I percorsi di Giustino Fortunato

date

1899

author

Fortunato, Giustino

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Santa Maria di Perno [estratto n.1]

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  • Santa Maria di Perno, V. Vecchi, Trani 1899, pp. 7-17.

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Delle due iscrizioni latine, che sono scolpite al sommo della porta della chiesa di Santa Maria di Perno, fabbricata su la china boreale dell'Appennino di Santa Croce, in vista di tutta quanta la sottoposta Valle di Vitalba , è forse più noto il significato che la parola: tanto esse, e per le molte abbreviature del carattere gallo-franco, e per le non poche corrosioni della pietra calcare, sono variamente ed erroneamente rese cosi nei rari manoscritti come nelle più rare allegazioni, che tuttora avanzano, delle controversie giurisdizionali del secolo XVIII.

Or io ho potuto rilevare il calco di queste iscrizioni, difficilissimo a leggere.

La prima è formata di quattro linee orizzontali, incise su l'architrave della porta. Trascrivo in piccolo corsivo le lettere completamente obliterate od appena visibili:

hAC GILLEBT’ DE BALBA DEDicat ÆDEm in q alTAr posuit diviNA POTTIA SED’ FECIT UT A DNO FERRET CELESTE TALETu hic oras amas poter’ SAL- VARE PARETV ANO MIL CET OCTGMONONO NrE SAlut’ cEL MAG SAROL’ ET ROG FR EI’ E’ A LIOR’ MAGISTROR MURANE CIVTATIS FECER’ HOC OP’

Sono, nelle prime due linee, quattro versi leonini, a' quali seguono la data della costruzione e i nomi degli artefici. La iscrizione va dunque letta così:

Hanc, Gillebertus de Balban dedicat aedem, In qua altar posuit divina potentia sedem. Fecit ut a Domino ferret celeste talentum; Hic orans, aninias poterit salvare parentum. Anno millesimo centesimo octuagesimonomo nostre salutis celestis, Magister Sarolus et Rogerius frater ejus et aliorum magistrorum Mu- rane civitatis fecerunt hoc opus.

Ossia: «Gilberto da Balvano dedica questo tempio, in cui la divina potenza ha posto per sua sede l'altare. Ciò ha fatto per ottenere dal Signore la grazia celeste: qui pregando, potrà aver salve le anime de' suoi genitori. Nell'anno di nostra salute 1189, maestro Sarolo e Ruggero fratello di lui e di altri maestri della città di Muro fece cero questa opera».

La seconda iscrizione è scolpita in due righe circolari concentriche su l'archivolto, e in quattro linee orizzontali nel mezzo della lunetta.

La seconda iscrizione è scolpita in due righe circolari concentriche su l'archivolto, e in quattro linee orizzontali nel mezzo della lunetta.

La riga esterna ha, tutto in giro, queste parole:

AGNES ABTISA SIMUL Q PSIDE FACT E. SUMAT P MERITIS PMIA DIGNA SVIS CTU MILLE DECE NOVIES SEPTQ FERUNT ANNI EX QU DS E. TEPORE FAT’HO

La riga interna queste altre:

NOSCITE PCLARA QQ speTATIS Ad ædem qD prior hoc EGIT BARTHOLOM’ OP’ ALTEN’ CEPIT

Le quattro linee della lunetta, poi, sono così composte:

SET ABHIC OP’ ISTE non EGIT CFERAT UTRIq REGNA SUPRE MA DS’ qd SCRIPTURA LEGIT MAG SA ROL’ EGIT

Si tratta, quindi, di quattro distici e di un esametro, che vanno letti a questo modo:

Agnes abatissa simul, qua preside facta est, Sumat pro meritis premia digna suis. Centum mille decem novies septemque feruntur Anni, ex quo Deus est tempore factus homo. Noscite preclaram quiqui spectatis ad aedem Quod Prior hoc egit 'Bartholomeus opus; Altenius cepit, sed abhinc opus iste non egit: Conferat utrique regna suprema Deus. Quod scriptura legit Magister Sarolus egit.

Cioè:

«Agnese badessa, sotto la cui gestione fu fatto questo tempio, abbia parimenti le ricompense degne de' suoi meriti. Sono scorsi 1197 anni dacché Iddio si fece uomo. Voi che guardate al tempio insigne, sappiate che il priore Bartolommeo completò questa opera; Altenio la incominciò, ma egli non la portò a termine: ad entrambi conferisca Iddio il regno de' cieli. Ciò che qui si legge scritto, fu fatto da maestro Sarolo».

