I percorsi di Giustino Fortunato

date

1898

author

Fortunato, Giustino

title

Per le lapidi a’ martiri della Patria [estratto n.5]

summary

bibliography

  • Fa parte di: "Il Mezzogiorno e lo Stato italiano. Discorsi politici (1880-1910)", vol. II, Bari, Laterza, 1911, pp. 100-104.

teibody

Signori, il mio compito è finito.

Se abbia o no corrisposto all'aspettazione vostra, non so; ma questo io so, che lungamente ho studiato, grandemente ho amato il nostro soggetto. A me basti non averlo sciupato: le figure dei morti sono pallide sempre, anche dinnanzi all'accesa fantasia, all'ardente amore de' vivi. Le lapidi volute dal Consiglio provinciale di quindici anni fa, eccole qui murate, — argomento di pubblica educazione; ciò solo importava al nostro fine. Vi sono giorni nella vita de' popoli, ne' quali si decidono le sorti di un lungo avvenire. L'Italia, dopo i sanguinosi moti dello scorso maggio, che dalle terre di Puglia si diffusero fin su ai campi lombardi, è in uno di questi giorni: essa è profondamente malata; temo anzi non vi sia oggi uno Stato in Europa, presso del quale il dubbio tormentoso intorno alla propria consistenza sia più largo e diffuso. Una grande diffidenza è negli animi, una grande apprensione negli spiriti: a molti, a troppi non pare più possibile che la libertà basti a dirigere la nave della patria, come a gonfiarne le vele; lento, invadente è penetrato in tutti e su tutto un senso di stanchezza, un languore, uno sconforto senza nome, che è peggiore di tutti i mali. Usciti appena fuori del pelago alla riva, eccoci prostrati e vinti, in preda del caso, senza luce alcuna, aspettando suggerimenti dal cielo o, peggio, condonando l'arbitrio e invocando la violenza, quasi la legge e il diritto non possano più avere — fra noi — efficacia di sorta. La perdita d'ogni proposito, d'ogni visione ideale: questo il pericolo, che corre oggi l'Italia; ed è ancora troppo tenue il vincolo dell'unità, troppo misera la condizione del popolo, che già non fu unanime — fra noi — a volere la grande mutazione, perché non sia necessario, da parte nostra, gettare il grido dell'allarme. Abbiamo tanto patito, atteso, sperato, e dover poi confessare alle nuove generazioni, che valeva meglio non farne nulla! Abbiamo tanto magnificato l'opera nostra, e date assicurazioni al mondo di costanza e di virtù, perché poi il mondo maravigliasse nell'udire da noi stessi, che lo scopo è fallito, e le aspettative deluse! Abbiamo, insomma, offerto per tanti anni tanta decima di lavoro e di danaro, ed essere costretti a conchiudere, che ci siamo solennemente ingannati, perché la patria è un'astrazione e la libertà una menzogna! È questa l'Italia, che apparve già meritevole dell'aspettazione della storia?

Ebbene, la storia che molto dimentica e molto perdona, non dimentica né perdona chi recida i nervi e scemi la fede a una nazione giovane. I morti, que' morti delle lapidi non hanno bisogno di noi. Siamo noi, i vivi, che ci gioviamo di loro. Ah non per questo essi avevano conquistata e condotta a termine l'altissima impresa! Se que' morti che oggi benediciamo, potessero levare il capo dal sepolcro e concepire che la maggioranza degl'italiani è sgomenta del gran passo dato e tolleri pazientemente, anzi indifferentemente, ogni più sciocca affermazione, ogni più volgare bestemmia contro il sacro patrimonio delle pubbliche libertà; oh, io temo, l'ira si desterebbe in loro ed essi, forse, direbbero a noi: «non siete degni della fortuna che vi è toccata!». Torniamo, dunque, a' màrtiri, prostriamoci tre volte dinnanzi a loro, e tre volte, commossi di pentimento, chiediamo loro venia della nostra aberrazione. Non è il passato, no, il vecchio passato che noi dobbiamo, in cosa alcuna, rimpiangere o deplorare. Abbiamo peccato, e molto, d'imprevidenza e d' ignoranza. Abbiamo troppo abusato delle scarse forze economiche, troppe volte offesa la maestà della legge morale. Abbiamo a lungo seguitato le ombre, pascendoci di parole, senza mai conoscerci, senza mai aver chiaro in mente il concetto dell'officio di uno Stato come il nostro, sorto ultimo nel tempo moderno. E di tanti errori e di tante illusioni scontiamo, amaramente, il fio. Nondimeno, bisogna aver molto dimenticato o nulla sapere del tempo andato per maledire alla nostra costituzione unitaria, per negare il cammino, l'enorme cammino da noi fatto, per deridere quel bene ineffabile, supremo, che è la libertà. Mille anni di calamità hanno impresso nel nostro paese un solco troppo profondo di miserie fisiche e morali, perché un trentennio di indipendenza potesse bastare a cancellarlo, — quasi la proclamazione del Regno d' Italia (« un grido d'entusiasmo », secondo la espressione lirica del Cavour, « convertito in legge il 27 marzo del 1861 ») fosse già valsa, più che un natale, una rinascita... Ma è anche vero che l'immenso sforzo, fin qui da noi compiuto, non è stato del tutto vano, e se molto ancora ci resta a compiere nella speranza di veder rigenerata la patria, non tutto, no, occorre rifar da capo. Siamo più scontenti di noi, perché in noi, più che nei nostri predecessori, la intelligenza e la sensibilità sono in contrasto. Lamentiamoci pure, e con ragione, del presente: è così dura, così triste la necessità delle cose, è cosi arido, così fosco il domani; né mai come ora la fatai terra d'Italia, direbbe il Manzoni, pare angusta a' suoi figli, e molti, sciaguratamente, molti di noi portano ancora nelle vene una eredità micidiale che ci umilia al cospetto del mondo! Pure non gridiamo, accidiosi, contro il presente solo per evocare il passato: od evochiamo il passato per imparare ad odiarlo, per tentare di bandirlo da tutte le più intime tendenze, sopravvissute alla lunga servitù, del carattere nazionale. È il lavacro delle anime che solo può salvarci: il sentimento di abnegazione, la tenacia di volontà, l'energia de' cuori, la modestia della vita, onde già rifulsero i precursori, gli apostoli, i màrtiri. E procediamo con maggiore lealtà, e con minore leggerezza. E sia il raccoglimento preoccupazione e preparazione, non ozio né tedio. E non c'imbarchiamo in nuovi tentativi fallaci, non ci abbandoniamo a nuove proposte di leggi bugiarde, divoratrici della pubblica economia. E innanzi tutto e soprattutto, purghiamoci del sospetto — non illegittimo — che lo Stato italiano rappresenti l'interesse di alcune classi, non l'interesse generale di tutte. Perché è bene non lusingar noi né gli altri: al punto cui siamo venuti, o vorremo e sapremo associarci le moltitudini, o dovremo forzatamente cedere ad altri il terreno. Tanto varrebbe dire che, per sorgere, noi non abbiamo abbastanza sofferto, noi non siamo stati abbastanza temprati alla scuola del dolore. Anche la patria e la libertà, come tutto quello che si ha di più caro nella vita, non si amano se non per i sacrifizi che costano...

