I percorsi di Giustino Fortunato

date

1904

author

Fortunato, Giustino

title

La Badia di Monticchio [estratto n.6]

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  • La Badia di Monticchio, Vecchi, Trani 1904, pp. 115-123.

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La bolla di papa Alessandro III del 2 aprile 1175 numera tutti i possedimenti della badia, posteriori al catalogo de’ baroni:

1, la chiesa di Sant’Andrea di Statigliano, cum castello suo et omnibus pertinentiis suis; 2, il castello di Monticchio, cum ecclesiis et omnibus pertinentiis suis; 3, Il villaggio di Acquatetta, cum ecclesiis et omnibus pertinentiis suis; 4, la cella di santa Maria di Luco, cum omnibus pertinentiis suis; 5, la chiesa di San Nicola di Vitalba, cum omnibus pertinentiis suis; 6, la chiesa di santa Cristina in Lagopesole, cum omnibus pertinentiis suis; 7, le chiese di San Giacomo , san Lorenzo, san Nicola, san Giorgio, santa Barbara, santa Maria de monte e Sant’Apollinare in ipso monte, nella città e territorio di Rapolla ; 8, le chiese di Sant’Antonino, san Nicola, sant’Eustachio, san Martino, san Pietro di Berul , san Felice de Fugiano , san Giacomo, San Lorenzo e santo Stefano sub Cisterna , nella città e territorio di Melfi; 9, le chiese di san Fabiano e san Martino , di là dall’Ofanto; 10, le chiese di santa Barbara, san Marco, santi Giovanni e Paolo et omnium Sanctorum, in Lavello; 11, le chiese della santissima Trinità in Catuna, santa Maria dell’Olmeto, santa Maria in Edera e sant’Egidio, nel territorio di Spinazzola; 12, le chiese di san Salvatore e san Nicola, in Andria; 13, la chiesa di san Salvatore, in Gorgo; 14, la chiesa di san Chirico, in Molfetta; 15, la chiesa di sant’Angelo cum olivetis et trappetis, in Pacciano; 16, le chiee di san Matteo e santi Leucio e Caterina, nella città di Bari; 17, la chiesa di sant’Angelo, in Albero Lungo (presso Noicattaro); 18, le chiese di san Nicola di Varisenta, san Teodoro e san Martino, nel territorio di Salpi; 19, le chiese di santo Stefano e santa Maria del Calvario, in Plancano; 20, la chiesa di sant’Andrea, in Montemilone.

Indubbiamente, un ricco patrimonio: beni feudali, - intorno al Vulture, i due castelli di Statigliano e di Monticchio, la cella di Santa Maria di Luco, le due masserie di Vitalba e Lagopesole, e, giù tra Spinazzola e Minervino, il casale di Acquatetta; beneficii ecclesiastici, - sette chiese in Rapolla, nove in Melfi e sue vicinanze, quattro in Lavello, una in Montemilone, sedici lungo la marina da Salpi a Bari. Sassano non vi figura, forse perché compreso sotto il nome di una delle chiese trans Aufidi : dallo elenco del 1629 sappiamo venne dato in enfiteusi prima al duca di Venosa nel 1448, poi al conte di Sant’Angelo de’ Lombardi – unitamente con Pesco di Rago – nel 1541 ; in una carta del 13 aprile 1587 è parola di una ecclesia Sancti Stefani de Sassano in territorio Carbonarie, tuttora di proprietà della badia. Pure le terre di Foggiano non vi sono ancora comprese: un primo acquisto di esse, secondo l’elenco del 1629, non andrebbe oltre l’anno 1219, dietro permuta stipulata con un Marco d’Alemagna o Alemanno; solo più tardi costituirono un «priorato», il cui fitto, nel 1331, era dalla badia negato a un sopracciò di Rionero, Filippo de Rosata, già monaco dello stesso Monticchio .

