I percorsi di Giustino Fortunato

date

1904

author

Fortunato, Giustino

title

La Badia di Monticchio [estratto n.10]

summary

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bibliography

  • La Badia di Monticchio, Vecchi, Trani 1904, pp. 260-264

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I commendatari, avidi e rapaci, da’ grandi nomi altisonanti, e i non pii eremiti nullius ordinis, favoreggiatori più o meno volontari di briganti, costituiscono, in tutto il corso del cinquecento, durante i foschi regni di Carlo V e Filippo II, il primo piano del quadro: il fondo è interamente rappresentato da una gran folla anonima, punto ecclesiastica, ma non meno profana, ossia, da’ briganti stessi, quelli ormai della leggenda da’ cappelli a punta e i fucili a tromba, - padroni effettivi di Monticchio. Fortuna per il Vulture, che lontano dal mare, esso non ebbe anche da paventare le scorrerie de’ pirati o le sorprese de’ turchi barbareschi in guerra con la Spagna! Dalle alture di Barile, più d’una volta i suoi abitatori videro paurosamente, ma al sicuro, adombrarsi di vele nemiche l’azzurro, lontano specchio del golfo di Manfredonia…

Il brigantaggio era stata una condizione permanente del nostro paese, contro cui bisognò da secoli premunirsi come contro malaria, o meglio, rassegnarsi a’ due flagelli come a casi disperati. Ma nel cinquecento, specialmente su per i monti di Basilicata, il brigantaggio crebbe e pullulò come non mai ne’ tempi andati; non mai come allora parve fra noi più materialmente vera la sconfortante sentenza del gran filosofo pessimista di quella età, TOMMASO HOBBES: homo homini lupus… «LEANDRO ALBERTI, uno che fu de’ primi dopo il Risorgimento delle lettere, il quale scrivesse delle cose geografiche d’Italia, viaggiando per le regioni del Regno nel 1526, arrivò in certe parti di Basilicata, da quel lato che è accosto all’aperta valle del Tanagro; e, convien confessarlo, non ebbe a ritrarne una troppo gradita impressione, se, oltre a molta reminiscenza dell’antica geografia moderna, non gli viene ricordato altro di più segnalato o i più leggendario alla regione, che selve di boscaglie, ove sogliono nascondersi e annidare, egli diceva, i ladroni. L’asperità delle vie, le difficoltà del cammino, le paurose ansie del viaggio ebbero a imprimersi nella memoria di lui con ben triste efficacia; poi che dimostrando onde fosse venuto che il vasto paese, da Lucania che era detto nell’antichità, passò a dirsi presso i moderni di Basilicata: può essere, egli risponde, che traesse il nome dalle asperità e difficoltà dei monti che vi sono e dele vie tortuose, sassose e fangose ne’ tempi del verno, tanto fastidiose e faticose come un Basilisco» . La estrema miseria e uno stato di civiltà ancora semibarbaro, la insania e il torpore di un governo ladro, abiettamente schiavo della Curia romana, queste le cause, che aumentarono il male. I nomi, soltanto, erano mutati; le cose, o identiche o assai peggiorate. Dagli aragonesi in poi, non più «giustizierati», ma «province», il cui capo fu detto «preside»; e questi non più giudice unico, ma capo senza voto di un consiglio di «uditori», donde le «regie udienze provinciali», ossia, i tribunali: un progresso, certamente, se gli uffici non fossero stati venduti o dati in fitto, e se i giudici non avessero avuto all’intorno un gran numero di subalterni senza soldo, gli «scrivani», de’ quali è tuttora proverbiale la corruttela. La forza armata, di cui si servivano il preside e l’Udienza, e, più che essi, il «regio percettore», era composta di alcune poche «squadre di campagna» e de’ «fucilieri di montagna», accozzaglia di gente quasi sempre altrettanto vile quanto prepotente, atta più che mai ad attirarsi l’odio e il disprezzo delle popolazioni ancora forzatamente serve di baroni, di chierici e di frati, i tre ordini di gente privilegiata, usi, del resto, a farla in barba delle leggi. Che meraviglia se durante quel secolo i re veri delle campagne, come li chiamò il popolo, furono alcuni capi di briganti, Re Cuollo, negli Abruzzi, e Re Marcone, nelle Calabria , che marciavano ognuno con mille uomini armati, e se l’alta valle dell’Ofanto diede spesso rifugio al Malatesta della «terra d’Evoli», contro cui il preside di Principato Citra e Basilicata ottenne, in via eccezionale, di procedere ad modum belli et per horas ?

