I percorsi di Giustino Fortunato

date

1904

author

Fortunato, Giustino

title

La Badia di Monticchio [estratto n.8]

summary

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bibliography

  • La Badia di Monticchio, Vecchi, Trani 1904, pp. 228-231

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Che siano i benedettini, non molto dopo il tremuoto del 1456, andati via tutt’insieme e di propria elezione, ovvero per decreto della Sede pontificia, non è possibile dire con sicurezza. Certo, era interesse – ed anche obbligo canonico, ché non invano Pandolfo erasi raccomandato alle preci monacali di tutti i secoli di là da venire! – interesse e obbligo de’ cardinali commendatari di mantener sul posto una comunità religiosa: fra’ documenti della Nazionale di Napoli sono due del 1534, curiosissimi per alcun verso importanti, e da me fedelmente trascritti, da cui apprendiamo che un Francesco de Alessandrellis e suo figlio Pirro Antonio, di Atella, donavano tutto l’aver loro, la loro casa nella parrocchia di Sant’Eligio e un lor feudo di Poggio Bernardo (breve terra sativa, presso la borgata Filiano), al monistero di Monticchio, sotto condizione di esservi ammessi a «professar vita monastica», e, quindi, sostentati «al pari degli altri», e Pirro, poco più che ventenne, «addottrinato»; rifacevano il corso de’ secoli, que’ due «inspirati da Dio» (vittime, o non, d’una marioleria notarile), al pari di quel Sasso Ruranolo di Puglia, che nel 1138 si faceva monaco del Gargano, donando al sacro cenobio tutt’i suoi beni. Nel 1534, dunque, v’era ancora un monistero, che un commendatario, semplice prete, e un prete della forza di Gian Francesco Carafa!, si dava pur pensiero di tener su alla meglio; ma, certo, quello non era più un monistero benedettino. Cinquantasette anni dopo, ossia nel 1587, il cardinal de Altemps, ricorrendo a papa Sisto V contro lo spogliamento già subito dalla badia avuta in commenda, la dice ordinis Sancti Augustini spectantem, uno de’ quattro ordini «mendicanti»; e, nel fatto, potrebbero per alcun tempo gli agostiniani esservi stati, poi che a lungo ebbero stanza in Atella , in Melfi, in Venosa; e nella stessa Banzi, già considerata tra le maggiori del Regno, essi, gli agostiniani, erano già regolarmente succeduti a’ benedettini fin dall’anno 1536 . Che più? Finanche il cardinal Federico Borromeo seniore, scrivendo a papa Gregorio XV nel 1622, addolorato, come il predecessore, delle continue ruberie commesse a’ danni del monistero, di cui è abate commendatario, egli stesso, che pure avea colà mandato i frati cappuccini, non sa più raccapezzarsi e, uscendosene per il rotto della cuffia, o, se piace meglio, lavandosene le mani come Pilato, lo chiama, senz’altro, Sancti Benedicti seu alterius ordinis pertinentem…I benedettini, avessero o no meritata la dura sorte, disparvero oscuratamente di su dal Monte Vulture col morire del secolo XV, che segnò, anche per l’ Italia Meridionale, la fine del medio evo. Rimase l’etichetta o, se dispiace lo spagnolismo, ormai dell’uso comune, il cartellino che si appone alle bottiglie di vecchia fabbrica, quando anche la rinomata Casa non abbia più né i padroni né il valore d’una volta….

IL BOLLARIO ROMANO non ha editti riguardanti la soppressione, da sola o unitamente con altre, della badia di Monticchio. È quindi priva di fondamento l’affermazione contenuta nella Breve istoria, di cui è parola poco appresso, del convento de’ Cappuccini nel bosco di Monticchio in Basilicata (Napoli, 1805, p. 5). DOC. LVIII e LIX. MINIERI RICCIO, Saggio di Cod. dipl., vol. I, p. 270. D’ALOE, La Madonna di Atella , p. 14. E vi durarono fino al 1665, quando, pubblici ricettatori di briganti, rivoltosi e omicidi, furon cacciati via, e il cardinal commendatario, un Barberini, cardinale a soli ventidue anni, pensò sostituir loro i Minori Riformati. È così caratteristico il racconto del fatto cui dovettero il licenziamento, che io non so resistere alla tentazione di riprodurlo qui dal Mss. PANNELLI, p. 225: «notissimo è che intorno alla metà del Seicento furono ingombre di banditi le province tutte del Regno; ed appena bastò per esterminargli il vigore e la potenza dell’intrepido Marchese del Carpio, allora viceré di Napoli [don Gasparo de Haro y Gusman, marchese del Carpio, qui giunto nel 1686 e qui morto in capo a un anno]. Ne erano sopra ogni altra contrada ripiene le vastissime contrade di Banzi, ove occorsero, l’anno 1665, alcuni dell’Udienza provinciale di Basilicata con numerosa squadra di birri: al cui avviso, ritiratisi i malviventi dentro la badia e quivi serrate le porte, e col favore de’ frati fortificativisi, si misero in istato di difesa. Non essendo a que’ dell’Udienza riuscito né con promesse né con minacce d’indurre essi frati ad aprire le porte, tentarono di farsi adito a penetrare addentro coll’aiuto delle scale: ma quando un de’ loro caporali, oltre ad ogni altro animoso ed ardito, si disponeva ad entrare per la finestra in una cella, ove abitava un tal P. Alessandro da Matera, questi, niente meno di lui bellicoso, veggendolo carico d’armi, e con un coltello in mano sguainato, fu pronto a poggiare lo schioppo su la soglia della finestra ma in modo che non si vedesse al di fuori, e dato fuoco al comparir della testa del caporale, ferillo in mezzo alla fronte, onde cadde morto dalla scala. Quindi lo stesso colpo, come fu scritto, o altro, come sembra piè verosimile tirato dallo stesso frate, andò a ferire ed estinguere altro birro, che salito su di un melo incontro e presso alla detta finestra, pensava per esso introdursi nel monastero. Per vendicare un tale attentato si ricorse dal Ministro di quella spedizione alla vicina terra di Genzano, dove al suono della pubblica campana adunatosi buon numero di gente armata, andossi in Banzi ad espugnare il monastero. Ne erano in quel mezzo usciti i malviventi, i quali imboscatisi nelle circostanti foreste, se ne stavano sicuri: restando solo dentro il ricinto della badia i pochi frati con non molti contadini, che chiuse e rinforzate le porte si tenevano quivi guardati. Sopraggiunta intanto la nuova comitiva, né si volendo acchetare, ancorché sapesse che ne fossero partiti i malviventi, ottenne, tra con le minacce di ferro e fuoco, e soprattutto con le promesse avvalorate da giuramenti prestati, e non curata l’immunità del luogo e delle persone, si diedero a percuotere, ferire, e insanguinare indifferentemente religiosi e contadini, e con maggiore rabbia si avventarono contro il P. Alessandro, che d’ogni altro più malmenato condussero legato e quasi strascinandolo alle carceri pubbliche laicali del Tribunale della provincia. In quel tumulto un caporale, soprannominato il Cieco di Nusco, ebbro di furore per non aver trovato in chiesa que’ che vi credea rifugiati, diede con un colpo di coltello sulle gambe di un crocifisso, donde è costante fama che miracolosamente sgorgassero alcune gocciole di sangue: il qual Crocefisso ora si conserva nel Coro di notte del nuovo convento coll’iscrizione del fatto».

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