I percorsi di Giustino Fortunato

date

1899

author

Fortunato, Giustino

title

Rionero Medievale, con 26 documenti inediti [estratto n.5]

summary

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  • Notizie storiche della valle di Vitalba, vol. IV, V. Vecchi, Trani 1899, pp. 62-69.

teibody

Rionero medievale non era più.

Non era, letteralmente, più, se dopo soli due anni Bernardo vescovo chiedeva e otteneva – ma invano – facoltà di ripopolare de gentibus de Regno aut exteris il morto casale, ricostruendolo più su, presso la chiesa di Sant’Antonio Abate, positam inter casale Rivinigri et casale Barilis , là, ove dicitur fluisse un altro più antico casale: nel cedolario della regina Giovanna I del 1344 non ricomparisce se non per memoria, e indarno lo si cercherebbe in quella della regina Giovanna II del 1415, che più si avvicina allo stato definitivo della provincia nel secolo XVI. Egli, il vescovo Bernardo, chiudeva gli occhi un anno prima di re Roberto, col dispetto nel cuore, forse col rammarico, di lasciare muta e solitaria, all’ombra de’ tigli, quella piccola chiesa, accanto a cui aveva sognato di rifare il casale, e ove un giorno – può darsi – andò a pregar pace per l’anima di Carlo, premorto nel 1328 al padre e del quale egli fu uno degli esecutori testamentari.

Come Rionero, più di cinquanta altri paesi di Basilicata venivano, intorno a quel tempo, abbandonati e fatti deserti per sempre. Una grande diminuzione di popolo emerge dal confronto delle cedole di tassazione del 1277 e del 1320. Ne’ primi cinquant’anni della dinastia angioina, gli abitanti della provincia scemarono di un settimo – da centodue a ottantotto mila!

II

Restò assolutamente deserto il luogo, fino alla metà, circa, del secolo XVI, quando vi si alloggiarono alcuni contadini albanesi di Barile. Il nome era sopravvissuto al casale, perché lo si legge nella lista de’ «passi proibiti» del 1469, compilata per ordine di re Ferdinando di Aragona.

I primi emigrati dell’Epiro, che ebbero stanza in Barile il 1478, appartenevano a quegli abitanti di Croya e di Scutari, i quali, rompendo volontarj il mare – come dice un lor canto nazionale – per mantener la fede, sbarcati quaggiù, trovaron larga ospitalità in Val di Crati, in Terra d’Otranto e in Capitanata: rimonta a quell’anno la concessione lor fatta da Troiano II Caracciolo, principe di Melfi, del territorio diMassa Lombarda presso Ripacandida, ove eressero Ginestra, e che il figlio Giovanni III riconfermò nel 1515.

Ad essi tennero dietro, il 1533, molti di que’ cittadini di Coron, a cui il governo vice-reale di Napoli aveva offerto imbarco su duecento navi mercantili, a posta noleggiate, e che vennero, più specialmente, assegnati a Melfi, a Maschito, a Barile: quelli di Melfi, per dissensi avuti con gl’indigeni, e de’ quali è parola in un responso del giureconsulto venosino Roberto Maranta , passarono anche loro, il 1597, in Barile, guidati da quel Giovan Zuzera o Chiuchiera, cavaliere aurato, i cui è cenno nelle storie delle guerre d’Italia del GIOVIO e del VARCHI.

