Avvenuta la confisca di tutti i beni di Giovanni III Caracciolo, Carlo V di Spagna prima donò per intero lo «Stato di Melfi», nel 1530, al principe d’Orange; poi, questi morto poco dopo, parte ne diede ad Antonio de Leyva, cui spettarono Atella e San Fele, parte ad Andrea Doria, che ebbe Melfi e Lagopesole. Il diploma di concessione a favore del Doria, datato da Bruxelles al 20 dicembre del 1531, e che qui per la prima volta, senza gli errori e senza le lacune dell’ARANEO, vede la luce, si riporta a una regia lettera patente dell’anno innanzi, con la quale erano a lui stati promessi seimila ducati d’oro di annua rendita, nel Reame di Napoli; e questa rendita, col presente «privilegio», viene ora determinata in quattro de’ feudi già spettanti al proscritto Caracciolo, videlicet: civitatem Melphiae, cum titulo et honore principatus, terrasque Candelae et Forentiae, ac castrum seu locum Lacus Pensilis
. Andrea non vi si recò di persona, e delegò a prenderne possesso un nipote, vescovo onorario, che vi rimase governatore; ma essendosi presto doluto che i proventi non corrispondessero alla cifra assegnatagli, e non contento di una prima liquidazione, compilata dalla Regia Camera, ne chiese una seconda, fatta dal Tribunale della Sommaria e avvalorata per dominum Viceregem Petrum de Toledo, mediante la quale, con nuovo diploma del 27 maggio 1535, ottenne gli si fosse assicurato, dalle entrate fiscali, la differenza trovata in meno di oltre millecinquecento ducati. – Allora tutte le entrate feudali di Lagopesole sommavano a ducati millesettecentotrentuno. Oggi la rendita lorda della intera tenuta ascende a lire duecentomila.
Il Doria, come è noto, non ebbe discendenti diretti: suo erede fu il figliastro Marcantonio Del Carretto, di Genova, da cui prendono origine i Doria Pamphili, di Roma. «Da quel tempo, scrive il BERTAUX, Lagopesole non è se non un semplice latifondo di lontana famiglia principesca, rappresentata, nel vecchio abbandonato castello, da agenti riscotitori». Era del tutto privo di abitanti, nel 1531, da più che duecento anni; e tale restò a lungo. Nel 1647, PIER BATTISTA ARDUINI lo descriveva ancora (fatte le debite tare alle misurazioni, di pura sua fantasia) così: «è un territorio parte fra monti e parte in pianura, che gira più di quarantacinque miglia. Vi è un bosco, dove chi non è pratico, facilmente vi entra ma difficilmente ne esce, ed esso solo è più di quaranta miglia in circa: foltissimo di alberi di tutte le specie, e questi più se ne tagliano e se ne vendono, e sempre più fitto si vede; ed è cosa veramente ammirabile». Poi cominciarono, poco per volta, le prime dissodazioni, che si accrebbero a mano a mano fino agli ultimi del secolo or tramontato, sia risalendo i clivi, sia discendendo alle fiumane, sempre più in cerca di terre vergini, perché sterile è il suolo di argilla, misero e vagante il coltivatore ad anno. Scarsi, lontani i paesi della pianura; prossimo, quantunque di là dall’Appennino, e salubre, un grosso borgo di montagna: Avigliano. Così gli aviglianesi, rase di buon’ora le terre che soprastano al Bradano, si sparsero, aggruppati in capanne, anche per l’alta valle di Vitalba: così rinacque a’ piedi del castello, e oggi si accresce, per opera loro, il villaggio omonimo: così sorsero qua e là, di contro al Gaudo, masserie e casali, tra cui Filiano, Frusci, Sterpeto, ove già si contano cinquemila coloni di Avigliano
, tuttora estranei, nelle usanze e nelle fogge, alle altre popolazioni del Vulture. – Avigliano (dal gentilizio Avilius, secondo il FLECHA) è nominato per la prima volta in una carta greca del 13 novembre 1127, con cui Ruggero, signore di Caggiano, e sua madre Adelasia donano la chiesa e i beni di San Nicola di Caggiano all’abate Caniace del monistero di Trinità di Cava: a capo de’ testimoni è un sere Alexandro deAvillano, fratello della signora Adelasia. Nel cedolario del 1277 figura per sole «once quattro, tari quattro e grana quattro»; ossia, tra’ i più piccoli casali della provincia. Ricomparisce in quello del 1415, ove svaniscono tanti nomi di paesi, morti per sempre negli ultimi cento anni; ma, in realtà, non prese ad accrescersi prima del tremuoto del 1456, che spopolò Atella, ove già erano esulati, centocinquanta anni prima, i villici di Montemarcone e di Lagopesole
. Si possedeva nel 1530 da Geronimo Caracciolo, nel 37 da Giacomo Zunica. Tassato in quel tempo per centosessanta fuochi, ne contava più del doppio su lo scorcio del secolo, più di seicento nella metà dell’altro: le colonie di Lagopesole vi avevano richiamata molta gente dall’Acherontino, non pochi slavi dalla costa dalmata, allora rifugiatisi, del pari, nella vicina Ruoti
; e sempre più ve ne attrassero, poi, dalle alpestri solitudini de’ luoghi circostanti. Ormai una sorte comune legava insieme Avigliano e Lagopesole, né i Doria indugiaron molto a pattuirne l’acquisto; e l’acquisto fu concluso, nel 24 maggio del 1612, col barone Ferraro, di Napoli, al prezzo di quattromila ducati. Re Filippo III di Spagna, non più tardi del 15 settembre 1613, investiva i Doria del titolo «ducale» di Avigliano.
PISTOLESE, Serie de’ governatori dello Stato di Melfi
, Melfi, 1897, p. 15.
ARANEO, Not. stor. della città di Melfi
, p. 330.
I f. e i c. di Vitalba
, p. 42.
Syllabus membranarum ad Regiae Siclae Archivum pertinentium, Napoli, 1824, p. 134.
S. M. di Vitalba
, p. 14; Rion. med., p. 60. – Lo stesso tremuoto del 1456 aveva distrutto Casalaspro (GIUSTINIANI, Diz. Geog., ad. v. Pietragalla).
GIUSTINIANI, op. cit., tom. II, p. 106.
RACIOPPI, op. cit., vol. II, p. 67.