Non è mio intento di far qui cenno della fabbrica di Santa Maria di Perno e del fregio della porta di essa non ostante le molte e cattive riparazioni occorse nelle epoche posteriori, l'una e l'altra, sfuggite alle ricerche dello SCHULZ e del LENORMANT, sono indubbiamente tra le poche opere d'arte del secolo XII, che abbia la provincia di Basilicata. A me basta rammentarne la storia, che si collega con le vicende della valle di Vitalba, di cui è ancora il santuario tradizionale, caro al popolo del contado. Le iscrizioni ci offrono le date dell’inizio e del compimento dell’opera: 1189 e 1197; il nome del signore normanno, il quale sostenne la spesa della costruzione, e quelli degli artefici di Muro, che lavorarono alla fabbrica. La chiesa era suffraganea della badia benedettina di San Salvatore del Goleto, fondata nell’agro di Monticchio de’ Lombardi, l’anno 1133, da san Guglielmo di Vercelli, che ivi moriva il 25 giugno del 1142.

Esse perciò provano, che quel Gilberto di Balvano, qui dedicat aedem, non è l’omonimo connestabile del registro normanno, da cui, tra il 1154 e il 1169, dipendevano il conte Gionata di Balvano, signore di Conza, e il conte Filippo di Balvano, signore di Sant’Angelo de’ Lombardi, ma il nipote di lui, figlio di suo figlio Riccardo (Riccardus de Balbano filius Gilberti de Balbano), il quale, in quel registro, è detto per l’appunto signore di Cisterna, di Rocchetta, di Lacedonia, di Armaterra e di Vitalba . Di lui e del fatto è conferma in quella scrittura notarile del 1200, nella quale Margherita, vedova di Gilberto figlio di Riccardo, dona un campo, in territorio vallis Vitis Albe , a Santa Maria di Perno, eo quia ipse vir meus, recolende memorie, sicut notum est per totam circumstantem patriam, inceperat Ecclesiam Sancte Marie de Pernis construere, et vovit, expensis propriis, adimplere.

Pure se la fabbrica di oggi è certamente opera di Gilberto II, altra, senza dubbio, era quella, che secondo una bolla vescovile molto importante del 1183, la curia di Rapolla concedeva, poco prima della morte di san Guglielmo, alla badia del Goleto, e che in una inquisizione del 1266 è già detta essere stata costruita dallo stesso san Guglielmo, come la tradizione ha poi costantemente sostenuto fin qui. Poca e misera cosa doveva essere quella chiesa primitiva, se Riccardo di Balvano, nelle sue prime donazioni della Braida e del Biciglieto del marzo 1175, la chiama, senz’altro, quedam ecclesia, che nullatenus nisi nostro aminiculo sustentari potest: donazioni, che egli, una cum filio Gilberto , fa alla chiesa pro salute anime mee nec non et animarum patris et matris mee, e che tredici anni dopo, regio connestabile e giustiziere, accresce di alcuni terreni nell’agro di Armaterra e di Vitalba, anche questa volta una cum karissimo filio Gilberto , presente all’atto – compilato in strata publica francigena, que est in tenimento Armaterie – la nuora Margherita.