Or al 1533 risale, per l’appunto, la origine del nuovo Rionero, perché quella data si vedeva scolpita in una pietra, che venne a luce dopo il tremuoto del 1851, della chiesa parrocchiale de’ Morti, ingrandita – de comunitate fidelium – il 1666: le due scritte, ne’ restauri di questi ultimi anni, sono andate perdute. Ma non erano coronei, benestanti la più parte, sebbene figli o nipoti de’ profughi del 1478 coloro, che primi tornavano a accasarsi colà, sopra un rialto, che si sporge nel vallone e che domina, a pochi passi, la copiosa fontana, da cui nasce il rivus niger del gualdo di Vitalba. Tutto doveva loro promettere miglior fortuna che a Barile. Il vescovo di Rapolla non esisteva più, e la vecchia sua sede languiva, oramai, di consunzione: l’abate di Monticchio era sparito, e Lagopesole non apparteneva più al re. Essi, per ciò, si trovavano come in un’altra terra, sotto la giurisdizione di un’altra città, la città nuova, che da quel giorno contava un casale di più, alla immediata dipendenza del suo governatore, del suo capitaneo, del suo baglivo, quia casalia ex se non regunt et propriam iurisdictionem non habent. Nell’«apprezzo» di Atella, fatto il 4 aprile del 1615 da Orazio Grasso, è scritto: «la Terra di Atella tiene un casale detto Arenigro, distante da detta Terra circa tre miglia, dove abitano da 45 fuochi di Albanesi incirca, quali habitano dentro grotte accomodate con fabrica, et vicino detto casale vi è una ecclesia detta di Sant’Antonio; il quale casale di Arenigro si può augumentare, come tuttavia si va augumentando». Nel fatto, però, di poco si accrebbe in tutto il secolo XVII. Casale noviter erectum, è detto nella liquidazione del «relevio» del 1628; e solo nel 1642 riesce agli abitanti di stipular «capitoli» col feudatario, i cui due primi articoli sono del tenore seguente: «che sia a’ soprannominati e loro compagni concesso habitare lo casale di Arenigro nel territorio di Atella, con le loro famiglie e bestiame, siccome loro e li altri predecessori sono stati soliti per il tempo passato; e che loro sia lecito sarcire e pascolare lo territorio di Atella sicut cives atellani, secondo è stato solito, e senza che sieno molestati da persona alcuna». Nel 1648 «Rionigro» figura, per la prima volta, nella numerazione delle Università del Regno ; e nel tremuoto del 1694, «delle sue venti case di fabbrica ne ruinano otto, con morte di cinque persone»: due anni dopo, a cagione sua, per poco, il principe don Giuseppe Caracciolo di Torella, successo al padre nel dominio del feudo, non soggiace alla pena dell’ammenda, avendolo il fisco tacciato di contravvenzione alla prammatica XXIV de baronibus, la quale vietava la riedificazione de’ casali estinti, senza licenza della regia Corte. Rionero era risorto praeter consuetudinem et extra legem.

Gli albanesi del Vulture vissero a lungo col rito greco, finché, nel 1627, al vescovo di Melfi, monsignor Diodato Scaglia, domenicano, non riesci piegarli alla osservanza del rito latino. In hac dioecesi adsunt tres albanesium pagi, qui latino et graeco ritu prius vivebant, Barilis nempe, Ginestra et Rionigrum, sed a me praedicationibus et assiduis adhortationibus…ad solum latinum ritum, ipsismet consentientibus, redacti sunt ; nel quale intento, viceversa, egli riescì – a detta dell’ARANEO – con le buone, in Ginestra e in Rionero, perché poveri di abitanti, ma con le brutte, in Barile. E il vero è, in quanto a Rionero, che agli epiroti del 1533 si erano, per tempo, aggregati non pochi carbonieri, non pochi maestri bottai dell’Appennino: e questi, ramificando via via, di generazione in generazione, una famiglia dall’altra, avevano finito per imporre al villaggio l’unità dell’idioma italiano. Rionero non fu mai, o per breve ora, bilingue. E ciò prova che nessun vincolo, neppure il religioso, è più forte della comunanza del linguaggio.

