Non in Sicilia, come si crede comunemente, ma in Puglia Federico fermò di preferenza la dimora. E fu per rendergliela più attraente e più grata che Puglia e Basilicata si copersero, allora, di quelle mirabili moli, che il tempo ha solo in parte rispettate: la reggia di Foggia, la cittadella di Lucera, la fortezza di Bari, i castelli di Andria, di Fiorentino e di Lagopesole, le rocche di Ascoli, di Trani, di Bisceglie, di Brindisi e di Gioia, i manieri, le case, i rifugi di Apricena, dell’Incoronata, di Orta, di San Gervasio, di Monte Serico e del Garagnone; que’ rifugi, specialmente, de’ boschi appartati e remoti, dove gli piaceva ogni tanto sostare, nella faticosa e vagabonda sua vita, nascondendosi a tutti, abbandonandosi alla caccia, che era una delle sue più vive, più grandi passioni. «Fece egli», lasciò scritto GIOVANNI VILLANNI, «il parco dell’uccellagione al Pantano di Puglia (Incoronata), e fece il parco della caccia presso a Gravina (Garagnone) e a Melfi alla Montagna (Lagopesole); e il verno stava a Foggia a uccellare, la state alla Montagna a suo diletto».
Il castello di Lagopesole, afferma il BERTAUX, «è il più grande degli edifizi militari di Federico II, uno de’ meglio conservati»; un edificio, soggiungo io, i cui immensi dormitori non contraddicono, anzi convalidano il carattere storico del luogo: quello, cioè, di essere stato, per tanti secoli, un grande alloggiamento di soldati. È un vasto rettangolo, con un cortile centrale, fiancheggiato agli angoli sporgenti da torri quadrate. Nessuna mostra, nessuno sfoggio di arte; e in molte cose lo stile non è sempre puro. Il DI CESARE farneticò di una primitiva costruzione araba; ma costò poco all’HUILLARD-BREHÓLLES dimostrarne la fallacia. Le prime torri, crede il RACIOPPI, furon opera de’ primi normanni: ma l’insieme e ogni singola parte confermano il contrario. L’opera fu certo concepita e menata innanzitutto di getto, ab imis fundamentis: forse, non interamente compiuta. Da chi, e quando? Se nulla si sa dell’artefice, essendo affatto immaginario quel Fuccio fiorentino, di cui parla il VASARI nella vita di Niccolò Pisano, sicurissima ne è la data: Lagopesole è coevo di Castel del Monte.
Sono poco più di venti anni che il WINKELMANN ha dato a luce, trascrivendoli dagli archivi di Marsiglia, gli Statuta officiorum del Regno di Sicilia, durante la monarchia sveva: tra essi, gli annotamenti de’ castelli e delle «case imperiali», che o prive di feudatari o direttamente amministrate dalla curia, bisognava fossero riparate. Il documento, per la parte che si attiene al Vulture
, è come segue: «Hec sunt castra Basilicatae et domus imperialibus solaciis deputate, et nomina terrarum iustitiariatus eiusdem, que deputate sunt ad reparacionem castrorum et domorum ipsarum – Castrum Melfie reparari potest per homines Melfie, Monticchio, Sancti Andree et Venusii – Domus Cisterne, per homines Rapolle – Domus Sancti Nicolai de Aufido, per homines Armaterii, Ripe Candide et Rivi Nigri – Domus Lavelli, per homines Lavelli etMontis Milonis – Domus Gaudiani, per homines Gaudiani – Domus Boriani, per homines Boriani, Bancie et Cervarecte – Domus Montis Marconis, per homines eiusdem terre, Petregalle, Avilliani, Roti et Caldane – Domus Acrimontis, per homines Florencie – Domus Lacuspensilis, per homines Gloriose, Vineole, Castellucii, Barayani et Sancte Sophie – Castrum Sancti Felicis, per homines eiusdem terre, Raponi, Casalis Sancti Thome de Rubo, Labelle et Perni (Nella lista, - de’ paesi estinti manca solo Vitalba, de’ viventi Atella, Palazzo e, strana assenza, Barile)». Or il WINKELMANN crede e dimostra, che la data del documento sia da assegnare non prima del 1241 né dopo il 1246; e poiché egli stesso, con la scorta di tre nuovi diplomi, prova essere stato Federico II in campis et in castris prope Lacumpensilem su lo scorcio dell’agosto e a’ primi del settembre del 1242, è forza conchiudere, che già in quell’anno la Curia possedesse Lagopesole, Agromonte e Montemarcone, con le rispettive loro tre «case», dichiarate «imperiali» e adibite imperialibus solaciis. Lagopesole era dunque, nel 1242, una semplice domus, non castrum, come San Fele, tanto meno come Acerenza, alla cui manutenzione occorrevan gli «uomini» di ben quindici paesi: una piccola domus, con pochi o punto abitanti propri, al pari di Agromonte, affidata, in caso di bisogno, agli scarsi manovali, che le potevano inviare Castelluccio
, Sant Sofia e Baragiano, magari (dalla giogaia lontana dell’Arioso) Vignola e Castel Glorioso; semplice, piccola casa campestre, turrita o non, come le consimili di Agromonte e di Montemarcone, o le altre di Cisterna, di San Nicola dell’Ofanto, di Boreano e di Gaudiano, le quali, non una eccettuata, tutte sono sparite dalla superficie della terra, non avanzandone, letteralmente, vestigia. Alla domus, per espresso volere di Federico II, dovette succedere il castrum Lacuspensilis, quale vediamo ora giganteggiare nella solitudine dell’antico valico acherontino, col villaggio che gli nacque a’ piedi: il «castello» come oggi è, tutt’altro da quel che ne sia potuto essere la precedente «casa imperiale». Or, è noto, Federico cessò di vivere il 13 dicembre del 1250. Nel corso, perciò, di quegli otto anni – dal 42 al 50 – è uopo ascriverne la costruzione, che, o io m’inganno, o non fu mai condotta a fine. C’è qualcosa nell’edifizio, per chi si faccia a visitarlo con diligenza, che tradisce, in più parti, una brusca improvvisa sospensione de’ lavori: su quelle mensole, quelle tante bellissime mensole che sono incastrate nelle pareti interne delle sale, e che si fanno riscontro da un lato all’altro, non poggiaron mai le grandi arcate a sesto acuto, le quali avrebbero poi dovuto sostenere le lunghe travi del tetto. L’ala della morte, non quella del tempo, passò triste per Lagopesole. Il disegno rimase a mezzo, né il grande imperatore vide terminata questa ultima tra le maggiori sue opere!
