Pochissimi intravidero, che a tutte le difficoltà sovrastasse una di prim’ordine costituita dall’enorme disuguaglianza d’ogni genere di condizioni; nessuno sospettò che il Mezzogiorno fosse un paese povero, virtualmente assai più povero del resto d’Italia… Povero un paese, che offre all’occhio incantato le splendide riviere di Napoli e di Palermo, i fiorenti littorali di Bari e di Catania? Sì, - poi che dietro le une e gli altri si nasconde il deserto: montagne e valli abbandonate, immense terre aride, lunghe prode malariche; e, del resto, anche quelle riviere sono esposte a tutte le oscillazioni industriali, anche a que’ littorali le sole piogge primaverili consentono la buona ricorrenza dei ricolti. Sì, - poi che tutta insieme la sua stessa configurazione longitudinale, troppo allontanandolo dalla valle del Po e dagli sbocchi alpini, troppo costose gli rendono e la esportazione delle materie prime e la importazione delle sussidiare… Quale istruttivo e curioso libro, sia detto incidentalmente, sarebbe quello che sotto il titolo delle «Speranze deluse», raccogliesse le immaginose iperboli, credute allora vere dal maggior numero degl’italiani, intorno alle bellezze e alle dovizie naturali della bassa Italia? Non era forse la Puglia, per un poeta lombardo, la «terra sacra alla dea Flora»? la Puglia, - che è tutta verde, quando sia libera delle cavallette e delle arvicole, in una breve stagione dell’anno, e non ha fiori, nel maggio odoroso, se non di un giorno soltanto: papaveri che sfogliano al suolo, gialle celidonie che presto appassiscono, i gigli «alti e soli», dice il D’Annunzio, che nascono e muoiono a metà di giugno! E non bastava la Sila, a detta (p.27) di uno statista ligure, «a redimere le tre Calabrie»? – la MAGNA SILA leggendaria dell’abate Gioacchino, delle cui sterminate pinete, ancora vergini, una volta ricettacolo di banditi dal cappello a pan di zucchero, tutti narravano mirabilia, ma che nessuno aveva viste e che nessuno vedrà più, perché sparite da tempo! E la Basilicata, secondo un novelliere toscano, non era forse creata «per diventare la piccola Svizzera della estrema Italia peninsulare»? la Basilicata, - ossia, quel povero fiosso dello stivale, che volto a mezzogiorno tra l’Appennino e le Murge non è tutto se non un altipiano di argille, assai feconde di marruche ne’ saldi e di gramigne ne’ campi, striato in lungo da quattro enormi fiumane, e che solo due anni fa il ministro Zanardelli, dopo averlo faticosamente percorso, descrisse qual è, con parole rivelatrici di lontane terre non mai conosciute: «al desolato silenzio di monti nudi e di avvallamenti altrettanto brulli, improduttivi, succede il piano mortifero, dove i fiumi sconfinati scacciano le colture e, straripando, impaludano; e vedi, ad esempio, il letto dell’Agri identificarsi con la valle dell’Agri, e l’acqua vagante non aver quasi corso in quelle sterminate arene»! Parole assai belle, perché vere, le quali ricordano, più specialmente, la riva jonica di Siri, di Eraclea, di Metaponto: nomi altisonanti di piccoli empori di cereali per la piccola esaurita Ellade, che presto disparvero sotto la cappa del cielo inclemente…
Ma degli epifonemi, con cui da prima si cercò richiamare alla memoria sin quella che fu, più che due millenni e mezzo addietro, la decantata Magna Grecia, la quale se ebbe una promettente fanciullezza, morì prima della virilità, meglio non dire.
Ciò che avvenne, è noto.