I percorsi di Giustino Fortunato

date

1904

author

Fortunato, Giustino

title

La Badia di Monticchio [estratto n.11]

summary

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bibliography

  • La Badia di Monticchio, Vecchi, Trani 1904, pp. 280-284.

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E la gora morta del seicento, a Monticchio come da per tutto, scorse lenta e oscura.

Poco possiamo dire di Monticchio, durante quel secolo. Parve per un momento che la rivolta di Napoli del 1647, famosa sotto il nome di Tommaso Aniello d’Amalfi, dovesse dar fuoco alle polveri anche sul Vulture-Melfese: la Basilicata, insieme col Principato Citra, furono, scrive il PARRINO, «le più contumaci del Regno», e non ultima parte né moti della provincia, di cui mi toccherà dire altra volta, spettò a quel Matteo Cristiano, nostro conterraneo di Castelgrande, al quale, in compagnia o non del suo collega di avventure Ippolito della Pastena, salernitano, non dovettero già prima essere ignote le sicure macchie del maggior bosco dell’Ofanto. Ippolito, per esempio, non mancò, dopo la sommossa, di avanzarsi fin sotto Melfi, tenendola cinta per alcun tempo d’assedio; ed anche l’annunzio del sacco e dell’eccidio della badia basiliana di Carbone, allora pur essa retta in commenda, anche la voce, assai più vicina, del massacro della famiglia baronale di Balvano, sorpresa di notte nel forte suo castello, non potettero non giungere, e temo non abbastanza aborrite, agli orecchi de’ rioneresi, il cui casale risorgeva, in tanto, dalle ceneri, non meno riottoso di prima…Ma tutto, o poco meno, tacque lì intorno, che l’onda della insurrezione non risalì oltre il margine di Lavello e di VenosaVenosa. Anzi, da quegli anni in giù, le condizioni della pubblica sicurezza, lì come ovunque, migliorarono alquanto; né già perché il numero de’ banditi scemasse, ma solo perché sparvero via via le grandi squadriglie armate: il ricordo delle «compagnie di ventura» o si era del tutto cancellato dalle menti, o non avea più presa sugli animi. Restarono i «capi di comitive», - come poco avanti, nel ’30, su per l’alta valle dell’Ofanto e in Monticchio, i fratelli Cesare, Francesco e Diego Marcangioni, di Eboli, il superstite de’ quali fu condannato a marcire nel carcere baronale di Melfi , e poco appresso, sul declinare della sua fortuna, l’Abate Cesare, che lasciò il nome, in Monticchio, alle grotte pastorizie soprastanti a San Lorenzo delle Paduli : quell’Abate CesareAbate Cesare, un chierico di Nola, che «in mezzo alle sue scelleraggini», afferma il BULIFON, «fece molte opere pie, conservando sempre l’onore alle zitelle né mai permettendo i suoi compagni insultassero alcuna donna»; e che, ferito a morte l’agosto del ’72, nel bosco tra Pietrapertosa e Corleto, ritrattosi in un convento di francescani e ivi sepolto, venne esumato da’ birri e il reciso teschio, su cui era una forte taglia, portato fin dentro Napoli, ad onta delle scomuniche del vescovo di Tricarico … .

Fu il secolo de’ malanni, quel buio gesuitico seicento, così dolente ne’ quadri di Salvator Rosa, così orrido nelle tele di Micco Spadaro: fra’ due terremoti del 1627 e del ‘94, che tanto danneggiarono, il secondo in particolar modo, il Vulture, corse la peste, la gran peste del ’56, che desolò Napoli e infierì per tutto il Regno, meno Terra d’Otranto e le Calabria, ove il contagio non giunse. La sola nostra provincia perdette il quarto della popolazione: da duecentomila, a centocinquanta. La intensità del morbo fu massima il settembre e l’ottobre; né libri parrocchiali de’ morti ancora si leggono annotazioni come queste: in lectulo suo, exctintus peste, inventus fuit; ovvero: in via peste affectus obiit; ed anche: cadaver eius insepultus iacet in via. Spesso, in mezzo a que’ funebri elenchi, si legge, scritto con mano tremante dal povero arciprete: «questo è l’ultimo di sua famiglia»; in alcuni: «non si può non aver notizia degl’innumerevoli morti»; in altri, alcune semplici esclamazioni: horribile dictu, hoc est flagellum Dei! . E il culto dell’Arcangelo rifiorì: a San Michele, alle celebri sue caverne del Gargano e di Monticchio, -