. Come una parte di Foggiano finì poi nelle mani del vescovo di Melfi. Dice l’ARANEO . La badia, con tutte le sue terre della regione del Vulture, faceva parte della diocesi di Rapolla: CENCIO CAMERARIO, scrivendo nel 1192 de censibus ac reditibus olim ad Ecclesiam Romanam spectantibus, errò nel dire, che il «monastero vulturense», già tenuto a pagare al pontefice un’annua oncia d’oro, fosse compreso in Episcopatu Melphiensi . La bolla di papa Eugenio III del 9 giugno 1152, l’atto di transazione, di cui è cenno nell’elenco del 1629, intervenuto fra l’abate e il vescovo di Rapolla nel 1323 per la giurisdizione del casale di Sant’Andrea, e, infine, tutti i brevi pontificii da’ primi tempi sino alla unione delle due cattedre di Melfi e di Rapolla, non lasciano incertezze di sorta, checché ne arzigogoli l’ARANEO . Il vescovo di Rapolla, come già sappiamo, godeva feudalmente, non solo di alcuni casali intorno alla città (Santa Caterina, San Vitale), ma anche – di là da Santa Maria de Barelis – de’ seguenti della Valle di Vitalba: casali Rivinigri , Sant’Angelo de Atella , Santa Maria in Agiis , Santa Maria de Cerreto e San Lorenzo ; cinque, in tutto, de’ quali i tre ultimi assolutamente spariti. Ecclesiasticamente, poi, la sua giurisdizione si estendeva, oltre che sul proprio territorio e su quello di Ripacandida, ricca di quattro chiese, su sei parrocchie della valle, che erano: Agromonte, Finocchiaro (o Riovivo), cum Ecclesia Sancti Martini, Santa Maria di Perno, Armaterra, cum scclesia sancte Marie de la Grunda, Vitalba, cum ecclesiis sancti Nicolai de campis, ecclesia sancte Christiane,sancti Zaccarie prope flumen Tripo, Sant’Andrea (di Statigliano), cum territoriis suis. Mancherebbe Monticchio, propriamente detto, col castello, le chiese, et pertinentiis. Non sarebbe strano che in quel torno, et ab antiquo tempore, Monticchio fosse stato alla dipendenza diocesana del vescovo di Monteverde. Da secoli, e ancora oggi, Monteverde accampa non so che diritti di prelazione ecclesiastica sul santuario del Vulture: tocca al suo clero e al suo popolo entrare in esso, per i primi, processionalmente, a «croce inalberata», nella festività di maggio. Della stessa nostra valle, - San Fele, Ruvo e Rapone appartenevano alla diocesi di Muro , soggetta al metropolita di Conza; Montemarcone e, forse, l’oppidum Lacupensilis a quella di Potenza , che unitamente con la diocesi di Venosa sottostava all’arcivescovo di Acerenza. Santa Maria di Vitalba , p. 34. Lungo l’antica via mulattiera di Melfi, poco prima della «Cupa di Rapolla», dove si veggono alcune fabbriche dette ancora di «San Giacomo» (Libro Unico dello Stato della Concattedrale di Rapolla, fatto per ordine dell’illmo. Monsignor vescovo Basta nell’anno 1758 , cap. XVII, Mss. del Capitolo di Rapolla). Anche la bolla di papa Callisto II del 1120 annovera, fra’ possedimenti della badia, le chiese rapollesi di san Lorenzo, san Nicola, santa Maria e Sant’Apollinare del Monte, che la bolla di papa Eugenio III del 1152 dice, invece, appartenere al vescovado di Rapolla. Nessuna meraviglia per le prime due, poiché, sotto il titolo di ciascuno di que’ santi, Rapolla ne avea due: di san Nicola, una ante Episcopatum, proprietà del vescovo, lontana l’altra dall’abitato un miglio circa, nel luogo che ancor oggi ne serba il nome (Libro Unico ec.), posseduta dalla badia; e di san Nicola, una chiamata de Fera, in città, appartenente al vescovo, l’altra fuori delle mura, presso le grotte della così detta «Acqua di san Vitolo» (ib.), che spettava alla badia. Ma la contraddizione è inesplicabile, in quanto alle rimanenti due chiese montane, come per quella di San Nicola di Vitalba, essa