Degl’inizii del cristianesimo, giù pe i dintorni del Vulture, non sussistono memorie: la novella religione, è noto, discese dal Lazio alle nostre province, non essendo veri i viaggi degli apostoli Pietro e Paolo, da Brindisi e da Reggio verso Roma, per le terre di Lucania; e tardi dovette diffondersi per i nostri monti, se Acerenza andò superba di una grande statua dell’imperatore Giuliano (361-363), il cui busto marmoreo ancora adorna la cuspide della cattedrale. Una sola tomba cristiana fu scoperta a Melfi, e gli atti de’ martiri d’Africa uccisi a Potenza e a Venosa, de’ quali fanno cenno i BOLLANDISTI, sono documenti di pietà, non titoli di storia; nel quinto secolo è parola, qui e là, de’ vescovi d’Acerenza e di Venosa, nel sesto di Venosa e di Potenza. Dopo la invasione longobarda dei primi anni del settimo, tace affatto la storia ecclesiastica come la civile della religione. I longobardi della Italia Meridionale si mantennero a lungo nemici implacabili della chiesa cattolica: soppressero tutti i vescovadi e chiusero tutti i conventi, che non lasciarono più risorgere avanti lo scorcio del secolo, allorché, miracolosamente battuti i greci in fazione campale presso il monte Gargano, permisero fosse restaurata la diocesi di Benevento, cui diedero giurisdizione su quella di Siponto, e custodito da soldati il santuario di San Michele. Solo da quel tempo si destò via via in essi, col sentimento religioso, il fervore della vita monastica: è dell’anno 750 la prima fondazione, nelle stesse mura della città capitale, di un chiostro benedettino, e tarda sino al 798 la prima concessione a’ cassinesi del cenobio, in partibus Acherontiae, di Santa Maria di Banzi
. Quanto dunque sia infondata la tradizione locale, che fa succedere nientemeno che di soli pochi anni a Montecassino la badia di Monticchio, è vano ridire.
Durante il nono secolo i longobardi di Benevento, mentre pur seppero suscitare nelle loro terre di Puglia, come simbolo di nova fede nazionale, il culto per l’Arcangelo San Michele, già da essi e dipinto su’ vessilli e improntato nelle monete, tollerarono, forse anche favorirono un fatto di molta importanza, poco noto alla storia: le immigrazioni, cioè, di genti greche, che prima sfuggite alle ire iconoclaste di Leone Isaurico, sopravvennero poi spesso a ripopolare tra noi ville e città, rese deserte, nella continua marea d’armi di quell’epoca, dalle guerre civili, dalle incursioni saracene, da’ terremoti, dalle carestie, dalle pesti. Non intende la rapida fortuna della riconquista bizantina di Puglia nel decimo secolo, né i motivi di non pochi fenomeni della vita medievale del Mezzogiorno, chi astragga da siffatta circostanza: il diffondersi, voglio dire, per tutto il versante adriatico dell’ordine basiliano, milizia pretoria della chiesa di Costantinopoli , che non cedette il campo all’emula congregazione di san Benedetto se non dopo il dominio normanno; e, quindi, l’accrescersi tanto delle «laure», ossia di celle monastiche in luoghi remoti ove i cenobiti vivevano separatamente, quanto de’ piccoli vescovadi, proprii della chiesa orientale, sparsi dappertutto ma sottomessi a grandi sedi metropolitane: il ripetersi, in fine, di nomi greci, e di luoghi e di persone, de’ quali i primi ancora avanzano, i secondi ancora emergono nelle più tarde inchieste angioine. L’elemento etnografico del Vulture, per esempio, è tuttora in maggioranza bizantino: l’egemonia politica imperiale di meno che cento anni, né sempre – com’è probabile – ininterrotta, non avrebbe certo potuto ivi aver tanta efficacia, senza un precedente o contemporaneo libero concorso di emigranti; l’aglianico, il bel vitigno greco della contrada, certo fu loro importazione. Intorno alla Valle di Vitalba perdurano, in gran copia, le voci di greca origine: lo stesso Cupero di Monticchio è forse κύπαρος, vas magnum concavum; di là dall’Appennino