Unico monumento storico del moderno Rionero, quella chiesa è un’opera, senza dubbio, della prima metà del secolo XIII, ma dell’antica costruzione non avanzano se non le mura laterali con due sottili ed eleganti finestrette ad arco tondo: l’abside, non si può dir quando, venne interamente rifatta. La forma era ed è semplicissima, ad una sola navata. Se vera la bolla di papa Eugenio III del 1152, potrebbe esser succeduta a una chiesa e a un possibile villaggetto Sancti Angeli de Eremitis. Niente però autorizza a credere, che sia appartenuta, anticamente, alla badia di Monticchio. Il culto di sant’Antonio abate ebbe cominciamento dalla città di Vienna, nel Delfinato, spaventevolmente colpita l’anno 1089 dall’ignis sacer, una specie di eresipola cancerosa, che infierì per tutta l’Italia nella seconda metà del secolo XII (A. CAPPIELLO, ib., p.8). – Nel registro A., n.3, fol. 81 t., della cancelleria angioina è un atto di re Carlo I del 7 giugno 1273 pro fratribus hospitalis sancti Antonii, col quale è fatta ingiunzione universis officialibus per Regnum Sicilie constitutis di lasciarli liberamente questuare, sovvenendoli, ove occorra, di consiglio e di ausilio, ma non senza aver cura, che essi non conducano seco de’ proditori (quod dicti fratres vel nuncii nullum de nostris proditoribus vel suspectis secum ducant, nichilque ferant). E la concessione era valevole per due anni (post biennium minime valituris). DE LELLIS, Discorsi su le famiglie nobili del Regno , Napoli, 1654, p. I, p. 167. RACIOPPI, Geog. E dem. della prov. di Bas. ne’ secoli XIII e XIV (nell’Arch. stor. per le prov. nap., an. XV, fasc. 3). MINIERI-RICCIO, Notizie storiche tratte da 62 registri angioini dell’Archivio di Napoli, Napoli, 1877, p. 117. – La regina Giovanna II, con diploma del 20 febbraio 1422, venendo in soccorso degli abitanti de’ casali di Marmo (presso Vietri di Potenza) e di San Menna, dava loro franchigia e immunità de’ pesi fiscali; ma, in quanto a Marmo, soltanto ove tornassero a riedificar l’abbandonata Terra. RINALDI, Per il Comune di Pescopagano contro il Comune di San Menna , Potenza, 1889, p. 61. GALANTI, Descrizione storica e geografica delle Sicilie, prima edizione, 1786-88, vol. II, p. 378. F. TAIANI, Le istorie albanesi, Salerno, 1886, p. IV, p. 7. Consilia sive responsa, Venezia, 1591. La «platea» della mensa vescovile di Melfi nel 1547 aveva al fol. 30 la seguente rubrica: «Item la Ecclesia in loco de Santo Antonio de Arenigro de Atella, con tutti li soi intrati e raggioni, sono e spettano alla Mensa Episcopale di Rapolla, e quelli che demorano in ditto loco correspondono le intrate a ditta Mensa Episcopale». G. OLIVIERI, Pe’l Comune di Rionero contro la Mensa Vescovile di Melfi e l’Abadia di Monticchio nella Commissione Feudale, Napoli, 23 luglio 1810. - «Nella Rivela de’ naturali di Rionero, fatta il 25 gennaio del 1723, è detto che quella Università annualmente corrisponde fin dai tempi antichissimi alla Mensa Vescovile di Rapolla ducati 25 per causa del suolo ove sta edificato il Casale che prima era loco di detta Mensa, descritto nel librone del compasso fatto sotto Monsignor fra Diodato Scaglia vescovo di Melfi e Rapolla a 3 marzo dell’anno 1637». P. D’APRILE, Memoria per la Regia Mensa Vescovile di Melfi contro l’Università di Rionero nel Supremo Tribunale della Regia Camera, Napoli, 12 luglio 1804. Arch. di Stato in Nap., Comm. Feud., processo n. 5537, vol. 1020, fol. 586. Arch. di Stato in Nap., Comm. Feud., processo n. 3527, vol. 629, fol. 52. TOPPI, Nuova situazione de’ pagamenti fiscali delli carlini 42 a foco delle province del Regno di Napoli , Napoli, 1652, un vol. in fol. Vera e distinta Relazione del terremoto accaduto in Napoli e parte del suo Regno il giorno 8 di settembre 1694, Napoli, 15 ottobre 1694, per Dom. Ant. Patrino e Camillo Cavalli (Bibl. Sismica della Soc. di St. Pat. Map., VI, F, 33). G. B. PUGLIESI, Per la Terra di Rionegro , Napoli, 31 maggio 1775, p. 2-3- . Il PANI-ROSSI (LaBasilicata , Verona, 1868, p. 127) cade in errore, affermando il contrario. D. SCALIA, Epis. Melph., Melphien. Ac Rapollen. Ecclesiar. Synodales Constitutiones, Venezia, 1635.

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