Lungo la costa dell’Adriatico, dalla foce del Po al capo di Leucade, quello dell’Ofanto è il maggiore dei nostri bacini fluviali, avendo un’estensione di oltre duemila cinquecento chilometri quadrati, e una percorrenza di centosessantasei chilometri, ossia quattordici di più dello stesso corso dell’Aterno-Pescara: e, del resto, in confronto di tutti i fiumi di
…quel corso d’Ausonia, che s’imborga
Di Bari, di Gaeta e di Catona,
Da ove Tronto e Verde in mare sgorga,
Eppure il grande «Àufidus» degli antichi geografi, il «fecondatore», secondo la probabile etimologia delle primitive radici di nostra lingua (udh sanscrito, ūf italico, ub latino), non è se non un torrente: immenso fin che si vuole, ma un torrente, gonfio e impetuosissimo ne’ brevi giorni piovosi, assolutamente scarso nelle lunghe, persistenti stagioni di magra, la sua portata massima è di oltre duemila trecento metri cubi al minuto secondo, ossia di poco inferiore a quella della Pescara, che le giogaie degli Abruzzi sostentano; presso a Canosa, nelle piene maggiori, il pelo dell’acqua raggiunge alle volte un’altezza di sette metri sul fondo. Ma la minima, che per tanti mesi dell’anno è addirittura la portata normale, riesce a mala pena di un metro cubo e mezzo, mentre la Pescara ne ha una di diciotto, il Garigliano di venticinque, il Sele i ventinove, il Volturno di trentadue: al ponte di Santa Venere, la sua media estiva è solo di un quinto di metro cubo al minuto secondo. Così, più che il letto di un fiume vero e proprio, di un corso perenne, alimentato da vive sorgenti, il bacino dell’Ofanto è, in realtà, un enorme scolatoio di acque piovane, cadenti a precipizio da’ terreni terziari – eocenici e miocenici – dell’uno e dell’altro fianco dell’altra sua vallata. Quelle acque, perciò, non sono potabili, perché ricche di solfati di calce, di sali alcalini e di cloruri di magnesio.
L’alta valle ofantina, coperta tutto intorno da un vario giro di colli e di monti cretacei, si protende per sessantacinque chilometri dallo spartiacque di Nusco al ponte di Santa Venere, inclinando verso greco nel primo suo tratto, verso tramontana nel secondo. Scaturisce l’Ofanto, umile ruscello, su ne’ campi di Torella de’ Lombardi; di là da Lioni si serra in una gola, donde cade, per un’altezza di ventidue metri, nel piano di Conza della Campania: poi di nuovo i chiude fra le strette di Cairano, ma tosto si riallarga nella insenatura sottostante Calitri, in cui sbocca la fiumana di Atella, il meno povero di tutti i suoi affluenti; e da quel punto in giù, prima lungamente si restringe tra le forre di Monticchio, indi si riapre per l’ultima volta nella cerchia di Monteverde, finché, piegando di un tratto a gomito verso levante, si volge, oltre le pendici del Monte Vulture, nella distesa di Puglia. Da Torella a Lioni scorre il fiume per undici chilometri, in mezzo ad alberi e a terre lavorate: da Lioni a Cairano per diciassette, da Cairano a Monticchio per diciotto, da Monticchio a Rocchetta Sant’Antonio per diciannove, sempre libero in un greto nudo, sterminato di ciottoli e di arene bianche. Alle origini l’altezza sul mare è di settecento metri, ma di là dalla cascata di Lioni è già meno di cinquecento; presso le chiuse di Cairano è di quattrocento, alla confluenza della fiumana di Atella di trecento, al ponte di Santa Venere di poco più di duecento. Da quel ponte al porto di Barletta intercedono ancora cento e un chilometro, i quali si distendono, pigri e lenti, in quella, che si chiama ed è, la bassa valle canosina dell’Ofanto.
Certo, non sempre l’Ofanto fu quale è oggi. Ben altro doveva essere diciotto secoli addietro, quando non ancora quella enorme, intricata boscaglia di abeti, di roveri e di cerri, che ammantava tutto l’Appennino, era venuta a mancare sotto i colpi della scure devastatrice di Roma; quando, cioè, non ancora la pastorizia sannitica aveva ceduto, inconsultamente colà, all’agricoltura italica; quando non ancora dalle argille scagliose degli altipiani irpini e lucani l’aratro avea strappato quell’impenetrabile paludamento, di cui è lontana memoria nelle leggende popolari, e che arricchiva d’ogni dove le vene sotterranee di acque perenni e sorgive. Allora, sì, era ben altro il «tumido», il «fumante», il «furente», Ofanto di Caio Silio, l’Ofanto «sonante», «aspro», «violento» delle odi oraziane, cui il Venosino, come già Omero per lo Scamandro, e tutti gli scultori e i pittori dell’antichità per le grandi fiumane, dava l’attributo di «tauriforme», quasi col rapido corso e la gran copia delle acque mandasse intorno il mugghio del toro.
Ben altro, senza dubbio, era ne’ giorni in cui Strabone, contemporaneo di Orazio, scriveva nel sesto libro della sua meravigliosa opera, che «dalla bocca dell’Aufidio all’emporio di Canuso, andando a ritroso della corrente (amne adverso), vi è un tragitto navigabile per «novanta stadii», ossia per sedici chilometri circa, quanti ne corrono da Barletta a Canne! Ora gli acquitrini sono alla foce, non meno che nelle conche più deserte dell’alta vallata: e da per tutto, per assai lunghi tratti del fiume, ne’ torridi mesi della estate, il velo delle acque rimane stagnante, come in una immensa, selvaggia palude stigia, sacra alla malaria. Fierissime, per ciò, son oggi le febbri in tutto il bacino dell’Aufidio.