, ov’è difficile sia mai giunta l’autorità de’ catapani e de’ basilici, visse un borgo presso Bella, Sant Sofia, nato evidentemente sotto la denominazione, non di una santa speciale, ma della divina Sapienza, άγία Σοφία. Il vescovado di Vitalba non disparve prima dell’undecimo secolo, né la diocesi fu incorporata a quella di Rapolla se non quando, venuti i normanni, la terra passò nelle mani di un signore, Umfredo
. Una vera e grande laura basiliana, simile a quella di Terra d’Otranto, durò a lungo in cima alla grotta di Monticchio, là, su la rupe quasi a picco, ove anche oggi sono visibili molte grotte, molte celle, con e senza ornati, alle quali nessuno, pur troppo, ha rivolto fin qui lo studio: anteriori, senza dubbio, all’abate San Vitale, che capitò sul Vulture, infaticato apostolo, dalla Calabria
, cum discipulo et nepote suo Helia, et abiens habitavit flumen in partibus civitatis Rapollae, ove morì nel 994
. Se v’è luogo di Puglia, in cui tutto concorreva per una pronta imitazione del santuario garganico, è certo l’alta caverna del Vulture, a piombo sul cratere, forse già sacra al dio tonante del paganesimo, ove tanti occhi dovevan poi credere di aver visto apparire, calpestante il terribile drago, la giovane luminosa immagine dell’angelo guerriero, custode de’ cieli; e, quindi, anche di là, ossia dalla opposta parte della marina, è assai probabile che l’innatum Michaelis montium desiderium, così vivo, così urgente negli abitatori dell’arsa pianura, siasi mosso, per tempo, ad affratellare gli animi, riunendo in una fede vincitori e vinti, indigeni e stranieri. Dal Vulture, infatti, come già dal Gargano, come poco dopo anche dalle sorgenti dell’Ofanto e dalla murgia di Minervino, quel culto esercitò sui commisti popoli delle province adriatiche una gran forza d’attrazione: non più gelosie d’origini, non più acrimonie di riti, a’ piedi di quelle oscure cripte solitarie; ma rivalità di cuori umili, ma gara di pietose opere, verso il comune angelo «intercessore», nella triste rassegnazione al comune destino…Che i basiliani abbiano in Monticchio preceduti i benedettini, siano o no stati da ultimo, e Dio sa come, gli uni accanto agli altri, è anche chiaro da che il beato Ippolito, al quale la badia restò sempre dedicata, quegli, cioè, la cui festività ricadeva, come da una carta angioina del 1315, de mense augusti, non era se non un greco, originario d’Asia, morto vescovo d’Ostia nel 250, autore di molti libri apologetici, uno de’ quali, ritrovato ora è poco al monte Athos, è importante come documento della condizione sociale de’ cristiani al terzo secolo. E chi può dire che il santo, nel cui nome fu ribattezzato il casale di Statigliano, non sia anche stato, invece dell’apostolo Andrea, l’omonimo metropolitano di Candia, nobile bizantino, morto ne’ primi dell’ottavo secolo eremita a Gerusalemme, e che la chiesa commemora al 4 di luglio?
G. NEGRI, Giuliano l’Apostata, Milano, 1902.
F. HIRSCH, Il duc. Di Ben. sino alla cad. del Reg. long., trad. di M. SCHIPA, pp. 38 e 48.
E. GOTHEIN, L’arcang. Michele, santo pop. De’ long., trad. di G. B. GUARINI, Trani, 1896, pp. 52-79.
PERTZ, Monumenta Germaniae historica, tom. VII, p. 594. – GATTOLA, Ad historiam abb. Cass. accessiones, vol. I, p. 19.
BOZZA, Il Vulture
, p. 8.