Egli, per quanto è a nostra conoscenza, fu indubbiamente a Lagopesole nella estate del 1242 e in quella del 1250: la prima volta, forse, per ordinarne i lavori, la seconda per vederli presso che finiti. Ma poiché dal 1223, sempre che gli tornò possibile, preferì passare la stagione calda apud Melfiam o in civitate Melfie
, dove appunto, nel 1231, solennemente pubblicava quelle famose Constitutiones Regni Siciliae, che allora non ebbero le uguali nel mondo civile, così è facile supporre, che ogni anno egli abbia cavalcato fino a Lagopesole, riposando nella dolce, amica aura degli elci e de’ roveri secolari, oppure di là spingendosi al cerreto di San Giuliano, alla «fagosa» di San Cataldo, alla splendida abetina di Ruoti. Oltre il bagaglio della persona e della casa del re, oltre una fila di muli che recavano in «cofani e sacca» le carte della cancelleria e i libri di Aristotele e di Avicenna, quelli già dati a tradurre allo «Studio» di Bologna, questi fatti volgere in latino da Michele Scoto e ricopiare da maestro Enrico di Colonia, e de’ quali, più specialmente, gradiva discorrere con Taddeo da Sessa giureconsulto e con Riccardo da Venosa umanista, - viaggiava insieme con lui il sommo logoteta e protonotario del Regno, Pier della Vigna, nel «glorioso ufficio» fino al 1248, Gualtieri da Ocre, dopo di quel tempo: andavagli sempre allato il giovinetto Manfredi, «che era come la pupilla de’ suoi occhi», e familiarmente tenevangli dietro, una cum medicis et physicis, cum strologis et nigromantibus
, il figlio del nuovo signore di Vitalba
, Riccardo
, falconiere di Corte (falconarius), e Adolfo Pardo, capocaccia imperiale (magister venationum), - poi che Federico amò tanto la «caccia al falcone» da scriverne un trattato, ancora esistente, De arte venandi cum avibus
; e seco, finalmente, dopo l’harem, dopo i tesori della Corona, dopo i veltri delle mute e le fiere del serraglio, egli conduceva i fidi saraceni di Lucera, i biondi cavalieri germanici loro compari, i leggeri fanti di Puglia, da lui sempre difesi contro il motteggiare dei suoi…Un corteggio, più orientale che romano. Esce da Melfi, per la «porta venosina», passa Rapolla, attraversa Barile, Rionero, Agromonte; ed eccolo, infine, sotto l’arco d’entrata del gran castello in costruzione, dalla porta tempestata di chiodi di ferro. Quell’uomo, così aborrito dagli uni e così idolatrato dagli altri, che tutto può o che di nulla ha paura, e la cui sfera di azione politica si estende a tutta quanta Italia e a mezza Europa, è quale che ci è concordemente descritto: pulcher homo et bene formatus et mediae staturae (SALIMBENE DA PARMA); non procèrus, obesus corpore, subrufus (RICOBALDO DA FERRARA); staturae communis, facie laetus, colore subrufus, membra quadra (BENVENUTO DA IMOLA); Facie laetus, a Castel Lagopesole! Non sempre, se tanti odii e tante infedeltà gl’inacerbirono, spesso, il sangue; meno che mai nell’ultima gita, se egli vi andò oppresso l’animo da’ più fieri dolori, che non ebbero sollievo neppure dalle lettere di Corrado, suo figlio, vittorioso in Germania de comite Hollandie
. Nel 1250 trascorse ivi luglio; discese a Melfi in agosto, ma vi tornò subito, restando quasi tutto il settembre. Aveva egli il presentimento del domani? Dalle finestre bifore del secondo piano, spingendo lo sguardo su tutta la sottoposta valle di Vitalba, che oscure immagini, che torvi pensieri nell’agitata sua mente! Quell’ampia distesa di boschi, che allora si seguivano ininterrotti dalle cime del Vulture all’Appennino di «Santa Croce», ricoprendo il bacino intermedio e il corso della fiumana sino all’Ofanto, aveva di contro, lontano, nel cielo infuocato della sera, il «Formicoso» di Bisaccia, che egli, un giorno, volle si chiamasse, con mutato nome, «Monte Sano». Quel giorno, malaticcio e debole, alla pura, vivida aria di lassù gli era sembrato di rinascere nella fiorente giovinezza nella gioconda compagnia di Enrico e di Enzio, il primo e il terzo de’ suoi figliuoli.