- «Sappia Vossignoria», scriveva da Napoli al duca di Firenze il suo agente, «che i costumi di questo popolo sono molto differenti da quelli de’ nostri paesi, e le leggi del Regno non così come i nostri statuti: qui non fa meraviglia che le campagne sieno in potere de’ malviventi, e calunniare non è qui disonore, e mentire ne’ tribunali, purché spedischino, è cosa solita; se poi vedesse che cosa sono i Nobili e gli Ecclesiastici, si stupirebbe». «Le leggi sono savie e prudenti», gli avrebbe subito, un po’ seccato, dato su la voce il GIANNONE, anch’egli, e me ne duole, vinto dal bisogno di piegare le ginocchia all’eroico, fingendolo dove non è, e, quindi, non mai dividendosi da un viceré, del quale ha pure narrato le opere ree, senza tributargli elogi: «le leggi sono savie e prudenti, e solo è da desiderarne», piccola bagattella! «la osservanza e la esecuzione…».

Perché l’osservanza e l’esecuzione, con quella specie di governo, e, per giunta, con quella razza di nobili e di ecclesiastici, non erano assolutamente possibili.

Tal quale è avvenuto, ora è poco, al NITTI , che trovandosi una sera a Strasburgo nella gentile ospitalità di uno scienziato tedesco, ebbe dalla padrona di casa la dimanda: «che nome ha la terra d’Italia in cui siete nato?». « Basilicata », rispose il NITTI . Il nome riesciva nuovo, ed egli dovette continuare: «è una terra ancora più meridionale di Napoli, molto grande, grande la terza parte del Belgio, più grande del Montenegro; non ha città fiorenti, né industrie. La campagna è triste e gli abitanti sono poveri. È bagnata da due mari, e l’uno e l’altro hanno costiere assai malinconiche; dintorno ha le Puglie, i Principati, le Calabrie». Allora la interlocutrice, non facendolo quasi finire: «il vostro», disse, «se è tra le Calabrie e le Puglie, dev’essere il paese dei briganti». (Nella «Vita italiana del Risorgimento», seconda serie di Conf. fiorent., I, p. 75). HOMUNCULUS (RACIOPPI), Storia della denom. Di Bas., p. 13. La Basilicata, tanto per il preside quanto per l’Udienza era stata unita alla provincia di Salerno: tornò provincia separata e autonoma solo al tempo del viceré don Ramiro Filippo de Gusman, duca di Medina, principe di Stigliano perché marito di donn’Anna Carafa, viceré in Napoli dal 1637 al ’44. Il capoluogo fu a lungo vagante. – RACIOPPI, op. c., vol. II, pp. 322-26. Non peggiori, del resto, delle milizie regolari. La sola dimora temporanea, il semplice passaggio di un reggimento di soldati costituiva, per una città, un grosso guaio e, insieme, un pericolo: due volte, la prima nel 1557, la seconda nel 1563, Melfi fu costretta di ricorrere alle armi, tanto le parve insopportabile la insolenza; e la seconda, in espiazione del grave conflitto, per poco il sindaco e gli eletti non vennero condannati alle triremi, remigent quia melphienses: ARANEO, op. c., pp. 352 e 355. «Fattosi re di ladri, Cuollo teneva il modo antico di non ammazzar, ma di robbare; eccetto frati, ché quanti gli ne capitavano per le mani, a tutti toglieva la vita: e solo con uno suo che lo teneva per amicissimo e si fidava di lui del tutto, fu poi tradito per conto di una sua donna bellissima, della quale uno parente di questo frate tanto amico s’era innamorato (an. 1540: Lettere di Piero Musefillo al Duca di Toscana, nell’«Arch. Stor. It.», tom. IX, p. 112. – Avendo Re Marcone trovato un povero studente dottore di Crotone che tornava dallo studio di Napoli, gli ha fatto stracciare il privilegio che portava, e gliene ha fatto fare un altro, come quello di Calabria fusse il suo Regno (an. 1563): Ib., p. 96. Nuova Collezione delle prammatiche del Regno di Napoli, 1804, tom. IV, p. 217. – A Monticchio, presso la magnifica sorgente di «Capo d’acqua», che è in capo del vallone degli Ederosi, è una fratta, che i pastori chiamano ancora «il ricovero dei Malatesta».

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