e lontano dal Vulture, in tutti que’ rifugi silenziosi, che parrebbero fatti a posta per gli asceti, pe’ sognatori, per tutti coloro che invocano l’oblio del mondo. Bastaron pochi secoli alla badia di Sant’Angelo per fare di Monticchio il deserto, lasciandovi, unico abitatore, l’animale proprio della regione, il maiale a lunga setola, forse accoppiamento del cignale, già abbondantissima selvaggina de’ boschi lucani (OR., Sat., II, 2 e 8); e durante un mezzo millennio circa, l’allevamento de’ suini fu per Monticchio, come già all’epoca dell’Impero per tutta la Lucania
, la sola industria indigena nella economia rurale della contrada…questa, a occhio nudo, la realità delle cose. Fortunatamente, il tempo non è invano trascorso, e l’alba di un nuovo giorno, se gl’indizii non fallano, promette: irradiare di nuova luce quell’angolo della terra.
Il passato rivive appena nella pia memoria delle due festività annuali dell’Arcangelo intra nubes, quando i contadini da ogni parte intorno, che seguitano a credere quel che credevano i padri e a fare ciò che essi facevano, riascendono in devoto pellegrinaggio la grotta miracolosa del Vulture, alla quale, dacché i frati cappuccini la eressero accanto al convento, non occorre più salire – ginocchioni – per l’antica «scala santa» incavata nel monte; la riascendono a piccole brigate, paese per paese, venendo di lontano in file serrate con un vecchio a capo che porta il crocifisso e fa da guida, salmodiando, come un coro di trapassati, le sacre preci, con voci tenere che escono da cuori angustiati e contriti: essi, i poveri servi della gleba, e forse tra essi i nipoti de’ tardi profughi di Monticchio, cui tocca chiedere a Dio perdono delle offese e misericordia delle umane ingiustizie!
I decreti luogotenenziali 19 ottobre 1860, 6 e 25 luglio 1861.
«Praecipua memoris pars Quercus cerro est consita, et in locis elatioribus Fagus sylvatica, cui Acer pseudo-platanus et Populus australis sociantur; in inferioribus Carpinus ostria, Tilia europaea et Fraxinus ornus. In nemore superficie lacuum demissiore, Fagus sylvatica non invenitur; et Quercui cerro, Quercus appennina, Q. Pubescens, Q. austriaca, Ulmus capestris junguntur, quae inde usque ad imos campos, qui ad Aufidum ducunt, propagantur»
. – TERRACCIANO, Florae Vulturis synopsis, Neapoli, ex typis C. Nobile, 1869, p. 4.
È detto de Statigliano
nella bolla originale di papa Alessandro III del 1175, de Octaviano
in quella di papa Callisto II del 1120, che ci è nota solo dalla stampa fattane dal MABILLON, come vedremo, su copia altrui, non autentica.
Non è conosciuto altrimenti, Monticchio, se non sotto l’ambiguo nome di «casal Cornuto», derivato, secondo il
RACIOPPI
(vol. II, p. 80) da una parola medievale, charnus. Cernellus o charnellus, della bassa latinità, erano i merli della torre; e carnelé, francese, signfica «orlato di merli». Or questi diminutivi suppongono un positivo, che non può essere se non cernus o charnus, da cui sarebbe venuta la qualifica di charnutum a qualsiasi castello munito di fortificazioni merlate, passata per assimilazioni, nel linguaggio italico, in «cornuto».
Sono, tutt’e due, nel breve tratto di sponda di man sinistra del vallone del Ceraso, immediatamente sotto il poggio del castello, fra le due presenti stazioni ferroviarie di Monticchio e di Aquilonia: l’uno trasversale, con i resti di un pilastro nel mezzo del fiume; diritto l’altro, ma più angusto. L’Ofanto è ivi largo da’ venticinque a’ trenta metri, e la corrente assai rapida. È probabile sien rovinati non tanto a causa delle piene del fiume quanto per le frane delle coste laterali.
Tutta intera la pianta del cenobio e della chiesa misura, come dalle fondazioni a fior di terra, una superficie di circa novemila metri quadrati.
«La carne di maiale pesta, salata e insaccata in grosse budella, rappresentò uno de’ maggiori capi del commercio d’esportazione, tutt’altro che largo, de’ lucani, che ne portarono a Roma e il gusto e il nome: lucanicam dicunt, scrive VARRONE, quod milites a lucani didicerunt. All’epoca di Costanzo e di Teodorico, poiché le imposte erano pagate in natura, i bruzii mandavano i loro buoi al fisco, i lucani provianda di lardo e di carne salata; e la rettorica di CASSIODORO diceva esser gloriosum, per gli uni e per gli altri, Romam pascere…»
RACIOPPI
, op. c., vol. I, cap. XXI.
E. CICCOTTI
, Un esperimento di colonizzazione nell’ Italia Meridionale
(in «Socialismo», riv. quind., an. I, p. 35).