ZINGARELLI, Dante e la Puglia, nel «Giornale dantesco», an. VIII, quad. IX (serie III, vol. II). – Scrivendo da Lodi alla città di Brindisi (gen. 1238), Federico II diceva: «
Regni Sicilie proprium sic inter ceteros peculium nobis elegimus…, ut nos, quem cesarei tituli fulgor illustrat, solum ex Apulia nominari non reputemus ingloriosum». WINKELMANN, II, p. 50 e 811.
Ist. Fior., lib. IV, cap. I (Milano, 1831, p. 72).
Storia di Manfredi
, note al lib. IV.
Monumets des Normands et de la Maison de Souabe dans l’It. Merd., pubbliés par de Luynes, Paris, p. 40 in n.
Op. cit., vol. II, p. 123. – Cf. GUSSONE e TENORE, nel gior. Il Lucifero, di Napoli (12 sett. 1838).
CAVALCASELLE e GROWE, Storia della pittura in Italia, vol. I, p. 194, in n. Acta Imperii inedita seculi XIII, Innsbruck, 1880 vol. I, p. 777.
MERRA, Castel del Monte presso Andria, 2ª ed., p. 26.
Acta Imperii inedita seculi XIII, Innsbruck, 1880, vol. I, p. 777.
Vol. I, p. 684-85.
Piccolo villaggio, tra Bella e Santa Sofia.
WINKELMANN, op. cit., vol. I, p. 684 e 685.
HUILLARD-BRÉHOLLES, Historia diplomatica Friderici Secundi
, vol. V, p. 779 e 781.
Ib., vol. III, p. 11, 241 e 283; vol. IV, p. 368 e 940; vol. V, p. 111 e 750. – Nel settembre del 1230 l’imperatore ebbe ospite il re di Tessaglia, qui obiit Melfie
(RICCARDO DA SAN GERMANO) e fu tumulato nella chiesa di Ognissanti (ARANEO).
Ib., vol. IV, p. 383.
Ib., vol. IV, p. 381.
Fin dal 1238 Federico II aveva fondato a Melfi una scuola di «Logica e Umanità», per i Giustizierati di Basilicata e di Capitanata (Ib., vol. IV, p. 216): «nam philosophiae studiosus erat, et illam in se ipse coluit et in Regno propagari ordinavit; quia pauci vel nulli erant tunc in Regno literati, et ille vero liberalium artium et omnis scientiae scholas constituit» (JAMSILLA). – Del giudice Riccardo da Venosa, autore di un giocoso poemetto latino, scritto, come egli dice, per fare cosa grata all’imperatore, e che il DU MÉRIL pubblicò a Parigi nel 1854 in un suo volume di Poésies inédites du Moyen Aye, v. TORRACA in «Nuove Rassegne», p. 11.
MALASPINA, 1, 2.
S. M. di Perno
, p. 30 e 31 in n.
Da non confondere con l’omonimo Gran Maresciallo del Regno, suo zio (DEL GIUDICE, Ric. Fil., 1893, p. 201 – Cf. RICCA, Disc. geneal. Della fam. Fil., 1863, p. 388).
JASMILLA, ed. DEL RE, p. 142.
TORRACA, Studi su la lir. It. del Duec., p. 242.
«Tenea molte concubine e mamelucchi, a guisa de’ Saracini» (VILLANI).
«Saraceni et Theutones se ad invicem compatres vocare assueverant» (JASMILLA, p. 178).
«,,,sunt imbecillia corda fere omnium Apulorum (MALASPINA, p. 214). - «...sunt Apuli cacarelli et merdazoli, sine virtute ac sine peritia artis pugnae, et quando volunt dicere: quid vis? (quid vultis?) dicunt: ke bolì» (SALIMBENE). - «Siculos invodos, Calabritanos inermes, Apulos pusillanimes...totus predicat orbis» (BONCOMPAGNI DA SIGNA). – «turpiter Appuli barbarizant et quamvis loquantur obscene» (DANTE). – N.B. Apuli, id est omnes regniculi; tutti, genericamente, gli abitanti delle province meridionali di terraferma.
HUILLARD-BRÉHOLLES, op. cit., vol. V, p. 794.
«...ad montem Formicosum, quod Imperator Federicus, mutato nomine, montem Sanum vocari jusserat» (JASMILLA, P. 176).