Signori, non sarà vana, io spero, la piccola favilla che quest'oggi abbiamo voluto ridestare ne' cuori: tante volte si è visto dal poco nascere il molto, e niente è più utile quanto il ritorno alle origini. In che credi? mi chiedeva in Napoli, l'altro giorno, uno, a cui era noto perché io venivo qui. In che credo? Nella moderazione, nella compostezza della mia provincia natale. Se c'è cosa che mi allieti l'animo, è di appartenervi. «Divisi dalle lotte o dispersi dalle esigenze della vita (osserva, acutamente, uno dei nostri), quanti nascemmo in Basilicata un vincolo spirituale ci unisce. Dall'umile contadino a chi la fortuna o l'ingegno misero più in alto, uno stesso affetto ci lega alla patria. Forse in nessuna regione d'Italia questo amore della terra, che non è bella, che non è ricca, che non è grande, è così potente come fra noi. Anche quando le passioni ci dividono, il vincolo non si rompe. E la mestizia infinita delle nostre fiumane desolate, e la tristezza solenne de' nostri monti deserti lasciano tracce indelebili nell'anima nostra, e noi siamo veramente un popolo, perché abbiamo un'anima collettiva». Ed io, signori, che non ho dinnanzi a voi altro titolo se non quello di aver sempre cercato, con sentimento di pura italianità, ove fosse il mio dovere di cittadino basilicatese, io nutro viva la speranza che voi sarete grati, come io sono, all'Amministrazione della provincia di avere elevate queste lapidi, ricordando — oggi e sempre — che i màrtiri molto soffrirono, perché molto amarono, perché in fondo a tutti i loro pensieri ardeva fervida l'aspirazione al pubblico bene. Si dica pure che furon troppo idealisti. Lo dican tutti, meno i giovani, i quali hanno l'obbligo di essere migliori di noi. Noi siamo stanchi della vita saltuaria di quest'ultimo trentennio; noi siamo fiaccati dalla stessa opera nostra, contradittoria, incerta, confusa. La Rivoluzione ha divorato non solo la generazione che ha fatto l'Italia, ma anche quella che le ha tenuto dietro, e alla quale io appartengo. Non si specchino, dunque, in noi i giovani, per prenderne esempio: a tutti i desiderati è condizione suprema, essenziale, una gioventù nuova e maschia dei ceti dirigenti, devota all'austerità, alla verità, alla giustizia, — perché nessun paese al mondo si levò mai alto se esso continuò ad essere, come il nostro, rassegnato o ribelle, non compartecipe di responsabilità e di lavoro; che è quanto dire, se le sue classi dirigenti continuarono ad essere quelle, purtroppo, che sono le nostre... Ed essi, i giovani, rammentino che non i sogni e le utopie, ma la lenta penosa trasformazione della vita sociale porterà solo al rinnovamento spirituale ed economico del paese; che non le navi corazzate né le artiglierie a tiro rapido assicurano la potenza, e non si improvvisa da un giorno all'altro la ricchezza di un paese: — rammentino che le leggi e le riforme acquistano o pèrdono virtù solo dagli uomini chiamati ad applicarle e ad eseguirle; che l'adorazione cieca, supina, del successo materiale corrompe le generazioni che sorgono, e nessuna cosa più del disinteresse dà forza, autorità e prestigio all'ingegno, al sapere, all'azione politica. In alto i cuori! Tuttora lontano, ma luminoso in vista, sorride l'ideale della pacificazione umana. E non qui, fra' monti sacri alla tradizione della libertà, potrà mai essere ripiegata la bandiera della patria.

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