RACIOPPI
, op. cit., vol. II, p. 130-35; Paralipomeni alla storia della denominazione di Basilicata
, p. 130. – Terra d’Otranto ebbe colonie, venute dal mar Nero, su lo scorcio del nono secolo; ed è noto che Basilio I, in quel tempo stesso, dalle sue terre del Peloponneso fece trasportare tremila coloni nel «tema di Lombardia», che era il nome col quale s’indicava quanto allora restava dell’Italia Meridionale al dominio greco. Si può quindi arguire che nel decimo secolo, rinvigorita l’azione del governo imperiale in Puglia, questo ebbe a favorire e a promuovere anche più la venuta tra noi di coloni greci.
Mi preme confessare qui il torto che io m’ho avuto in Rionero medievale, pp. 13-14, quello, cioè, di aver fatto parola, su la fede dello SCHLUMBERGER, della rotta delle armi longobarde «al Basento», la quale, invece, non è mai esistita. Le sorti longobarde declinarono una prima volta a Bovino nel 969, una seconda – con l’imperatore Ottone II – a Stilo di Calabria nel 982 (Cfr. SCHIPA, op. c., pp. 244-251; AMARI, Storia de’ Musul. in Sicilia, vol. II, pp. 321-29; RACIOPPI, Paralopomeni ec., p. 105).
Della presenza, nel decimo secolo, de’ piccoli vescovadi del Vulture, anche prima che delle cattedre di Melfi e di Rapolla fosse notizia (
Rionero medievale, pp. 13-15), credo ora sia possibile un’altra spiegazione: questa, cioè, che durante la riconquista greca, le campagne ricaddero in potere de’ bizantini, provvisti di regolari truppe mercenarie, assai prima delle due città fortificate (le quali, per ciò, non dovrebbero le loro mura al catapano Bojoanni), non più avendo i longobardi, che è quanto dire – ormai – gl’indigeni, forza di eserciti da opporre alle armi greche, rappresentate da schiere di bulgari, di rumelioti, di serbi, di ungheri, senza dire de’ saraceni, già usi da tempo a infestare impudentemente totam beneventanam terram. Verrebbe così riconfermata la recente origine de’ vescovadi di Melfi e di Rapolla, se fosse vera la nota bolla dell’arcivescovo di Canosa del 1037.
Il principal valico di esso, a San Cataldo, era munito di fortificazioni (Rionero medievale, p. 9).
Un farnolfo era ancora vescovo di Cisterna nel 1054 (
Santa Maria di Vitalba
, p.8, in n.). Lo conobbe in Roma, esempio di austerissima vita penitente, san Pier Damiano.
Santa Maria di Vitalba
, p. 8;
Santa Maria di Pierno
, p. 20;
Rionero Medievale, p. 12. – Il nome di Umfredo si legge fra’ testimoni di un atto del novembre 1131, nel quale il regio connestabile Riccardo, signore di Sant’Agata di Puglia, riconferma all’abate Simeone della Trinità di Cava il possesso di alcune terre del casale di San Pietro d’Olivola. Il diploma, sotto più aspetti importante per noi, io qui rendo, terzo nella presente collezione, di pubblica ragione, quantunque non si attenga direttamente a Monticchio, perché il CODICE DIPLOMATICO CAVESE ha, da tempo, sospeso le sue pubblicazioni all’anno 1065. – Riccardo vi si dichiara haeres et filius bonae memoriae Iohelis, il quale, in compagnia di molti magnati, figura nell’atto di donazione del duca Ruggero, compilato dal notaio Grimoaldo nel dicembre 1097, del casale di Gaudiano, insieme con la sua chiesa di San Michele Arcangelo, al vescovo Guglielmo di Melfi (DI MEO, vol. IX, p. 15). Lo stesso Ioele, connestabile anche lui, figlio del quondam Rainone di Brettagna, e anche lui signore di Sant’Agata, assegnò molti beni alla Trinità di Cava nel 1077 (ib., p. 26).
BERTAUX, I mon. med. del Vulture
, p. 5.