Giova rettificare un errore, in cui mi avveggo di esser caduto nella introduzione al precedente mio studio su Santa Maria di Vitalba . La chiesa votiva di «Santa Maria di Vitalba», il cui nome sopravvisse alla stessa memoria di terricciuola bizantina, non fu, come io ho affermato, quella del «Crocefisso», che era dentro Atella, a canto del monastero de’ Minori conventuali di «San Francesco della Scarpa», e che i cittadini costruirono de bonis eorum nel 1358, chiamandovi i frati mendicanti (Ib., pp. 7 e 134). Essa, invece, si trovava fuori e non dentro la città, sul poggio steso dell’antica Vitalba, in loco pauperculo et devoto, longiusculo ab Atella ; ed era sua, non di una cappella dedicata a San Marco, secondo la tradizione popolare, quella muraglia, rotta nel mezzo, che ivi resta nuda e solitaria (Ib., p. 12): «San Marco» è piuttosto il ricordo di un casale, di cui parlerò altrove, che esisteva su la china di quel poggio stesso anche prima che Giovanni d’Angiò fondasse Atella. Oggi è scomparso il nome proprio della chiesa, sostituito dal nome generico del casale, ma rimane – a fior di terra – la pianta della fabbrica, di fianco alla quale la Comunità fondava nel 1849 l’ospizio de’ Minori osservanti di «Santa Maria di Vitalba», non del tutto compiuto quattordici anni dopo (Ib., pp. 18 e 135), e ove moriva frate Antonio da Bitonto. La chiesa, appresso l’Atella mezzo miglio, con’è scritto ne’ diarj di Marin Sanuto, fu a’ francesi, durante l’assedio del 1496. Opera avanzata e bastia a guardia del fiume (Cfr. RACIOPPI, La capitolazione di Atella , in Arch. Stor. per le prov. nap., an. XVI, fasc. IV). Abbandonata, ob eius insalubritatem, sub Julio II pontifice, cioè dal 1503 al 1513, essa dovette a lungo restar deserta, se in una inchiesta del 1583, che avrò agio di consultare più in là, si legge che allo casale di Santo Marco gi è una chiesa poco distanta, che se nomina Santa Maria di Vitalva, et ge habita uno offerto (oblato, converso). Pure, nel 1615 essa è nuovamente abitata, poiché la relazione del «tavolario» Grasso dice esservi fora di detta Terra il convento de’ Carmelitani, sotto il titolo di Santa Maria di Vitalva. Chiesa e ospizio, che noi possiamo immaginare non dissimili dal presente eremo di «Santa Maria della Gloriosa», ne’ dintorni di Montemilone, reliquia del secolo XIII, sparvero col tremuoto del 1694. B. CROCE, Storia dell’arte nel Napoletano. (in Napoli Nobilissima, vol. II, fasc. XII). – E. BERTAUX, I monumenti medievali della regione del Vulture (in Nap. Nob., suppl., an. VI). E. BERTAUX, Su le vie de’ pellegrini e degli emigranti, trad. di G. B. Guarini (in Rassegna Pugliese, 1898). G. GIORDANO. Croniche di Montevergine, p. 149, Napoli, 1649. G. FORTUNATO. L’alta valle dell’Ofanto , Roma, 1896. Gilberto I di Balvano, unitamente a Roberto di Morra, nel 1137 exercitui Rogerii Regis preest (PETRI DIACONI Chron. Cas., nel Muratori, vol. IV, p. 563). – Roberto di Morra, che, a norma del catalogo, tenet de Ionatha de Consia feudum Castellioni, era, forse, padre o zio di quel Ruggero di Morra, il quale, nello strumento del 1175, comparisce primo donatore di terre alla chiesa di Santa Maria di Perno ( Santa Maria di Vitalba , p.30), quando non ancora Gilberto II aveva posto mano alla ricostruzione del tempio. Copia della sua donazione, che, secondo l’annotamento dell’Annunziata, rimonterebbe all’anno 1160, non è più fra le carte pernensi; ma di essa abbiamo il brano seguente in una sentenza del 1782 (Rerum in Rev. Curia Reg., Cap. Maj., judicatorum, p. 242), da cui apparirebbe che i signori di Morra Irpina eran di casa Loffredo: ego Rogerius de Murra, filius quondam domini Loffredi bene recordationis,…obtuli Deo et beate Dei Genitricis ecclesie, que constructa est foris castellum Armaterii, in locum qui vocatur Perno, aque domino Gregorio Sancti Salvatoris Magistro priori et Iohanne de Castellano priori de prefata ecclesia sancte Marie unam petiam terre in locum qui dicitur sylva munda per hos fines, etc….et per hanc cartam et permissionem et consensum domini Riccardi de Balbano