pure, nel 1152, tuttora nelle mani del vescovo di Rapolla; e ciò rende, a parer mio, più che dubbia la bolla callistiana (Cfr. p. 99 del pres. vol.) – La chiesa di santa Maria del Monte, le cui mura sono ancora visibili, su alla Giaconella, restò sempre la grancia più notevole che Monticchio si fosse avuta lungo il versante orientale del Vulture, provvista di indulgenze da papa Urbano VIII, nel 1631. Abbreviazione, nella bolla originale, forse di Berulamio o Verulamio; in quella di papa Callisto è Berula: nomi, non più vivi né dentro né fuori della città di Melfi(Cfr. p. 68 del pres. vol.). Una vigna, in loco qui dicitur Sanctus Petrus de Serris, prope civitatem Melfie , era, nell’anno 1279, posseduta da’ Templari, i quali, del resto, avevano beni a Melfi, a Venosa, a Forenza, a Spinazzola e, nell’agro lavellese, magnum unum tenimentum in loco qui dicitur Geronus, tra l’Ofanto e l’Olivento, et territorium Parasacci, cum domo et optima massaria (Riassunto de’ diplomi esistenti nell’Archivio della R. Zecca, appartenenti all’Ordine de’ Templari, per opera dell’avv. FELICE PARRILLI, 1803, ff. 22 t. e 23, Mss. della Bibliot. Naz. Di Napoli, XV, D, 15). – Non può certo, cotesto Sanctus Petrus de Berul, riferirsi a quella piccola chiesetta di san Pietro fuori Barile, che il piano stradale della stazione ferroviaria obbligò a demolire alcuni anni or sono, poi che essa rimontava non oltre la metà del secolo XVII (A. BOZZA, Il Vulture , pp. 43-46). Nella bolla di papa Callisto è San Marziano. Casal diruto, a due chilometri da Andria, su la via delle Murge, dov’è ancora una chiesa del Salvatore. Oggi Pazzano, casal diruto a otto chilometri da Trani, a tre circa da Bisceglie, il cui vescovo accolse in città gli abitanti l’anno 1074. Era la curtis Papiani di alcuni diplomi del secolo X, riguardanti la chiesa tranese (UGHELLI, vol. VIII). Casal diruto, in quel di Barletta, non già nel territorio di Salpi, come parrebbe dalla bolla di papa Callisto (cfr. p. 101 del pres. vol.). Era conte di Sant’Angelo nel 1541 un Leonardo Caracciolo, discendente di quel Marino, a cui, poco dopo le nozze con la nipote di Attendolo Sforza, aveva nel 1427 il fratello Sergianni, gran connestabile del Regno, donato quella città insieme con le terre di Andretta e di Lioni e con casale disabitato di Monticchio de’ Lombardi [Scritti vari, p. 118; Santa Maria di Vitalba , p. 58], da lui Sergianni acquistati dalla Curia per il prezzo di ducati diecimila (MINIERI RICCIO, Studi storici su’ fascicoli angioini, Napoli, 1863, p. 45). Un Alemanno da Melfi, monaco, morì a Montecassino «in odore di santità», secondo PIETRO DIACONO (ad. Leo. Ost., lib. 4), nell’anno 1115. Rionero Medievale, pp. 58 e 125. ARANEO, op. c., p. 157. «Il vescovo Caruso(1412-27) permutò le prestazioni annue che si pagavano alla mensa di Melfi dalla badia di Monticchio con i fondi di questa denominati Foggiano e santo Stefano». E non sarebbe il solo degli errori: Banzi, una volta è Monasterium de Banza nel vescovado di Anglona, un’altra è semplicemente Monasterium Sancti Angeli de Bandi ; e la spiegazione, che ne vorrebbe dare il FABRE (op. c.), assolutamente non regge. – Anche la badia di Santa Maria in Elce, presso Calitri, è detta, erroneamente, in Edera. Non solo arzigogola (op. c., p. 510, in n.), ma adultera il testo del Liber Censuum (cfr. nel MURATORI, ec., 856 e 857), introducendo per il vescovado di Melfi la data del 1059 e per quello di Rapolla del 1154, che non vi esistono né poco né punto. Presso Rionero doveva trovarsi, secondo la bolla eugeniana, una chiesa Sancti Angeli de Eremitis , il cui nome lascerebbe supporre o una «dipendenza» de’ basiliani di Monticchio, ovvero