Che la Calabria sia la regione dell’ Italia meridionale di terraferma più etnicamente bizantina, ha già notato il LENORMANT (Grand-Grèce, 1881, vol. I, e. 6º, e vol. II, e.14º) e il BATTIFOL (L’abbaye de Rossano, 1891, introd.); come e perché, dirà presto, io mi auguro, il GAY.
G. B. GUARINI, Curiosità d’arte med. nel Mefese
, 1900, p. 6, Santa Margherita, 1899, p. 22.
Non c’è forse un sol paese di Puglia che intorno al mille non abbia avuto una «Santa Maria», d’origine bizantina, e un «San Michele Arcangelo», di fonte longobarda. – Melfi ebbe per tempo la cattedrale dedicata a una madonna prettamente greca, sanctissima Virgo sub vocabulo de Nazaret mirifice tabulae pieta (ARANEO, op. c., p. 425), la cui immagine si vede riprodotta sul frontespizio del libro: Iura Ecclesiae cathedralis Melphiensis super castra Salsulae et Gaudiani
etc., fr. DEODATO SCALIA Ep. allegata etc., Romae, 1640; e, insieme, pur così prossima a Monticchio, essa non mancò di possedere, al di fuori delle mura, una propria chiesa di San Michele, come risulta da un atto notarile dell’ottobre 1083, tuttora intestato con la formula bizantina (anno III Imperatoris Alexi [cfr. il pres. vol., p.34 in n.1]), mediante il quale Pietro figlio di Patto dona al nipote Pietro figlio di Bisanzio territorium ubi paese dicitur, et ubi factus existit Sanctus Michael Arcangelus, ricevendone per «launegild» (longobardamente, premio che il donatario fa al donatore) coppulam unam sericam. DI MEO, vol. VIII, p. 227. (Con un altro atto notarile della stessa città di Melfi, in data 1º luglio 1138, Bisanzio figlio di Pietro vende due appezzamenti di terra e un orto a Isacco figlio di Pietro. C. MINIERI RICCIO, Saggio di Cod. dipl., vol. I, p. 271).
La fabbrica della chiesa di Sant’Ippolito, e, su l’opposto versante del Vulture, quella di santa Maria del Monte, nella china di sopra a Rapolla, apparterrebbero, secondo il Bertaux, all’epoca sveva. Ma il vero è che solo il monco campanile di Sant’Ippolito può, sicuramente, riferirsi a quel tempo. Forse i benedettini di Monticchio, al pari di que’ di Venosa che pensarono sostituire una nuova chiesa all’antica, ebbero pur essi la idea di ingrandir la loro, allargandola, ossia aggiungendovi, lateralmente, le navate, e, al di dietro, le absidi. Ma come i loro confratelli venosini, anzi molto più presto di loro, non appena fuori con le fondamenta, abbandonaron l’opera. E, in quanto a Santa Maria del Monte, questo solo sappiamo, che l’antica sua campana, portata via il 1557, rimontava all’anno 1152 (ARANEO, op. c., p. 353). – Nella concessione di Banzi è detto che il principe di Benevento donava a’ cassinesi, insieme con la chiesa, monasterium quod est edificatum ec. La fabbrica bizantina preesisteva dunque all’atto di concessione.
La vie des Saints, Paris, 1893, p. 518. – Così io penso. Ma non è detto che non possa aver fondamento una induzione contraria: questa, cioè, che i benedettini abbiano, essi per i primi, deliberatamente votato in Monticchio, già caro a’ greci, l’altare a Sant’Ippolito, appunto perché il vescovo d’Ostia avea eloquentemente sostenuta, ne’ suoi libri, la precedenza della chiesa latina sulla greca. E la opinione sarebbe avvalorata da due fatti: il primo, che nell’alta valle dell’Ofanto, secondo l’uso benedettino, prevalgono tra le badie i nomi de’ santi non quello della Madonna come più giù in Puglia, secondo la costumanza basiliana; l’altro, che nella bolla di papa Callisto II del 1120 la badia di Monticchio sembra, come vedremo, sia stata dedicata per lo innanzi all’apostolo san Pietro.