dedi atque tradidi predictam petiam terre jam dicte ecclesie cum omnibus que intra eam sunt cunctisque suis pertinentiis, cum via sua et cum vico et continentibus.Gilberto I nel 1152 largisce beni al monastero di Santo Stefano di Giuncarico, nel 1161 è primo fra’ baroni di Puglia nel sottomettersi a re Guglielmo il Malo (DI MEO, Annali, vol. X, pp. 187 e 265). Gionata di Balvano nel 1161, insieme con la moglie Stefania e con i figli Riccardo e Goffredo, dona il casale di Sant’Andrea di Conza all’arcivescovado di Conza (DI MEO, Ib., vol. VI, p. 803): dell’autenticità dell’atto dubita il RINALDI (Per il Comune di Pescopagano contro il Comune di San Menna, Potenza, 1889, p.99). – Nel 1169, perché ribelle a Guglielmo il Malo, Gionata di Balvano esula dal Regno (UGO FALCANDO, Historia, ed. Del Re, p. 335). Filippo di Balvano nel 1174 – con i figli Ruggero, Goffredo, Simone e Tommaso – è testimone in un atto notarile della badia del Goleto, nel 1186 – con i figli Gilberto e Raone – concede un diritto di padronato alla chiesa di Benevento (Archivio storico per le province napoletane, an. VIII, p. 779; DI MEO, Ib. vol. XI, p. 11). Riccardo di Balvano, negli anni 1161, 1174 e 1179, dà campi e selve a Santo Stefano di Giuncarico (DI MEO, ib., vol. X, pp. 270, 364, 401). – Il monastero di Giuncarico, dipendente dalla badia di Cava de’ Tirreni, era posto nel territorio di Rocchetta Sant’Antonio, su la riva sinistra dell’Ofanto (G. GENTILE, Cronistoria di Rocchetta Sant’Antonio , Melfi, 1888, pp. 83 e 86). Di contro ad esso, su la riva opposta del fiume, in praedio Palirotundi, era la Chiesa di Santa Venere, appartenente all’arcivescovado di Conza (UGHELLI, Italia Sacra, Venezia, 1717, vol. VI, p. 814), donde nel 1224, pro eo quod ipse locus suos habitatores in valitudine devorabat, il vescovo Richerio di Melfi trasse via quasdam moniales ordinis beati Benedicti, che egli allogò in San Giovanni d’Eliceto, juxta Melphiam et flumen Aufidi (G. ARANEO, Notizie storiche della città di Melfi , Firenze, 1866, p. 262). Santa Maria di Vitalba , p. 45. Così pure per le altre carte pernensi de’ Balvano degli anni 1175, 1187, 1198, 1221 e 1230. Dal fol. 203 l fol. 205 dell’«Inventario dell’Archivio della santa Casa dell’Annunziata di Napoli» è il notamento delle antiche scritture di Perno, andate oggi perdute, e di alcune delle quali, fortunatamente, l’archivio di Stato di Napoli serba copie legali. In quel notamento, al n.2, è segnata una Bolla dell’anno 1141 della concessione fatta da Ruggero vescovo di Rapolla, a beneficio del monastero di San Salvatore del Goleto, della chiesa di Santa Maria di Perno, a cui si riporta l’altra dell’anno 1183, che per la prima volta vede qui la luce, del vescovo Uberto. Quella concessione, infatti, non poté aver luogo né nel 1122, come scrive il COSTO, né nel 1132, come vuole il GIORDANO, perché non prima dell’anno 1140, secondo FALCONE BENEVENTANO, re Ruggero istituì la nuova moneta del «ducato», con cui il vescovo Ruggero stabilisce il canone della chiesa. Il ducato valeva otto «romesine», ogni romesina un grano d’oro, ogni venti grana un tarì. Il tarì, per ciò, constava di due ducati e mezzo, o, a norma della bolla ubertina, di due ducati, dato il deprezzamento del corso del tarì, avvenuto in quel tempo. Ad ogni modo, è fuori di dubbio che trenta tarì formavano un’oncia del peso di sessanta grani od acini (BIANCHINI, Storia delle finanze del Regno di Napoli , p. 153). La bolla ha tutti i caratteri dell’autenticità e per la esattezza delle date cronologiche e per il rigore delle formole che vi si riscontrano. – Papa Lucio II, il quale avrebbe confermata la concessione, ponteficò dal 1144 al 1145. I giustizierati, come circoscrizione amministrativa e giudiziaria, furono, con determinati confini, stabiliti da Federigo II; ma i giustizieri esistevano dal tempo di re Ruggero. Nello stesso catalogo de’ baroni è un Boemondo, conte di Manoppello, giustiziere. Francigena, franca (DU CANGE, Glossarium mediae et infimae latinitatis).

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