Hic Michael fortis cunctis de partibus orbis Quot veniunt parcit,

- tornarono in frotta i superstiti dell’immane sciagura; a lui, «leggiadro e brillante come un nobile paggio militare», tal quale lo avea allora dipinto Guido Reni nella chiesa de’ Cappuccini a Roma, le gambe nude, i calzati piedi sul capo del maligno serpente, contro del quale fu già invano scagliata la prima maledizione, - oh, a lui, dopo tanto spazio di tempo, tornarono contriti i miseri figli di Eva, nuovamente imploranti il suo braccio in difesa delle insidie, che loro tendeva, che loro avrebbe sempre teso l’implacabile nemico! Forse non sopraggiunse, di lì a poco, nell’83, per colmo di misura, una delle più terribili carestie, che a memoria d’uomo sieno mai state nella bassa Italia? Tra noi, in Basilicata, gli abitanti si ridussero a tale un’estrema povertà, che, come que’ di Teana, «dopo la mala raccolta non avendo più grano, la maggior parte si cibavan d’erbe per le campagne, e molti ne morivano di fame». Le carestie, certo, non sono più possibili. Ma, per la vigoria di un popolo, o non importa lo stesso, se pure non è peggio, l’abituale forzata insufficienza di cibo da parte de’ lavoratori, dovuta alla scarsa ricchezza e, quindi, al crescere della popolazione in misura moto maggiore de’ mezzi di sussistenza?

GIUSTINIANI, Diz. Geog., vol. II, p. 161. Ne’ giornali mss. del BULIFON è la seguente statistica del bigantaggio del Napoletano ne’ soli quattro anni dal 1675 al ’79: «capi di banditi accordati, 103; banditi accordati, 1438; teste di capi uccisi, 57; teste di banditi uccisi, 311; capi di banditi giustiziati, 17; banditi giustiziati, 131; condannati in galera, 913; condannati alla guerra, 167: totale, 3137». «Bel servigio», aggiunge il diarista, «se non fosse l’idea che quanto più ne uccide più ne risuscitano». Come quella di un centinaio di ladroni, che nel ’40 entrarono in San Mauro Forte, assediarono, per più giorni, le case de’ signori, e vinta la partita, uccisi questi, tranquillamente si ritirarono, con i muli carichi del bottino alla cavezza, nel bosco. PENNETTI, Notizie storiche di StiglianoStigliano, 1889. Nuova coll. delle pramm. ec., ib., p. 243. La torre più alta del castello, nel cui pianterreno erano le carceri, è ancora chiamata «la torre di Marcangione». Arch. stor. per le prov. nap., an. 1889, p. 324. «(3 agosto). Sono stati tremuoti in Puglia che hanno ruinato San Severo, Torre Majore, Cirignola, San Paolo, e altre terre, e vi sono morti da circa 7000 persone, e il vescovo Venturi a San Severo; e fu di giorno, che la gente era a mietere in campagna, che altrimenti sarebbero morti di più». Dal carteggio del MUSEFILO al duca di Toscana (nell’«Archivio stor. it.», ib.). Vera e distinta Relazione del Terremoto accaduto in Napoli e parte del suo Regno a giorno 8 di settembre 1694 , in Napoli, 15 ottobre 1694, per Domenico Antonio Patrino e Camillo Cavalli (Bibliot. Sismica del C.A.I. di Napoli, VI, F, 33). Cfr. ARANEO, op. c., p. 358. La peste del 1656, nel giornale «Il Foglietto» di LagonegroLagonegro, 16 agosto 1903. TAINE, Vayage in Italie, tom. I, cap. VIII – Oggi la immagine del san Michele di Guido Reni è sui cartellini delle bottiglie d’acqua alcalina delle sorgenti di Monticchio.

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