una propria «laura» autonoma, anteriore o coeva al primitivo Rionero medievale (cfr. Rionero medievale, p. 62, in n.): a meno che – credo ora dover aggiungere – non si sia trattato di un’antica chiesa di Sant’Angelo sotto le mura della stessa Rapolla, già decorata di colonne, delle quali una fu poi messa in piazza e chiamata «cannale», perché munita di un guinzaglio a catena, cui si legavano alla berlina i ladri (Libro Unico ec.). La presente chiesetta suburbana di Sant’Antonio [da Vienna] presso Rionero, che il CAPPIELLO (op. c., pp. 7, 8 e 17) dimostra non andar oltre la fine del secolo XII, e che quindi potrebbe essere succeduta a quella di sant’Angelo degli Eremiti, passò tardi in potere di Monticchio; non prima, secondo me, del 1782, in cui Monticchio venne aggregato all’ordine Costantiniano, che vi avrebbe costruito in conventino allato per ospitare i cappuccini infermi: «tutte le chiese di ‘Sant’Antonio di Vienna’, scrive il D’APRILE (Memoria per la Regia Mensa Vescovile di Melfi contro l’Università di Rionero , ec., p. 22), furono incorporate nell’Azienda dell’inclito Ordine Costantiniano, per Sovrane Disposizioni. I preti, fino allora impegnati a procurarsene le patenti come abati, erano i meno costumati, perché altro oggetto non avevano se non di sottrarsi alla giurisdizione del proprio Ordinario. – Già, quel che gli stessi loro predecessori, «i frati di sant’Antonio», che io credo non abbian mai albergato in Rionero, divennero per tempo qui tra noi ( Rionero medievale , p. 63, in n.) e in tutta Italia, è saputo. DANTE, parlando de’ frati predicatori, segnatamente degli antoniani, diceva: Di questo ingrassa il porco Sant’Antonio / Ed altri assai che son peggio che porci; e il BOCCACCIO (Dec., gior. VI, nov. 10ª): «quindi pervenni in Terra di Menzogna [nello Stato della Chiesa], dove molti de’ frati di sant’Antonio e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti ogni disagio andavan per l’amor di Dio schifando, spendendo moneta senza conio», ossia, spacciando scioccherie, come quelle di fra Cipolla passate in proverbio. Santa Maria di Vitalba , p. 14. Rionero Medievale, p. 27. Ib., p. 10, in n. Le chiese di san Donato, San Zaccaria, san Pietro e san Giorgio. – Il vescovo di Melfi G. V. Acquaviva d’Aragona (1536-46) costruì la presente chiesa madre di Ripacandida, «dove riunì tutto il clero paesano, diviso prima in due parrocchie, l’una a mano destra del castello in capo della bastia sotto il titolo di san Bartolommeo, l’altra a mano sinistra verso mezzogiorno in fine della strada detta la Rua sotto quello di san Nicola (G. B. ARANEO, Vita del Gran Servo di Dio ec., p. 37). I nomi de’ due santi fanno pensare alle due prime denominazioni, la longobarda e la bizantina; e che il ducato di Benevento abbia compreso, nelle sue terre del Vulture, anche Ripacandida, non è dubbio: da tempo immemorabile «San Bartolommeo è il principal protettore di Ripacandida», che invano, nel 1721, «procurò di poter ricevere in dono da’ cappuccini di Monticchio, nella cui Grotta si dice essere il Serafico comparso, qualche particella della preziosa reliquia di quell’Apostolo» (Ib., p. 54; cfr. p. 71 del pres. vol.); ed è noto, del resto, che il prossimo casale di Ginestra «era anticamente chiamato Massa Lombarda» (cfr. Rionero medievale, p. 65), succeduta, forse, a un praedium Cinianum seu Cilianum dell’età romana, non ancora spento del tutto nell’anno 1301 ( Il Castello di Lagopesole , pp. 117 e 213). Santa Maria di Pierno , pp. 25-26. Contrariamente a quello che ho scritto altra volta ( Santa Maria di Vitalba , p. 11; Il castello di Lagopesole , p. 21).

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