Quando arrivarono i barbari invasori, il Monte Vulture era certo in un grado di civiltà relativamente progredita; non mai più, nel corso de’ secoli, la popolazione visse così sparsa, a gruppi di case, vicatim, per le sue pendici, malgrado la permanenza di que’ tristi fenomeni sociali, che sembrano dote e retaggio dell’ Italia Meridionale: la insicurezza delle campagne, l’odio fra i possessori e coltivatori del suolo, le lotte per il demanio comunale. La nuova società, che vien fuori dopo cinquecento anni di silenzio di morte, ci appare rozza e selvatica, paurosamente raccolta ne’ borghi all’ombra delle chiese, fra terre inculte e campi abbandonati, proprietà di monaci o di guerrieri, i quali han lasciato crescere le foreste, le selve, le sodaglie. E tutta una foresta, intorno al secolo XIII, è la valle di Vitalba: il piano tra Rionero e Atella, che la corona ha incamerato, serba ancora l’appellativo longobardo di «gualdo», Wald, il bosco per antonomasia. Dacché la piccola città bizantina disparve, il nome di Vitalba non comprese più la intera circoscrizione geografica, ed esso si restrinse via via, com’è chiaro dagli atti amministrativi, alla zona centrale: in quel tempo, la valle propriamente detta, che cominciava a’ mulini della Francesca, non andava oltre il fiume Triepi. Rionero, perduto al sommo del Gualdo presso le sorgenti delle acque, le quali animavano que’ mulini, che muratori sanfelesi – nel 1281 - riparavano, era un povero villaggio di poche centinaia di abitanti, carpentieri e vignaiuoli la più parte, le cui donne coltivavano, maceravano e filavano – per far panni – il lino: fra le servitù, a cui essi erano più specialmente obbligati, si contava quella di mandare, ad ogni richiesta della Curia, sotto pena di cinque once d’oro, due o più inservientes periti, a’ quali toccava invigilare su’ legnaiuoli ne’ boschi di regia Corte. Spettava loro, parimente, riparare – all’occorrenza – la casa di regia Corte di San Nicola dell’Ofanto
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Sul Gualdo, sul Monte e su la valle di Vitalba i rioneresi, ed anche i barilesi, nella comune qualità loro di «vassalli» della chiesa di Rapolla, godevano l’esercizio degli «usi civici». L’uso civico era sempre gratuito, ne cives vitam inertem ducerent. Vi erano però diritti soggetti a pagamento, cioè a «fida» non arbitraria ma fissa, i quali costituivano pure usi civici, quantunque non essenziali: per esempio, la colonia. E questo, appunto, era il caso di Rionero su le terre del Gualdo, del Monte e di Vitalba, le quali, sebbene appartenessero alla Corona, non erano esenti dall’uso, perché demanio: ante fuerunt populi, sentenziava il giureconsulto, quam reges.
Rionero era dunque solito, ab antiquo, condurre gli animali ad arandum et ad sumendum pasqua nelle foreste della valle, solvendo singulis annis un tarì per ogni aratro, quattro grana per ogni vacca o giumenta, due per ogni maiale, quattro fiorini per ogni mille pecore o capre: l’aratro s’intendeva avesse tre coppie di buoi (bobus sex pro aratro quodlibet computatis), e il lavoro della vanga, ausiliario dell’aratro, era immune della tassa (vanga illorum, qui ibidem cum bobus arant, nullatenus computata).
RACIOPPI, I pop. Della Luc. e della Bas., vol. I, pp. 309, 315, 337.
Santa Maria di Vitalba
, p. 81.
Santa Maria di Vitalba
, p. 97.
WINKELMANN, Acta imperii inedita, Innsbruck, 1880, pagina 777. - «Item statuimus ut tota massaria nostra quam habemus apud Sanctum Nicolaum de Aufido et omnes proventus ispsius deputentur ad reparationem et consummationem pontis ibi constructi vel construendi»: dal testamento dell’imperatore Federigo II del 1250 (HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica Friderici Secundi
, tom. VI, part. II, p. 807). Della chiesa di San Nicola dell’Aufido è parola nel viaggio di Manfredi da Venosa a Lucera (IAMSILLA, ed. Del Re, p. 141; Capasso, ib., p. 83).